I Busby Babes, la squadra spezzata

I’ll see you again my Red Devil friends
I’ll hear you around my door
Touching my life like so many memories before

I was a child and so easily led
You were the leaders of men
Now I doubt in my life if this ever happens again

Oh, how I cried when my mama said
Busby’s Babes, son, they’re dead

Oh how I remember that miserable day
When something was taken from me
Out on a snow covered runway in West Germany

Oh, how I cried when my mama said
Busby’s Babes, son, they’re dead

Queste sono parole del cantante inglese Iain Matthews, in ricordo di quella che fu la miglior squadra di calcio della storia inglese, tra le più grandi della storia. O meglio, lo sarebbe stata, se non fosse stata spezzata in un freddo pomeriggio del febbraio bavarese da un terribile incidente aereo. Era il Manchester United di fine anni Cinquanta, erano i Busby Babes.

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Matt Busby era un buon mediano tra le due guerre. Orfano di padre, morto nella Grande Guerra insieme agli zii, aveva militato per quasi dieci anni tra le fila del Manchester City, per poi passare fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale nel Liverpool. Al termine del conflitto, venne chiamato ad allenare il Manchester United, che da anni altalenava tra First e Second Division. Date anche le condizioni non proprio facili in cui si trovava tutta l’Inghilterra (Busby allenò per i primi anni i Red Devils sul campo dei cugini del City, perché l’Old Trafford era stato danneggiato dai bombardamenti nazisti), il tecnico si trovò a corto di uomini e mezzi. E così promosse tanti giovani dalla primavera, iniziando anche a cercare promesse nelle selezioni giovanili delle altre squadre. In particolare, si affidò a Joe Armstrong per la ricerca di talenti, e a Jimmy Murphy per la selezione e l’allenamento delle squadre giovanili. Durante la guerra, infatti, Busby aveva avuto modo di vedere Murphy allenare un gruppo di soldati per una partita, e lo aveva sentito motivarli. L’impressione fu talmente positiva che Murphy fu di fatto il primo a firmare un contratto dell’era Busby. I risultati non si fecero attendere. Nelle prime tre stagioni lo United si piazzò sempre secondo in classifica, portando a casa anche una FA Cup. Nel 1952 arrivò il primo scudetto, vinto con i primi frutti della sua politica giovanile, 41 anni dopo il precedente. Proprio mentre i Red Devils festeggiavano la vittoria, entravano in Primavera alcuni giocatori che avrebbero fatto di li a poco la storia della squadra.

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Il capitano del Manchester City, Cowan, presenta Matt Busby al futuro Re Giorgio VI prima della Finale di FA Cup del 1933

Ne cito due per farvi capire l’effettivo livello della squadra. Il primo è Robert “Bobby” Charlton, attualmente sir. Nato nel 1937, firma il suo primo contratto da professionista a quindici anni, visto mentre gioca proprio da Busby. Dopo un anno di Primavera, viene schierato continuativamente con la prima squadra. E’ attaccante, di solito esterno, ma può fare anche la prima punta.

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Il secondo è probabilmente il calciatore più promettente del momento, probabilmente già il più forte al mondo (Pelè sarebbe esploso solo qualche anno dopo). Stiamo parlando di Duncan Edwards, che esordì in prima squadra proprio l’anno dello scudetto, a sedici anni e 185 giorni. Idealmente centrocampista difensivo, poteva ricoprire – e lo fece – ogni ruolo del campo. Data la giovanissima età, Busby lo usava sia in prima squadra che in squadra primavera, spesso anche se le partite erano un giorno dopo l’altro. Per tre anni consecutivi con lui titolare la Primavera vinse la Youth Cup, di cui l’ultima tre settimane dopo la prima convocazione in Nazionale maggiore. Ma non furono i soli a crescere nel sistema di Busby. Tutti i giocatori che giocarono con la maglia rossa di Manchester dal 1954 erano stati comprati e cresciuti da Busby e Murphy. I portieri Harry Gregg e Ray Wood. I difensori Bill Foulkes, Geoff Bent, Mark Jones ed il capitano Byrne. I centrocampisti Eddie Colman, Jackie Blanchflower, Duncan Edwards, David Pegg, Ken Morgans, Albert Scanlon e Johnny Berry. Gli attaccanti Dennis Viollet, Bobby Charlton, Tommy Taylor e Liam Whelan. Nessuno in quel momento supera i trent’anni. Tanti non arrivano nemmeno a venti, e sono già la squadra più forte d’Inghilterra.

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Busby ed Edwards

Il Manchester United dominò la First Division nel 1955-56, bissando il successo l’anno seguente. Nel 1957 i Red Devils arrivarono alla semifinale della seconda edizione della Coppa dei Campioni, venendo eliminata solamente dal Real Madrid già campione e futuro bicampione, ed eliminando al primo turno l’Anderlecht grazie ad una vittoria in casa per 10 a 0. Alla fine della competizione Viollet e Taylor saranno capocannonieri, rispettivamente con 9 ed 8 reti. Nello stesso anno Edwards, a 21 anni, arrivò terzo nella classifica del Pallone d’Oro, dietro ad Alfredo Di Stefano e al capitano della Nazionale inglese Billy Wright, e pari merito con il francese Raymond Kopa.

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La stagione 1957-1958 deve essere quella della consacrazione. L’obiettivo dichiarato è la Coppa dei Campioni, ormai l’unico trofeo che manca nella bacheca dell’Old Trafford. Il campionato è combattuto, ma lo United tra gennaio e febbraio segna sette risultati utili consecutivi, tra cui spiccano un 7 a 2 contro il Bolton e un 5-4 contro l’Arsenal, partita a cui assistono oltre 63mila spettatori. In Coppa Campioni i Red Devils hanno battuto la Stella Rossa di Belgrado a Manchester per 2 a 1, e dopo la gara con l’Arsenal partono verso la Serbia per il ritorno. La partita finisce 3 a 3, segnando il passaggio del turno per lo United, che affronterà in semifinale il Milan. Alla trasferta non partecipa Murphy, perché impegnato come selezionatore per la Nazionale gallese. L’aereo che li deve portare a Manchester, un Airspeed Ambassador, parte da Belgrado con un’ora di ritardo, perché Berry aveva perso il passaporto. Il volo fa scalo programmato a Monaco, ed i giocatori scendono dall’aereo mentre i piloti preparano la ripartenza. A Monaco nevica, ed i calciatori si mettono a giocare a palle di neve sulla pista. L’età media è di 22 anni. La pista è ghiacciata, ma poco prima della partenza viene pulita la parte di asfalto necessaria alla partenza. Il pilota, il capitano Thain, al primo tentativo non riesce a partire, e nemmeno al secondo. Il motore sinistro infatti non riesce a raffreddarsi, e si autolimita prima del surriscaldamento. Per il terzo tentativo Thain decide così di accendere il motore più tardi, per sfruttarne a pieno la potenza prima del blocco. Avrebbe potuto funzionare. A patto che la pista fosse stata tutta libera e sgombra dalla neve e dal ghiaccio. Altrimenti, era impossibile.

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L’aereo accelerò, ma al termine della pista scivolò sul ghiaccio, diminuendo la velocità abbastanza da non permettere il decollo, ma non abbastanza permettere la frenata. Il velivolo sfondò una recinzione, andando ad impattare contro una casa e poi contro un deposito di carburante, che esplose, avvolgendo l’aereo tra le fiamme. Su quarantaquattro passeggeri, sulla pista di Monaco morirono in 22. Morirono il copilota Rayment, uno steward, l’organizzatore del viaggio Bela Miklos ed un amico personale di Busby. Morirono otto giornalisti di testate di Manchester e nazionali. Morirono il segretario del club Crickmer ed i preparatori Whalley e Curry. Morirono Whelan, Taylor, Pegg, Jones, Colman, Byrne e Bent. Il portiere Harry Gregg, che non rimase ferito, tornò nell’aereo in fiamme e salvò alcuni suoi compagni ed altri passeggeri, tra cui Matt Busby. Anche Duncan Edwards venne estratto vivo dai rottami roventi dell’aereo. Subì numerose operazioni, ma la perforazione di un polmone gli fu fatale, e due settimane dopo quel sei febbraio del 1958, morì. Aveva 21 anni.

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La maggior parte dei sopravvissuti rimase bloccata a Monaco per le cure per intere settimane. Berry, Blanchflower, Morgans e Wood non si ripresero mai abbastanza per poter tornare a giocare. Matt Busby venne operato più volte per cercare di salvarlo, e ricevette due volte l’estrema unzione tanto sembrava critica la situazione. Appena fu in grado di parlare, registrò un messaggio che venne mandato in onda dagli altoparlanti dell’Old Trafford prima di una gara. Restò in ospedale, a Monaco prima e a Manchester poi, per più di un anno. La squadra venne guidata da Murphy fino alla stagione successiva, perdendo la finale di FA Cup, la semifinale di Coppa Campioni ed arrivando 9^ in campionato.

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Era la fine del ciclo, in realtà ancora agli albori, dei Busby Babes. Matt Busby, in quel lungo anno passato immobile in un letto, continuò ad incolparsi, a ritenersi responsabile di quelle giovani vite spezzate, solo per un suo sogno, la Coppa dei Campioni. Probabilmente arriva alla consapevolezza che deve vivere, deve continuare a lottare e sì, in definitiva deve vincere la coppa per loro. La squadra del resto c’è ancora. La Primavera è sempre ricca di talenti, alcuni dei suoi ragazzi vogliono (e possono) calcare ancora il campo di gioco. Il capitano diventa Bill Foulkes, che non ha riportato ferite nell’incidente. Ma solo nel corpo. Foulkes è uno dei testimoni più segnati dalla tragedia. L’aereo, che si è spezzato proprio sotto il suo sedile, lo ha catapultato fuori, lasciandolo seduto nel suo sedile ed ancora legato dalle cinture, ma a molti metri di distanza. E’ stato uno dei giocatori che è tornato nell’aereo in fiamme, per salvare quanti più fratelli possibile. Il giorno dopo, in ospedale, dopo aver visitato i compagni, chiese ad un’infermiera dove fossero gli altri. E lei fu costretta a spiegargli che erano morti. Da lì in poi Foulkes non riuscirà più a dormire e a mangiare, tanto da perdere peso fin quasi a non poter camminare. Proprio lui salvò Bobby Charlton, svenuto nell’impatto. Anche lui ritornò sul campo, ma poco a poco dallo stress subito perse tutti i capelli e, a detta di suo fratello, non sorrise più.

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La squadra cola a picco. Secondo, settimo, quindicesimo e diciannovesimo posto, rischiando per un pelo la retrocessione. Ma esattamente come c’era riuscito una prima volta, Busby riesce a ricostruire una squadra competitiva, praticamente sulle spalle di Foulkes, Charlton e Gregg, gli ultimi rimasti. Anche Gregg alla fine se ne andrà, ma solo quando si accorgerà che non c’è più bisogno di lui. In squadra è arrivata una nuova infornata di campioni. Sono sbarcati a Manchester nel corso degli anni l’irlandese Dunne, gli scozzesi Paddy Crerand, Dennis Law e David Herd e soprattutto il nordirlandese George Best. In quella squadra ci saranno in totale tre Palloni d’Oro.

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Esterno dell’Old Trafford. Sir Matt guarda, dalla nostra sinistra, Bobby Charlton, Dennis Law e George Best, i tre Palloni d’Oro, la United Trinity

Nel 1967 vince il titolo. Ma non è abbastanza. L’anno successivo, in Coppa dei Campioni, la squadra arriva in semifinale. Di fronte c’è il Real Madrid. All’andata vince lo United, in casa, grazie ad un gol di Best. Ma al ritorno pare non esserci storia, ed il Real va a riposo sul 3 a 1. Chissà cosa dica Busby ai suoi, o se magari non dica nulla, ma appena entrati in campo lo United si porta sul tre a due. E al 78′ Best si invola verso il fondo, e crossa. Il pallone viaggia verso l’area, ma non trova nessuno degli attaccanti. Al contrario, va dritto sui piedi di Bill Foulkes, il capitano, che segna il suo gol più importante, che porta la squadra in Finale. Di fronte, il Benfica di Eusebio. Al 90′, 1 a 1. Il gol lo ha segnato Bobby Charlton, l’altro, che se non fosse per Bill non sarebbe vivo. Ancora una volta non sappiamo cosa succeda in quello spogliatoio, ma lo United non può perdere. Sono in ventidue a giocare con la maglia dei Red Devils. Best, Kidd, ed ancora Bobby, per il 4 a 1 finale. Proprio Bobby e Bill, in lacrime, vanno ad abbracciare Matt Busby a fine partita. E’ fatta. I Busby Babes hanno avuto la loro coppa.

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Marco Pasquariello

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