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Stati Uniti e Vietnam: da nemici a quasi amici

Per chi non ha mai messo piede in Vietnam il primo impatto potrebbe essere traumatico, soprattutto in città. Ti aspetti paesaggi esotici, anziani signori in bicicletta e templi buddisti agli angoli delle strade. Invece ti ritrovi immerso in un traffico infernale: motorini che sfrecciano senza regole, cantieri stradali ovunque e tanto smog. Per fortuna, però, se ti impegni, in tutto quel caos riesci a trovare la vera anima del paese e puoi buttarti in uno dei tanti Bia Hoi, le tipiche birrerie vietnamite, in cui giovani e meno giovani vanno a rifocillarsi dopo una giornata di lavoro. 
Bevi la tua birra annacquata e pensi: come è possibile? Che fine hanno fatto i bambini scalzi e le donne col nón lá (il tradizionale capello vietnamita) di cui hanno scritto Terzani e Michael Herr?

Hanoi, Ho Chi Minh City, Da Nang e le altre grandi città del paese sono lo specchio di quello che il Vietnam aspira a diventare: un paese moderno, dedito al libero mercato e, soprattutto, ricco. Per farlo è dovuto scendere a compromessi, gettando alle ortiche le vecchie ideologie dello zio Ho – come i vietnamiti chiamano Ho Chi Minh, il padre della patria – e aprendosi al capitalismo più sfrenato. 
Lo vedi nelle piazze, dove i vecchi mercati hanno lasciato il posto ai KFC. Lo vedi tra i giovani, che ascoltano Rihanna con il loro Ipod indossando scarpe Nike e t-shirt Adidas. Tutti simboli americani. Di quella America che in Vietnam ha portato la distruzione, la povertà… e il napalm. 
Vietnam e America: due paesi per anni portabandiera, nell’immaginario collettivo occidentale, della contrapposizione ideologica tra socialismo e capitalismo ma che oggi, pur mantenendo le stesse etichette di allora, stringono una forte alleanza suggellata dal recente viaggio ad Hanoi di Barack Obama con il quale si è messo fine anche all’ultimo embargo americano sul Vietnam, quello sulla vendita di armi. 
Eppure sono passati solo 40 anni dalla fine della guerra. 
Una guerra rovinosa per gli Stati Uniti, che tornarnarono a casa da sconfitti. Ma rovinosa anche per i vietnamiti che, pur vincitori, si trovarono poverissimi con un paese da ricostruire in un clima di pieno isolamento internazionale.
 Perché allora due storici rivali hanno deciso di stringere un’alleanza tanto forte? Un mantra della politica internazionale vuole che il nemico del mio nemico sia il mio migliore amico. E Vietnam e Stati Uniti hanno un nemico in comune, molto potente: la Cina.

Il Vietnam è ancora un paese comunista, almeno sulla carta. Questo farebbe pensare ad una forte contrapposizione con i campioni del capitalismo a stelle e strisce. 
Per anni, in effetti, è stato così. 
Fuggiti da Saigon nell’aprile del 1975, gli Stati Uniti imposero al paese indocinese un duro embargo commerciale spingendo i grandi organismi internazionali – FMI, Banca Mondiale e Unesco – a negare aiuti economici per la ricostruzione. 
Il governo vietnamita, allora, appoggiato dalla sola Unione Sovietica, impose un sistema di produzione comunista basato sulla pianificazione. Ma l’embargo e l’isolamento internazionale si facevano sentire e negli anni successivi la situazione economica divenne gravissima. Nessun paese avrebbe potuto farcela da solo. Così, nel 1986, fu presentata la grande riforma economica che avrebbe cambiato le sorti del Vietnam negli anni successivi: il Doi Moi. Obiettivo della riforma era la sostituzione dell’economia pianificata con un’economia di mercato socialista basata su industrie di proprietà statale.

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Vietcong sul campo di battaglia

Con un sistema misto – mezzo socialista e mezzo capitalista – il governo riuscì a ridurre la povertà nel paese, fondò un sistema scolastico moderno e un sistema sanitario gratuito e accessibile a tutti. L’apertura al mercato, seppur misurata, iniziò ad attirare l’interesse delle organizzazioni internazionali. Per tre volte, nel corso degli anni ’90, la Banca Mondiale offrì al paese prestiti per centinaia di milioni di dollari chiedendo in cambio la piena e completa adesione alle regole del libero mercato. Ognuna di queste offerte fu rispedita al mittente. Ma le pressioni internazionali divennero sempre più forti e nei primi anni 2000 la politica del partito comunista cambiò notevolmente. L’obiettivo primario divenne l’attrazione degli investimenti esteri. Le imprese statali furono privatizzate, le tariffe commerciali quasi completamente eliminate e per attirare investitori stranieri furono implementate politiche fiscali particolarmente favorevoli alle imprese. L’apertura al mercato aveva portato crescita e benessere (accompagnati, però, da corruzione e da una generale alienazione culturale). Nel frattempo il tessuto sociale vietnamita stava fortemente cambiando. Gran parte dei vietnamiti era nata dopo la “Guerra americana” e di quei giorni dolorosi non ne aveva alcun ricordo. Intanto la propaganda antiamericana del Partito Comunista era del tutto scomparsa e l’apertura economica al mercato attirava sempre più numerosi investitori americani. La contrapposizione tra Vietnam e Usa non aveva più senso ma, anzi, poteva diventare dannosa per gli affari economici del paese. Così nel 1995 i rapporti diplomatici tra Usa e Vietnam erano ormai normalizzati.

Una normalizzazione veloce e abbastanza indolore. Ma, in fondo, i due paesi erano stati nemici solo per 40 anni. I nemici di sempre erano altri.

 Per secoli e secoli il Vietnam ha dovuto combattere contro i tentativi di conquista da parte della Cina. Decine di dinastie cinesi hanno tentato, spesso riuscendovi, di assoggettare militarmente, economicamente e culturalmente il Vietnam. 
Terminato il periodo delle dinastie, la contrapposizione tra cinesi e vietnamiti, però, non si è mai estinta. Durante la guerra fredda, nello scontro tra Urss e Repubblica Popolare Cinese, il Vietnam, come abbiamo visto, aveva scelto i sovietici. I rapporti con i vicini cinesi divennero più tesi che mai quando, nel 1977, l’esercito vietnamita invase la vicina Cambogia per combattere i Khmer Rossi, alleati di Pechino. 
Nemmeno la fine della guerra fredda riuscì a porre fine alle tensioni tra i due paesi. Questa volta però il problema era di natura diversa. 
A partire dal 1978 il pragmatico Deng Xiaoping diede il via ad un processo di ristrutturazione economica fino ad allora ostacolata da Mao, introducendo come in Vietnam elementi di mercato. Negli anni ’90 l’economia cinese crebbe a tassi medi del 10% toccando punte del 13%. 
Con una apertura al mercato molto simile a quella vietnamita, ma con tassi di crescita assai più elevati, il gigante comunista era (ed è) diventato l’avversario economico più importante per il Vietnam. Se alle storiche diatribe e alle recenti tensioni economiche si aggiungono i dissapori per il controllo del mar cinese meridionale allora il quadro si completa.

In quel pezzo di mare, al largo del Vietnam, passa un terzo di tutto il traffico marittimo del mondo. Il sottosuolo, inoltre, è pieno zeppo di petrolio. È facile immaginare, quindi, quali possano essere i motivi che spingono la Cina ad essere tanto attiva in quella fetta di mare. Ma a contendere la sovranità sui circa 200 isolotti del mar cinese meridionale ci sono anche la Malesia, Taiwan, le Filippine. E ovviamente il Vietnam. Tutti uniti contro il gigante rosso. 
Il golfo della discordia sta diventando sempre di più il crocevia del commercio marittimo mondiale ed è proprio lì che, un giorno, potrebbe avvenire per la Cina il sorpasso, in termini commerciali, con gli Stati Uniti. 
A meno che qualcuno non li fermi.

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Mappa della intricata situazione nel Mar Cinese

Eccola lì la chiave di volta. Ecco spiegato il reciproco interesse tra Stati Uniti e Vietnam. 
Strategico per il Vietnam – che vuole giocare un ruolo di player regionale – e strategico per gli Usa – perché il suo controllo frenerebbe l’avanzata economica cinese –, il mar cinese meridionale potrebbe diventare, un giorno, il terreno di scontro di una grossa guerra. E a combatterla, in prima linea contro i cinesi, potrebbero esserci, fianco a fianco, vietnamiti e americani. 
Così, se da una parte gli Usa revocano l’embargo sulla vendita delle armi al Vietnam, dall’altra i vietnamiti dichiarano di voler mettere a disposizione delle marine militari straniere (leggasi “marina militare Usa”) la strategica base di Cam Ranh, rafforzando la presenza militare americana nella Pacifico. 
L’inedita, ma non inaspettata, alleanza tra i due vecchi rivali, però, si poggia su fondamenta molto labili. Duri colpi a questa alleanza potrebbero arrivare tanto dagli Stati Uniti quanto dal Vietnam. 
Nel paese indocinese, alla liberalizzazione economica non si è accompagnata una liberalizzazione politica e il Partito unico comunista ha ancora un potere incondizionato. Inoltre sono tanti i dissidenti che lamentano continue violazioni dei diritti umani. Il Congresso americano, i media, l’opinione pubblica e le Ong potrebbero spingere il futuro governo americano a prendere le distanze dall’alleato vietnamita. 
Il pericolo potrebbe arrivare dallo stesso Vietnam che, ad oggi, continua ad avere interessi commerciali fortissimi con la Cina. Quanto sarebbe saggio far indispettire il paese con il quale si commercia di più al mondo? Non troppo. Non adesso, almeno: i tempi non sono ancora maturi.

Negli anni ’60 e ’70 il mondo guardava al Vietnam con un interesse inedito: un popolo con poche decine di milioni di abitanti, stava combattendo contro la più forte superpotenza mondiale. E li stava umiliando. Se poteva farcela un piccolo paese del sud-est asiatico poteva farcela chiunque. La vittoria di Davide contro Golia. 
Tra qualche anno il Vietnam potrebbe trovarsi nella stessa situazione: di nuovo con gli occhi del mondo addosso, di nuovo a combattere contro un gigante. Questa volta, però, il gigante potrebbe avere gli occhi a mandorla.

Mario Messina 

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