Un infiltrato al Primavera Sound

Ci sono cose che, quando ti capitano, puoi solo pensare “Ok, a questo giro la botta di culo è arrivata anche per me”. Mi è successo quest’anno, quando ho avuto modo di andare a suonare al Primavera Sound con il mio gruppo.

Per chi non lo sapesse (mi auguro nessuno, in caso contrario tornate a vivere in questo secolo e guardatevi un po’ intorno, che diamine) il Primavera Sound di Barcellona è annoverato tra i tre principali festival europei, insieme allo Sziget di Budapest e al Glastonbury Festival di, beh, Glastonbury. Si tiene ogni anno nella splendida cornice del Parc del Fòrum, un’enorme area adagiata sul litorale all’inizio dell’Avinguda Diagonal; in pieno centro cittadino, è stata creato nel 2004 dal recupero di un’area industriale e da allora ospita alcuni dei principali eventi e festival all’aperto della città catalana. Oltre agli eventi principali nel Parc del Fòrum, ci sono altri palchi e punti d’interesse sparsi per la città; uno dei principali è il CCCB (Centre de Cultura Contemporània de Barcelona), proprio di fianco al museo di arte contemporanea cittadina MACBA. Il CCCB ospita anche l’area dedicata agli addetti ai lavori, che prevede una serie di conferenze, incontri e tavole rotonde tenute da e per i professionisti del settore musicale, i quali si danno appuntamento lì da tutta Europa.

Quest’anno il Primavera, che si è tenuto dall’1 al 5 giugno, ha fatto registrare – come ogni anno, del resto – il suo record d’ingressi: circa 200mila persone hanno assistito ai 316 concerti e dj set dell’edizione 2016, i cui headliner erano personaggini del calibro di Radiohead, Sigur Ròs, PJ Harvey ed LCD Soundsystem. Questo è il tripartito resoconto della mia fortunata esperienza come insider.

PUNTO 1 – Considerazioni generali

Da dove partire per raccontare centoventi ore di un’esperienza musicale tra le più intense disponibili sul mercato?

Innanzitutto mi sento di spezzare una lancia nei confronti dei cugini spagnoli, che solitamente non apprezzo un gran che, per quanto riguarda l’organizzazione. Ogni concerto inizia con non più di due minuti effettivi di ritardo sull’orario previsto; le folle oceaniche di persone che sciamano da un palco all’altro sono ordinate e tranquille, instradate dagli addetti alla sicurezza, più vigili e all’erta che mai nel clima da post-Bruxelles; gli omini della Heineken, sponsor ufficiale del festival, sono dappertutto, pronti a soddisfare le gole assetate con il barilotto di birra che portano sulla schiena; mille stand di cibo caldo, freddo, unto, vegan, etnico fioriscono per il Fòrum, tutti con tariffe dignitose; aree relax e personale sanitario sono ovunque.

Questo per quanto riguarda gli spettatori. Ma anche l’organizzazione interna è straordinaria. Ogni palco, anche il più sfigato (anche se nel caso del Primavera il concetto di “palco sfigato” è praticamente inapplicabile), ha uno stage manager scrupolosamente preparato, munito di scheda tecnica e stage plan aggiornati. Il personale di palco e i fonici sono cortesi, veloci e di una professionalità impeccabile, e anche la backline e la strumentazione fornite ai gruppi sono allo stato dell’arte. I trasporti riservati alle band da e per il festival sono puntualissimi e pratici. Le aree vip disseminate per il festival, alle quali è possibile accedere con il pass apposito (circa 100 euro in più del biglietto standard), consentono la visione dei concerti in un’atmosfera più tranquilla della bolgia sottopalco, e – cosa ben più importante – la birra e il cibo sono fortemente scontati.

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Il braccialetto dei vips

Unico neo, anche se non direttamente imputabile all’organizzazione del festival, è il ritorno a casa. Intorno alle 3 di notte, quando finiscono i concerti principali, migliaia di persone si avviano verso la città per tornare ai propri alberghi/ostelli/appartamenti/furgoni: ciò provoca immancabilmente un ingorgo tipo esodo dall’Egitto davanti alla fermata dei taxi. Vi assicuro che un’ora e mezza di coda in piedi, dopo otto ore di festival, non è il massimo, soprattutto perché bisogna improvvisarvi sbirri per evitare che gli stronzi (sorpresa, non sono tutti italiani) cerchino di scavalcare la fila e di accaparrarsi il taxi appena arrivato. Che serva da monito per le future generazioni: se andate al Primavera, noleggiate una bicicletta.

PUNTO 2 – Live report

Purtroppo (?), dovendo suonare, ho avuto relativamente poco tempo per vedere dei concerti, anche perché molti live sono in contemporanea e quindi si è perennemente costretti ad operare scelte dolorosissime tipo: Tame Impala o John Carpenter? Floating Points o Explosions in the sky? Mi guardo il gruppone famosissimo o vagolo per i palchi minori cercando di scoprire cose nuove?

Nonostante tutto questo, in tre giorni di festival ho visto abbastanza roba da rendere impossibile un dettagliato resoconto di tutto, quindi mi limiterò a un breve commento per ciascun live.

DAY ONE

Air – A sorpresa, ingessati e un po’ noiosi. Nessuno si aspettava il pogo su Sexy Boy, ma potevano almeno fare finta di divertirsi.

Explosions in the sky – Musicisti straordinari, belle atmosfere, live molto curato. Però che due palle.

Tame impala – Sarò leggermente influenzato dal fatto che sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, ma Kevin Parker e soci (dei quali ho già parlato qui) propongono come sempre brani splendidi e un live spaccaculi che, avessi un altro orientamento sessuale, mi farebbero venire voglia di limonare quel rospo di un australiano. In più, Elephant dal vivo è clamorosa.

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Un Kevin Parker a malapena riconoscibile

DAY TWO

Beirut – Li conoscevo poco; adesso mi piacciono un casino. Raffinati ed emozionanti.

Radiohead – Eh beh. Cosa si può dire? I ragazzi di Oxford suonano due ore, ti prendono il cuore, te lo tritano e te lo rimettono a posto – e tu li ringrazi per questo. In apertura Burn the Witch, in mezzo il delirio (aiutato da splendidi visual, di quelli che ce se capisce e nun ce se capisce ma ti piacciono comunque da morire), in chiusura Creep, che dicono latitasse da circa sette anni. Molti hanno pianto.

Animal Collective – Su uno dei palchi più belli, il Ray-Ban stage, ha luogo il concerto/happening/esperienza psichedelica tra i più bizzarri che abbia mai visto. Ne guardo mezz’ora, poi prendo coscienza del fatto che non ho abbastanza droga in corpo per godermelo a dovere e me ne vado.

DAY THREE

Pusha T – Il rapper di NY e patron della GOOD Music dà al pubblico esattamente quello che mi aspettavo: un buon live rap dei più classici. Non essendo un frequentatore dell’ambiente, apprezzo l’arte ma non lo spettacolo.

Sun glitters – Il giovane producer portoghese propone un set quasi ambient, tanto per la sua capacità di instaurare una bella atmosfera tra i presenti (che infatti reagiscono prendendosi piuttosto bene) quanto per la sua incapacità di produrre una traccia, una melodia, una sequenza in grado di farsi ricordare.

Moderat – Questo sì, era un concerto che aspettavo da un sacco di tempo. E puntualmente si è rivelato una mezza delusione. I tre berlinesi mettono su un live quasi da discoteca, in cui i pezzi si allungano, i bridge e le reprise ritornano più volte, gli intro si sprecano e, in generale, la forma canzone dei brani da quattro minuti che tanto mi erano piaciuti viene sacrificata. Scelta più che condivisibile, ma che personalmente ho apprezzato poco. Ulteriore nota di demerito, l’uscita di scena sembra quella di una recita delle medie, tra selfie scattati dal palco, saltelli, inchini e ripetuti “thank you Barcelona” pronunciati in durissimo accento teutonico. Un po’ una buffonata.

PUNTO 3 – Menzioni speciali

Se, per motivi di spazio, ho dovuto limitare il live report, non posso però esimermi dal segnalare tre concerti che mi hanno colpito particolarmente, uno per giorno.

LCD SOUNDSYSTEM

Già di partenza li amo. La prima volta che ho visto il video integrale del loro concerto d’addio, al Madison Square Garden di NY, non mi vergogno di ammettere che avevo i lucciconi quando alla fine sono partiti i palloncini bianchi. Quando ho saputo della reunion ero al settimo cielo, e ancora di più quando ho scoperto che avrebbero suonato al Primavera. Per questo, nonostante suonassero all’una e dieci e io fossi stremato da dodici ore di macchina in notturno, me li sono visti dal pit sotto il palco dall’inizio alla fine.

E oh, ragazzi. Che figata. Quando il ciuffo sbarazzino di James Murphy, quello splendore di Nancy Whang e compagni hanno attaccato con Us v Them e una gigantesca palla da discoteca è calata dall’alto del palco, riflettendo lame di luce per tutta l’arena fin sulle facciate dei palazzi di Barcellona… Avrei voluto arrampicarmi sulle teste della gente, sulla struttura del palco e spiccare il volo sul Mediterraneo lì davanti. I can change, Tribulation, l’arroganza di Yeah, Losing my edge, e poi arriva New York I love you, but you’re bringing me down e tutti nella folla cantano, e il concerto si chiude alle 2 45 del mattino con All my friends e un gruppo di ragazzi italiani di fianco a me si abbraccia e piange ed è tutto bellissimo.

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Un gruppo con le palle

Perché quello che traspare dai dischi e dal live degli LCD Soundsystem è questo: sono solo un gruppo di amici, una bella balotta come si dice a Bologna, che si diverte da morire a fare quello che fa, ed è profondamente grata al pubblico che gli sta davanti perché dà loro la possibilità di continuare a farlo.

Quindi adesso, per favore, andate e guardatevi questo video del loro concerto, perché vi svolterà la giornata.

LAST SHADOW PUPPETS

Arrivo dal trip degli Animal Collective, ho voglia di qualcosa di più rassicurante e mi dirigo quindi verso l’H&M stage, dove suonano Miles Kane e Alex Turner con i loro Last Shadow Puppets. Da vecchio e sfegatato fan degli Arctic Monkeys, sono convinto che qualsiasi cosa tocchi lo stronzetto di Sheffield diventi oro zecchino, ma i LSP non mi hanno mai convinto del tutto. Non sono comunque minimamente preparato a quello che sto per vedere.

Se qualcuno ha presente Turner all’inizio della sua carriera, se lo ricorderà come un ragazzetto inglese di periferia, un po’ timido sul palco. Quello che si dimena ora sul palco del Primavera è un manzo in canottiera, fazzoletto al collo, pantaloni a zampa d’elefante troppo corti e scarpe bianche di pelle, fatto come un budino e con un complesso di Dio evidentemente fuori controllo.

Penso: “Ok, l’abbiamo perso”.

La musica, con il suo lirismo esagerato e la sezione di archi, fa da pomposo e adeguatissimo sfondo a uno spettacolo tra l’imbarazzante e l’esilarante, in cui due ego clamorosi si agitano, si buttano per terra, fanno le mossette con le mani, simulano vistosi amplessi con le chitarre, le spie di palco, le aste dei microfoni e in generale tutto ciò che si trova loro intorno. A un certo punto, potrei giurarlo, Alex Turner si stava scopando la Terra, e intendo proprio il pianeta con tutti i suoi abitanti. Mi sento violato nell’intimo. A supporto delle mie parole porto questa prova video, e allego foto prima/dopo per documentare l’involuzione di un uomo in qualcosa che fa rimpiangere Elvis in fondo alla sua parabola discendente.

Before:after
Il tracollo

SIGUR ROS

Qui si torna sullo splendido. Come ha fatto un gruppo di disadattati nordici che cantano in islandese a raggiungere le vette della musica mondiale? Semplice, scrivendo dei pezzi straordinariamente belli e mettendo su un concerto dal vivo che lascia le lacrime agli occhi.

Se devo essere sincero, non conosco una loro singola canzone. Ma quello che hanno messo in piedi sul palco del Primavera Sound è incredibile. La musica e i visual, elaboratissimi e mai banali, con dei giochi di laser complicati e suggestivi, concorrono a formare un’atmosfera che ha catturato qualche decina di migliaia di persone, ha incollato i loro occhi al palco e ha impedito che un singolo uomo se ne andasse per tutta l’ora e mezza di durata del concerto. Sembra che gli alieni siano sbarcati a Barcellona, e che non solo vengano in pace, ma che portino in dono qualcosa di magnifico ad ognuno di noi. Voto 10.

Concludendo: non posso fare a meno di paragonare quest’esperienza con lo Sziget festival, unico altro grande festival europeo che ho avuto modo di vedere. E, nonostante sia stato splendido vedere David Guetta che sparava colonne di fuoco sul megapalco in mezzo al Danubio, mi spiace dire che Barcellona batte Budapest a mani basse. Non tanto per la qualità dei live, il cui giudizio oltre un certo punto entra nel dominio della soggettività, quanto per l’atmosfera che si respira, il modo in cui tutto funziona come un orologio svizzero (in Spagna!!!) e, soprattutto, la totale centralità della musica. Allo Sziget, infatti, un sordo potrebbe passarci una settimana e divertirsi come un matto: le giostre, il fiume, il campeggio, la figa la gente, tutto concorre a creare un grande paese dei balocchi, il cui centro è sicuramente la musica ma in cui il contorno è vario e interessante.

A Barcellona no. La gente alloggia in città, e quando arriva al Parc del Fòrum può solo piazzarsi davanti a un palco e ciucciarsi ore di alcuni dei migliori concerti che il mondo offre. E questa cosa è così bella che a un certo punto smetti anche di fare caso al male ai piedi.

 

Giovanni Ruggeri

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