L’evoluzione del terrorismo islamico nel sud-est asiatico

L’ISIS nell’ultimo periodo, tra perdita di visibilità e territori sfuggiti al suo controllo, non se la sta passando molto bene. Tuttavia, come ogni altra organizzazione terroristica, lo Stato Islamico non può essere confinato a un territorio in un mondo globalizzato e sempre connesso. Al-Qaeda negli anni 2000 aveva una sua base operativa anche nel sud-est asiatico, e oggi pare che l’ISIS sia subentrata alla vecchia organizzazione terroristica fondata da Osama bin Laden.

Come visto in un articolo precedente, il sud-est asiatico (l’area rappresentata dalla cartina sottostante) è una delle zone più complesse e articolate al mondo. Convivono: paesi in via di sviluppo, più di metà del commercio globale che transita nell’area, culture differenti, contese e dispute politiche. Tutte queste caratteristiche potrebbero minare la futura collaborazione nel combattere lo Stato Islamico in Asia. Può apparire strano che il terrorismo islamico riesca a penetrare in una zona tanto diversa dal Medio Oriente e così differente dal punto di vista culturale. Spesso si tende a dimenticare che la presenza musulmana nell’Asia sud-orientale è molto forte e radicata. Dopotutto, lo stato con più abitanti musulmani si trova in Asia e non in Medio Oriente: l’Indonesia ha più di 200 milioni di fedeli e Pakistan, India e Bangladesh poco meno. Solo dopo questi stati troviamo un paese del Medio Oriente: l’Iran con 70 milioni. Ad ogni modo la presenza musulmana in sé non costituisce la prova a priori della presenza dell’ala più estremista e violenta. È vero che al-Qaeda e i suoi cloni come l’ISIS sono riusciti a insediarsi spesso in aree dove la presenza musulmana è molto forte, ma per la maggior parte delle volte tendono a insediarsi dove gli attriti sociali e l’assenza di uno stato centrale minano le politiche anti-insurrezionali, costituendo così un terreno fertile per le organizzazioni terroristiche.

Il mondo del terrorismo islamico è molto variegato ed esistono diverse organizzazioni più o meno centralizzate. In Medio Oriente è presente l’ISIS che si è largamente sostituito ad al-Qaeda, Boko Haram in Nigeria e Abu Sayyaf che opera tra le Filippine e la Malesia. Quello che unisce queste organizzazioni non è solo l’ideologia, la violenza o il modo di agire; alcune di queste condividono le origini stesse del terrorismo moderno. Infatti, il terrorismo islamico del sud-est asiatico e in Medio Oriente sono figli della stessa madre: al-Qaeda. Diversi anni fa, entrambi i leader dell’ISIS e di Abu Sayyaf sono passati tra le fila di al-Qaeda, anche se non in contemporanea. Al-Baghdadi (leader dell’ISIS) si era unito all’organizzazione di Osama Bin Laden in seguito all’invasione americana dell’Iraq. Mentre, Abu Sayyaf che deriva da una costola del Moro National Liberation Front, quest’ultima creata da un filippino di nome Abdurajik Abubakar Janjalani (la cui storia rimane ancora oggi piuttosto oscura), il quale era tra le file di al-Qaeda durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Terrorismo nel sud-est asiatico

Abu Sayyaf è stata creata negli anni novanta e ha la sua area operativa nelle Filippine, ma il suo obiettivo è sempre stato quello di creare uno stato islamico nelle isole meridionali del paese. Le Filippine sono uno dei paesi più cattolici dell’Asia e il suo governo si è sempre opposto a questi gruppi estremisti, a volte con tecniche violente e con dubbi metodi di giustizia. Inoltre grazie alla fiorente economia filippina, Abu Sayyaf non solo ha trovato un terreno piuttosto arido per la sua penetrazione. Questa organizzazione terroristica è infine stata limitata dalla sua stessa struttura interna: troppo bloccata da stretti legami familiari, che da una parte ne ha ostacolato l’espansione e dall’altra ha però permesso di instaurare un legame molto solido tra i suoi collaboratori. Nonostante l’inefficiente organizzazione, il gruppo è comunque riuscito a farsi notare a causa delle sue azioni violente: i molti cittadini rapiti e svariati attacchi esplosivi, come quello del Superferry 14 che qualche anno fa aveva causato 116 morti.

Abu Sayyaf non è l’unica cellula terroristica in quest’area. Ultimamente anche l’Indonesia sta sperimentando una forte crescita del terrorismo di carattere islamico. Ma Jakarta ha dalla sua mezzi in parte inadeguati per contrastare questa minaccia. Infatti nel paese manca un vero e proprio codice legale contro il terrorismo. Nonostante questo, negli ultimi anni, l’Indonesia ha sviluppato una democrazia stabile e la crescita economica gli ha consentito di evitare conflitti sociali ma non può ritenersi al sicuro dal terrorismo islamico e in futuro avrà bisogno di aiuto da stati con molta più esperienza in materia, come gli Stati Uniti.

La violenza, ma sopratutto gli atti di pirateria marittima spesso collegati al terrorismo islamico per la loro fonte economica, ha portato diversi stati della zona a discutere per una profonda collaborazione. Così, il 4 giugno scorso i paesi partecipanti al summit del Shangri-La Dialogue (un forum politico internazionale sulla sicurezza in Asia) sembrano aver abbandonato la strada della sola soluzione militare, come gli USA in Iraq e Afghanistan, preferendo intraprendere una strada più votata alla collaborazione e all’integrazione. Certificato che la maggior problematicità dell’ISIS riguarda la diffusione ideologica, i paesi del summit hanno deciso di attaccare il problema da ogni lato, puntando su maggiori sforzi nel settore dell’educazione, condividendo informazioni e collaborando sui mari.

L’11/9 aveva segnato il giro di boa per il terrorismo islamico globale. Il supporto delle organizzazioni terroristiche del sud-est asiatico verso al-Qaeda aveva dato la scusa agli Stati Uniti per aprire il suo secondo fronte alla guerra al terrorismo. Ma a causa delle violazioni dei diritti dell’uomo e delle azioni brutali seguite alle invasioni di Afghanistan e Iraq (le prigionie di Guantanamo e Abu Ghraib), gli Stati Uniti si erano alienati parti del mondo musulmano, tra cui l’Asia del sud-est. Ora la situazione è cambiata e gli Stati Uniti hanno le risorse, ma soprattuto la possibilità di reintegrare totalmente la propria immagine in questo angolo del mondo.

La crescente debolezza dell’ISIS, ormai schiacciato dall’esterno su vari fronti, potrebbe portare a una dispersione del fenomeno terroristico che potrebbe insediarsi con cellule autonome in paesi occidentali, ma anche fornire addestramento a organizzazioni affiliate allo Stato Islamico, come nel sud-est asiatico. Ad ogni modo, con le lezioni apprese dal passato, gli stati attorno al Mar Cinese meridionali sembrano aver adottato soluzioni più profonde, coincise e votate alla cooperazione per contrastare un incalzante ISIS. Gli USA dalla loro parte possono dare un contributo significativo in termini di politiche e forze, grazie alla rinnovata credibilità trovata con l’amministrazione Obama.

Riccardo Casarini

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