Quando il Sud è più ricco del Nord: affinità e divergenze tra il compagno Ichino e noi

Ichino e i salari del Sud Italia

A scanso di equivoci: Andrea Ichino non mi sta simpatico, non mi piace il suo modo di porsi e trovo che molte delle sue ricerche, come questa sulla produttività del lavoro femminile, siano profondamente scorrette dal punto di visto etico, benché formalmente ineccepibili. È un personaggio singolare, con uno spiccato gusto per la provocazione, ma è anche uno degli economisti Italiani più conosciuti e rispettati al mondo, con un curriculum effettivamente impressionante.
Questo articolo nasce dalla sua ultima pubblicazione-provocazione, ovvero uno studio presentato al Festival dell’Economia di Trento, dove vuole dimostrare (insieme a Boeri e Moretti) come i salari in Italia siano altamente squilibrati, ma con una sorprendente prospettiva: il Sud guadagna molto più del Nord.

Lascio qui un’intervista completa ma vado a riassumere brevemente: a parità di salario nominale, ovvero il valore totale di Euro guadagnati, al Sud (i pochi occupati) stanno meglio poiché hanno un potere d’acquisto maggiore (ovvero i beni costano meno). Questa situazione poi è particolarmente accentuata per i lavoratori statali, con salari bloccati e fissati in maniera omogenea su tutto il territorio.

Si sostiene, in prima battuta, come questa sia semplicemente un’analisi della realtà ma si termina con una proposta per il governo: permettere, sul modello tedesco, alle imprese di deviare dalla contrattazione nazionale per avere salari potenzialmente diversi (e quindi, come vedremo, più bassi) rispetto a quelli fissati. In questo modo, dice Ichino, ci sarà maggiore equità tra le regioni, con il salario fissato in base al potere d’acquisto della zona di riferimento e alla produttività.

Quest’analisi mi trova parzialmente d’accordo: è  infatti indubbio come, per usare un esempio citato dall’autore, sia poco equo che “un insegnante di Milano guadagni quanto quello di Ragusa” visto l’enorme disparità del costo della vita tra le due città e lo studio in questione risulta particolarmente efficace per il Settore Pubblico.

Tuttavia nel complesso, ancor più se si considera il settore privato, alcuni elementi mi lasciano particolarmente perplesso.

Situazione tedesca

Nella sua ricerca il Prof. Ichino spiega come la situazione Tedesca sia sostanzialmente differente rispetto all’Italiana, con la Germania divisa in due macro regioni corrispondenti sostanzialmente alla storica divisione Est-Ovest, con l’ovest produttivo e ricco e l’est più arrancante.
Si suggerisce quindi la bontà del modello tedesco, che permette una maggiore equità. Si ha tuttavia una fondamentale questione che non viene presa in considerazione: in questo modo il gap tra le due regioni si sta accentuando, come per altro dimostrato dagli stessi dati della ricerca (che tra l’altro verte interamente sui salari reali e solo in questo passaggio si concentra sui nominali, nascondendo in un certo senso il problema e lasciando al lettore il compito del confronto più accurato).

Un ulteriore punto d’attenzione di questa raffronto è la base dati utilizzata; come principale indicatore del costo della vita si utilizza, giustamente, il prezzo delle abitazioni tra le varie province, ma se per la situazione italiana si utilizza il prezzo delle transazioni, per la Germania si prendono a riferimento i prezzi degli affitti, creando un confronto tra due variabili sostanzialmente ed economicamente diverse. Questa considerazione porta alla mia seconda perplessità su questo studio;

Metodologia utilizzata

La prospettiva d’ampio respiro di questa ricerca forza l’uscita dai rigidi schemi analitici solitamente utilizzati in microeconomia, passando al mondo macroeconomico e lasciando spazio ad assunzioni ad ampio impatto.

Si assume come detto che i prezzi degli affitti e quelli di vendita delle case siano valori interscambiabili quando non è necessariamente così.

Si ipotizza come i salari siano necessariamente fissati necessariamente sul livello più alto delle regioni del nord in modo da fornire una paga equa  ai lavoratori settentrionali e un surplus immeritato a quelli meridionali e si rigetta a priori l’ipotesi di un livello insoddisfacente per i primi (tralasciando, per altro, tutta la questione degli accordi di secondo livello).

Si discute di flussi migratori DA Nord A Sud come unici movimenti sociali in Italia, senza supporto di dati.

Ecco, appunto, i dati: come prassi negli studi accademici non vengono resi pubblici né i dataset (che sarebbero pericolosissime ed utili fonti per gli altri accademici e quindi per malvagi concorrenti, i dati si pagano! Ma questo è un’altra storia …), né il codice di compilazione della ricerca che permetterebbe di meglio addentrarsi in un’analisi formale di ogni ricerca. Sarebbe bello confrontarsi sui numeri, anche perché dalle immagini fornite pare che una casa a Terni sia più cara di una a Milano o a Roma.

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In rosso si possono notare le provincie più care d’Italia, mentre in blu le più economiche.

Eticità della ricerca

L’ultima mia perplessità rispetto a questo studio non è di carattere tecnico ma puramente soggettivo e personale: non credo il problema del Sud Italia sia costituito dagli alti salari (come per altro ammesso a margine anche da Ichino) ma di ben altra natura. Capisco che un accademico non possa occuparsi di ogni questione della realtà ma vorrei davvero tanto che si evitasse di dare consigli prendendo in considerazione solo una piccola parte della realtà, perché è un attimo scatenare una guerra tra poveri al posto di entrare in un circolo virtuoso.
Perché un articolo del genere suggerisce implicitamente (e l’intervista a corredo lo fa esplicitamente) come siano da eliminare le contrattazioni nazionali per una maggiore equità, senza tenere in considerazione che in Italia non esiste salario minimo (una tra le poche nazioni OCSE a non averlo) mentre in Germania è posto a € 8,50 all’ora, che gli imprenditori e i sindacalisti italiani non sono sempre lungimiranti e un cambiamento del genere potrebbe portare a grosse storture, che si fa fatica a vivere a Milano con 1000 € al mese e che forse la stessa cifra a Ragusa è giusta, anche se non equa.

Ma queste sono ovviamente considerazioni personali, non scientifiche e non supportate dai dati, perché l’Economia questo, è una disciplina (Scienza?) basata sulle persone, non solo sui numeri e, a volte, sarebbe onesto e giusto ammetterlo.

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