giulio regeni street art

La verità (per Giulio) non è legale

Il 25 gennaio 2016 lo studente e ricercatore italiano Giulio Regeni veniva rapito nella capitale egiziano de Il Cairo, il suo corpo esanime sarebbe stato poi ritrovato il 3 febbraio lungo una strada alla periferia della città stessa, abbandonato in mezzo al deserto lontano dalla civiltà.

Civiltà che evidentemente il giovane italiano non aveva trovato neanche dove viveva, un paese in perenne conflitto con se stesso, un paese dove la popolazione ogni anno viene oppressa e seviziata da un regime politico che, nel nome della pubblica sicurezza, rapendo e giustiziando anche con metodi non legali centinaia di persone. A maggio del 2016 il numero dei morti in prigioni era di 23 individui, 246 detenuti avevano inoltre denunciato torture durante la detenzione e più di 412 persone erano scomparse con lo stesso modus operandi applicato con Giulio, cifre da vero e proprio stato di polizia.

Ma che cosa rappresentava il governo militare di Abd al-Fattah al-Sisi per la comunità internazionale? Fino al sollevamento del caso Regeni essa aveva considerato il colpo di stato attuato da al-Sisi il 3 luglio 2013 come una ovvia necessità per arginare il movimento politico islamista dei Fratelli Musulmani, una sorta di baluardo laico contro la mancata rivoluzione che in Egitto aveva portato al governo Mohamed Morsi.

al sisi egitto

Il ritrovamento di Giulio Regeni ha però svelato una realtà ben diversa: questo cadavere era più importante di quelli delle centinaia di egiziani uccisi fino ad ora, uccidere uno straniero ha avuto come conseguenza il coinvolgimento della politica italiana negli affari interni dell’Egitto. In mezzo al buio più assoluto delle indagini, ostacolate peraltro in ogni modo dalle autorità egiziane, si è vista inoltre la nascita in tutta Europa di una serie di iniziative volte a supportare la scoperta della verità. Una verità che già esiste, ben nota alle forze di sicurezza quanto ai servizi segreti, una verità per cui ormai le indagini non sono più volte ad individuare un colpevole, bensì a cercare di provare che gli esecutori o i mandanti dell’omicidio Regeni siano le istituzioni egiziane: nessun cittadino straniero può essere interrogato senza che gli interni lo sappiano e pertanto l’arresto, le torture e l’omicidio Regeni sono un delitto di stato.

La verità non combacia ancora con la giustizia per il ricercatore italiano: non è giusto certamente che una persona che svolgeva un importante lavoro di ricerca e di sostegno ai sindacati locali venga ucciso nel nome di interessi di stabilità, ma come può coincidere la giustizia della verità in un luogo dove si intrecciano numerosi interessi di aziende? Quali misure può prendere lo stato italiano per esercitare una pressione politica sull’Egitto?

Uno dei primi provvedimenti presi dal governo italiano era stato il richiamo dell’ambasciatore italiano in Egitto Maurizio Massari, ma lo scalpore mediatico che aveva indotto Roma a prendere la decisione è presto scemato e si è poi proceduto a nominarne uno nuovo: l’Egitto rimaneva chiaramente un paese indispensabile per l’Italia e prima ancora di forzarne le contraddizioni si è cercato di mantenere i rapporti diplomatici lontano dalla ribalta. Questo atteggiamento contraddittorio altro non ha fatto che palesare la necessità di calmare l’opinione pubblica occidentale, poiché la posta in gioco con il paese delle piramidi è fin troppo ampia e rilevante: regolazione dei flussi di migranti, supporto nella questione libica e non ultimo il ruolo giocato dall’ENI che pochi mesi prima aveva scoperto il più grande giacimento di gas nel mediterraneo e necessitava un canale di dialogo con l’Egitto.

paola regeni verità per Giulio regeni

Prima ancora delle istituzioni italiane era stata invece la madre di Giulio ad impegnarsi nella lotta per il coinvolgimento di attori terzi nella vicenda, libera da doveri politici e diplomatici, Paola Regeni ha dato inizio ad una campagna mediatica per sensibilizzare anche altri paesi sulla vicenda che ha coinvolto il figlio ricercatore, appellandosi ad Amnesty International e al direttorio dell’università di Cambridge per cui Giulio svolgeva l’attività di ricerca. Un appello che – pur non ottenendo sempre i risultati sperati – ha senza alcun dubbio sfruttato le correnti della globalizzazione per portare più lontano possibile la storia di suo figlio, arrivando anche al New York Times che con un editoriale durissimo accusava l’Egitto di “avere le impronte digitali dell’apparato di sicurezza sul corpo del reato”.

Il giorno 29 giugno è stata invece presa una importante decisione riguardo la cessione di parti di ricambio per gli F-16 in dotazione all’Egitto, la fornitura è stata bloccata tramite voto del Senato con 159 voti favorevoli, 55 contrari e 17 astenuti, il governo si era rimesso al parere dei senatori per potersi avvalere del supporto parlamentare in questa delicata decisione. L’Egitto dal canto suo ha immediatamente protestato temendo ulteriori ripercussioni nell’immediato futuro, ma stando alle parole del senatore del Partito Democratico e relatore dell’emendamento on. Gian Carlo Sangalli questa decisione non doveva essere vista come un atto di ostilità verso il governo al-Sisi.

Continuare a tenere alta la pressione sulla vicenda è dunque intenzione dell’esecutivo, che certamente è stato costretto ad intraprendere una battaglia scomoda fatta di interessi e valori democratici, perché la morte di Giulio non è più semplicemente un delitto irrisolto, ormai il risultato da raggiungere è anche una affermazione dei valori democratici e liberali che l’occidente si suppone debba e voglia rappresentare. Questa vicenda almeno ad oggi ha risollevato la questione dei così detti “stati canaglia”, una lunga lista di governi più o meno legittimi che sempre di più pongono davanti alla nostra cultura un dilemma secolare che sembravamo aver superato: la ragion di stato supera i diritti dell’individuo? E la verità dei fatti equivale sempre alla procedura del perseguimento della giustizia? Se la prima questione rimane aperta al dibattito, la seconda sembra aver ottenuto già una risposta.

Tommaso Ceccarelli

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