EuroCorner 2: I Vichinghi moderni, a.k.a l’Islanda agli Europei

Così l’Islanda si è presentata al primo torneo internazionale della sua storia, fermando una delle favorite, se non per la finale, almeno per un posto alle semifinali. Alla vigilia infatti nessuno, o quasi, pensava che il girone potesse essere un problema per i lusitani, che avrebbero spiccato il volo verso la vetta aiutati anche da un tabellone abbordabile. E invece i freddi islandesi hanno detto no. Hanno detto che quel volo verso la vetta vogliono essere loro a spiccarlo, hanno mostrato che il girone F, sicuramente il girone più hipster di tutti, deve essere loro. Gli avversari, Austria ed Ungheria, con questi ultimi in testa al gruppo, non sembrano all’altezza. Il passaggio del turno sembrava prima un miraggio, ed ora è praticamente cosa fatta. Ma è un miracolo, o l’Islanda in realtà non è una sorpresa?

E’ ovviamente una domanda retorica. Se la risposta fosse “Sì, Marco, è un miracolo” l’articolo finirebbe qui e tutti a casa. Ed invece no. Non è un miracolo. E’ un intero sistema calcistico che si muove e lavora in funzione della Nazionale, perchè lei e non un club piuttosto che un altro abbiano gloria internazionale. E l’Europeo è solo il primo frutto di una politica mirata sul calcio nazionale islandese.

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Ascia in una mano, scudo nell’altra, drakkar sotto i piedi e si va a bruciare monasteri, rapire donzelle e segnare al Portogallo

Partiamo da qualche dato. L’Islanda. Da costa a costa dista circa trecento chilometri dalla Groenlandia, cinquecento dalle isole Faer Oer e quasi mille dalla Norvegia. Ha 300mila abitanti (Bologna ne ha 380mila, l’Islanda è più o meno Catania), di cui un terzo vive nella capitale, e due terzi nel suo comune. Il 7% dell’intera popolazione islandese ora si trova in Francia, per seguire gli Europei. Ha una densità di tre abitanti per chilometro quadrato (per rimanere su Bologna, ci sono 2408 abitanti nello stesso chilometro quadro). Il clima non è così terribile come si possa pensare. D’estate si sta intorno ai 13°, mentre d’inverno, nella parte più abitata, si va dagli 0° ai -10°, grazie alla corrente del golfo. Nella parte settentrionale fa un pelino più freddo (-25° o -30°), ma il problema principale è il vento, sempre presente. Come si può solo pensare di allenarsi, o anche banalmente di far crescere l’erba necessaria ad un campo di calcio? Adattandosi.

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L’Islanda in un qualsiasi giorno invernale

Negli ultimi anni in Islanda sono stati costruiti decine e decine di impianti sportivi al coperto, riscaldati con l’energia geotermica e di erba sintetica, in modo da non interrompere mai la brevissima stagione sportiva. Il campionato infatti dura cinque mesi, da maggio a metà ottobre, in cui giocano tutte e 75 le squadre che compongono le prime cinque categorie del campionato islandese. L’Urvalsdeild, la Serie A, ha 12 squadre partecipanti, tutte con campi sia indoor che all’aperto. Ma non solo le grandi d’Islanda hanno i campi coperti. Buona parte dei club, anche amatoriali, giocano riscaldati per tutto il buio anno del nord. Questo ha portato la popolazione islandese ad interessarsi non più solo passivamente al fòtbolti. Hanno aperto numerose scuole calcio, in ogni parte dell’Islanda. Sì, anche dove sono -30° e tira un vento che rende difficile mettere le bandierine ai calci d’angolo, o anche sopravvivere.

Ma una volta che si hanno attirati i giovani, bisogna allenarli. In Italia, la probabilità che il tuo primo allenatore sia un dilettante, o uno che lo fa per hobby o come secondo o terzo lavoro è molto alta. In Islanda, la probabilità che il tuo primo allenatore, e si parla di giovanissimi, sia un professionista, con patentino e vari titoli accademici, è del 95%. Dato nazionale. C’è un allenatore ogni 500 abitanti circa, e dal 2002 tutti questi hanno conseguito il patentio UEFA, A o B. Il che significa che tu Ísgerður, mamma di Thorberg (tra l’altro, esiste una stupenda legge secondo cui non si può chiamare un figlio con nome straniero, a meno che questo nome non venga approvato dal Consiglio Islandese dei Nomi, e quindi contenga solo lettere esistenti nell’alfabeto islandese e possa essere declinato secondo i casi), che vive a Vopnafjarðarhreppur, ha le stesse possibilità che suo figlio venga allenato da un professionista di una mamma di Reykjavik, a circa seicento chilometri di strada di distanza. E come se non bastasse, entrambe le mamme sono incentivate a portare i figli a calcio, da un lato perchè lo sport fa bene, e dall’altro perchè lo stato rimborsa il 50% delle spese sostenute dalle famiglie per questo sport, nonostante la crisi economica che ha devastato l’economia del paese.

Unite tutti questi elementi come fossero i puntini dell’enigmistica. Il disegno che ne esce è un settore giovanile di primo livello, capace di ramificarsi in tutto il territorio e da un lato scovare i giovani talenti e dall’alto crescerli con coscienza. Ma crescerli per cosa?

Per un unico obiettivo comune: la Nazionale. A livello di club infatti, tutti gli investimenti sulle infrastrutture e sulle capacità dello staff non ha aumentato il prestigio europeo dei club islandesi. Le prime due squadre islandesi che si incontrano nel Ranking Uefa per Club, l’Hafnafjordur ed il KR Reykjavik, sono rispettivamente al 241 e al 242 posto. La Nazionale al contrario è salita dal 131^ dove si trovava nel 2012 per arrivare prima fino al 23^ posto della classifica FIFA, per poi assestarsi intorno alla 30^ posizione. Per capirci, mentre scrivo questo pezzo, la nazionale islandese è davanti alla Svezia, alla Costa d’Avorio, al Ghana e alla Danimarca. Questo grazie a giocatori cresciuti sì in Islanda, ma che hanno abbandonato il campionato locale per saltare oltremare fino in Scandinavia, tappa intermedia quasi obbligata per i giocatori islandesi. Due esempi nostrani: Birkir Bjarnason, il biondo di Pescara, oggi titolare nel Basilea e autore del gol qui sopra, ha giocato in Norvegia prima di saltare in Belgio ed in Abruzzo, mentre Emil Hallfredsson ha vestito la maglia del Malmo prima di volare a Reggio Calabria. Esistono delle eccezioni (e di primo livello), ma all’incirca tutte le aquile islandesi spiccano il volo solo quando sono pronte.

Nel 2011 per la prima volta nella storia la nazionale islandese Under 21 si è qualificata per l’Europeo di categoria, dietro la Repubblica Ceca ma davanti alla Germania, uscendo comunque ai gironi. Per quello del 2015 invece si è fermata solamente agli spareggi, con un doppio pari contro la Danimarca. Il sistema dunque è partito dai bambini ed è progredito attraverso gli adolescenti, che a loro volta avevano cominciato nel bel mezzo del nulla, ma sempre con un allenatore professionista. Molti di quegli adolescenti ora compongono l’ossatura della Nazionale maggiore. E la cosa che rende questa nazionale molto simile ad una squadra di club è che tutte le formazioni, dall’Under 15 alla maggiore, giocano con lo stesso modulo e stesso sistema (Barcelona, do you say?). Il 4-4-2 è dogmatico, con una punta forte fisicamente ed un’altra abile a girare intorno.

La Nazionale maggiore è dal 2012 allenata da Lars Lagerback, che ha accettato in pieno il sistema statalizzato islandese. Solamente agli spareggi, ancora una volta, l’Islanda non è riuscita a qualificarsi per il mondiale sudafricano, a cui invece è andata la Croazia, che non ha nemmeno superato il girone. Così il CT ha pescato ancora nelle giovanili, trovandosi però ad affrontare un girone di qualificazione all’Europeo ancora più difficile rispetto a quello mondiale. Ma la conoscenza dei giocatori sia fra loro che del modulo ha reso tutto molto più facile, e l’Islanda è riuscita ad arrivare seconda, alle spalle della Repubblica Ceca, ma davanti a Turchia (qualificata come miglior terza, a dimostrazione di un girone molto complicato) e Olanda, battuta sia all’andata che al ritorno ed eliminata dalla competizione europea. Sigurdsonn, una delle due eccezioni di cui sopra, passato direttamente dall’Islanda all’Inghilterra, è stato capocannoniere del girone con sei reti, mentre Sigthorsson ne ha segnati tre e Bjarnason e Gunnarsson due a testa. Tutti questi giocatori facevano parte dell’Under del 2011.

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Una squadra molto giovane (l’età media si aggira sui 27 anni, con gli ultratrentenni che si contano sulle dita di una mano) è compensata dall’esperienza, anche internazionale, di un trentasettenne: Ejdur Gudjohnsen, il giocatore probabilmente più famoso d’Islanda. E’ stato capitano della Nazionale, ed è tuttora il miglior marcatore (25 reti). Ma ormai il suo apporto è limitato: solamente tre presenze in qualificazioni, condite da un gol, e Sigthorsson di reti ne ha già segnate 20, nonostante la metà delle presenze e gli undici anni in meno. In realtà Ejdur, ex Chelsea e Barcelona tra le altre, è lì perchè non sarebbe stato giusto che mancasse, al primo torneo internazionale della squadra, ancor più, dello stato che lui ha contribuito a far conoscere al mondo. E che ora l’Europa deve ritornare, se non temere come al tempo dei Vichinghi, almeno a rispettare.

Marco Pasquariello

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