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Benvenuti a Tripòli: nuove geografie elettorali in Italia

Si sono ormai spente le telecamere delle maratone televisive che, nella notte tra domenica e lunedì, hanno seguito lo spoglio del primo turno delle elezioni amministrative in oltre mille comuni italiani, tra i quali città come Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Cagliari e Trieste.
Esprimere fin d’ora sentenze definitive su vincitori e sconfitti appare prematuro, dal momento che di qui a due settimane si terranno centoventi ballottaggi in gran parte dei comuni più popolosi tra quelli coinvolti.
In attesa dunque del momento della verità, in programma per il 19 giugno, meglio procedere con ordine e limitarsi a qualche considerazione. Mi servirò, laddove necessario, degli studi elaborati dall’Istituto Cattaneo di Bologna, non soltanto per la loro tradizionale affidabilità ma anche per la becera ragione di lavorare nella scrivania a fianco.

Astensionismo: meno pianti in televisione e più numeri

Anche in questa tornata elettorale l’affluenza alle urne è calata, ed immancabilmente abbiamo assistito al ripetersi dei soliti refrain. Autorevoli commentatori hanno gridato al complotto, in ragione della calendarizzazione del voto al 5 giugno; altri si sono scagliati contro il voto in una sola giornata (ricordate le polemiche sollevate dalla possibilità di tornare ai seggi anche di lunedì?), altri addirittura hanno proposto di votare nei giorni feriali, perché nel week end “la gente va al mare”.
Sì, è vero, l’affluenza è calata di circa cinque punti rispetto alle Comunali 2011, ma è in linea con quella delle Europee 2014 – benché sia importante sottolineare che storicamente le Europee costituiscano la tornata più disertata.
Prosegue il declino, certo, ma non assistiamo a un crollo, specie considerando il basso profilo delle campagne elettorali condotte.
Più preoccupante invece è osservare che la perdita di votanti sia particolarmente significativa nelle grandi città del Nord ed in Emilia Romagna. Per quest’ultima in particolare, il segnale di disaffezione si aggiunge al flop delle Regionali 2014 – più che un campanello d’allarme una sirena per la classe dirigente di quella che era una culla di partecipazione politica e capitale sociale.
Servirebbe inoltre chiedersi come mai, nonostante l’ampliarsi dell’offerta politica potenzialmente in grado di veicolare il distacco dai partiti tradizionali, l’affluenza comunque cali, anzi colpisca talvolta significativamente anche elettori che alle Politiche 2013 si erano rifugiati, ad esempio, nel M5S. Che l’antipolitica colpisca anche chi la pratica?

Occhio, Matteo…

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Matteo Renzi, Giuliano Pisapia, Beppe Sala

Di sette comuni capoluogo assegnati al primo turno, cinque sono finiti a candidati del Partito Democratico – il quale peraltro si presenta in testa in dieci su diciotto ballottaggi, e guadagna un punto percentuale, rispetto alle scorse Politiche.
Ma Matteo Renzi, sì proprio lui, parla di sconfitta, e in effetti dalle città principali non arrivano buone notizie.
A Milano, Beppe Sala, dopo numerosi sorpassi e controsorpassi durante la notte, dovrà affrontare un ballottaggio pericoloso e incerto contro Stefano Parisi, candidato della destra unita. E perdere a Milano, specie dopo l’Expo, costituirebbe una cocente delusione.
Per Merola e Fassino, a Bologna e a Torino, qualcuno pronosticava addirittura una vittoria al primo turno. E invece i sindaci uscenti non hanno brillato: dal primo, benché abbia quasi doppiato la rivale al ballottaggio, era lecito aspettarsi il superamento della soglia del 40%, mentre gli undici punti di scarto sulla Appendino non mettono il secondo a riparo da clamorosi ribaltoni il 19 giugno.
Roma e Napoli, infine, meriterebbero approfondimenti specifici.
Giachetti sembra aver già ottenuto il massimo possibile, considerate le condizioni di partenza, mentre la Valente non è mai apparsa in partita, nonostante l’improvvida alleanza con Ala di Verdini (o meglio, anche in ragione di essa).
Ora la federazione di Napoli verrà commissariata, come commissariato fu il partito di Roma: bisognerebbe chiedersi tuttavia se questi interventi (tardivi) dal vertice possano davvero risolvere i problemi, talvolta storici, di una classe dirigente locale di cui un Renzi molto più premier che segretario non si occupa.
Guardando oltre i ballottaggi, tuttavia, al Nazareno potrebbe essere suonato un campanello d’allarme in vista del referendum costituzionale: aver trasformato una contesa potenzialmente semplice, se limitata ai temi della riforma, in un plebiscito dall’esito incerto, pare sempre più un azzardo.
A questo proposito è lecito domandarsi: gli esiti deludenti del PD alle amministrative sono dovuti all’aver rivolto energie e dichiarazioni al referendum e non alle campagne elettorali nelle città, o, al contrario, proprio prevedendo risultati negativi si è provato a sottrarre attenzione e peso politico a queste consultazioni?

Esultare per il giusto motivo

I leader dell’opposizione, da Salvini a Di Maio, gongolano per la sconfitta inferta al PD, ma così come l’entità della débacle dei democratici dipenderà dall’esito dei ballottaggi, altrettanto arduo è stabilire ora un reale vincitore di queste amministrative.
Il consiglio che rivolgiamo al Movimento 5 Stelle e alla destra è quello di gioire per i motivi giusti.

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Virginia Raggi e Alessandro Di Battista

Per quanto concerne i primi, affermare che “il vento sta cambiando” equivale a lanciarsi in proclami trionfalistici non dissimili da quelli di cui si accusa il rivale Renzi: rispetto alle politiche 2013 anche il M5S ha subito un arretramento (intorno al 4%).
I risultati di Raggi e Appendino sono senza dubbio ottimi (benché favorite l’una dall’affaire Marino e dalla divisione delle destre, l’altra dall’assenza di altre credibili alternative a Piero Fassino). Altrove però le cose non sono andate così bene: a Milano, a Bologna e a Napoli (dove i voti grillini sono confluiti più su De Magistris che sul candidato di bandiera) i pentastellati rimangono fuori dal ballottaggio, ed in numerosi centri non sono state nemmeno presentate liste.
Perchè gioire, dunque?
Innanzitutto per aver compiuto un ulteriore passo nel percorso di istituzionalizzazione, anche sul territorio, accreditandosi come attore fondamentale del nuovo sistema tripolare.
Secondariamente, per la grande opportunità guadagnata a Roma: dimostrarsi in grado di guidare il Campidoglio, sotto gli occhi dei cronisti confluiti da tutta Europa, costituirebbe la definitiva consacrazione del Movimento come forza in grado di governare il Paese.

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Silvio Berlusconi e Stefano Parisi

Venendo al centrodestra, sembrerebbero maggiori i risvolti critici piuttosto che quelli favorevoli: a Roma le divisioni hanno impedito a Giorgia Meloni l’accesso al secondo turno (dove probabilmente avrebbe avuto più chance di Roberto Giachetti), ed anche a Torino lo sgretolamento dello schieramento ha di fatto estromesso il centrodestra dalla competizione.
A Napoli e a Bologna, inoltre, i ballottaggi che vedranno impegnati Lettieri e Borgonzoni sembrano sostanzialmente senza speranza.
Ma se le fratture ai vertici tra una Lega in crescita ma non in grado di assumersi la guida della coalizione, ed una Forza Italia legata ad un leader in declino ma ostinato a giocare ancora le proprie carte, appaiono gravi, è pur vero che il centrodestra recupera voti rispetto al 2013 e che laddove sia stato presentato un candidato unitario, esso è sempre risultato il principale antagonista del PD.
In vista di un possibile ballottaggio nazionale, come previsto dall’Italicum, il centrodestra unito si dimostra particolarmente competitivo.

Tripòli, bel suol d’amore

No, con questo titolo non si vuole riecheggiare il tragico (e casereccio) trascorso imperialista italiano: ma celebrare la definitiva stabilizzazione di un sistema tripolare.
Tre sono ormai i poli in campo: un centrosinistra imperniato di fatto sul solo PD, una centrodestra competitivo se unito, un M5S ormai istituzionalizzato e concorrenziale, seppur a macchia di leopardo, ad ogni livello di governo.
Una matassa intricata e inedita, sbrogliata di forza dallo strumento del ballottaggio, ora alla Amministrative e in futuro anche alle Politiche, in ragione della nuova legge elettorale.
Difficile stabilire quale forza si presti meglio ad affrontare questo nuovo contesto, specie in ragione dell’alto astensionismo che rappresenta un bacino di voti potenzialmente enorme per chi riuscirà anche soltanto a recuperare i propri elettori disillusi.
Complessa sembra in particolar modo la situazione del PD, di fatto sempre presente al secondo turno ma potenzialmente in difficoltà nell’attrarre consensi dal terzo polo rimasto escluso – specie in vista di un eventuale secondo turno alle prossime Politiche.
D’altro canto l’analisi dei flussi proposta dal Cattaneo, tuttavia, sembra ridimensionare lo scenario paventato di un facile interscambio di voti tra centrodestra e M5S.
Eventuali convergenze, da leggersi chiaramente in chiave anti-Renzi, piuttosto che come avvicinamenti organici, saranno messe alla prova fin dal prossimo 19 giugno.
A giudicare dagli endorsement dei leader di partito, sembra probabile che parte dell’elettorato leghista (o di Fratelli d’Italia) possa sostenere i candidati grillini a Roma e Torino, mentre osserveremo curiosi se a Milano, Bologna, Napoli e Trieste gli elettori pentastellati restituiranno il favore.

Lo spazio a sinistra

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Stefano Fassina e Giorgio Airaudo

Airaudo a Torino, Rizzo a Milano, Fassina a Roma: se si esclude la buona performance di Coalizione Civica a Bologna, gli esperimenti di secessione a sinistra, che hanno visto componenti di amministrazioni di centrosinistra uscenti candidarsi in alternativa rispetto al vecchio alleato PD, non hanno funzionato.
Nonostante la presenza di alcuni esponenti noti a livello nazionale, lo spazio di manovra continua ad attestarsi al di sotto della fatidica soglia del 4% che fu de L’altra Europa con Tsipras, e prima ancora di Rivoluzione Civile o della Sinistra Arcobaleno.
Peraltro, nonostante gli stress costanti cui la segreteria Renzi sottopone quotidianamente parte dell’elettorato del PD, non si registrano, almeno nelle città analizzate, significativi flussi in uscita verso candidati a sinistra. Il malcontento, al contrario, sembra concretizzarsi nell’astensione o talvolta in un voto di protesta affidato al M5S.
Alla periferia dell’immaginaria città di Tripòli c’è dunque questa sinistra del 4%, ancora una volta di fronte alla scelta tra rappresentanza e governo.
Per quanto ci riguarda, ci limitiamo a segnalare che, laddove presenti, le coalizioni di centrosinistra hanno ottenuto ottimi risultati (Cagliari, Rimini). Ma ricucire lo strappo in atto, servirebbe intanto che da entrambi i lembi si smettesse di tirare.

Andrea Zoboli

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