L’Ucraina post-Maidan

In Ucraina il significato di “guerra a bassa intensità” rappresenta un terribile ossimoro: da quando ha preso il via la “operazione anti-terrorismo” nella primavera del 2014 per riprendere il controllo del Donbass, caduto in mano ai separatisti appoggiati dalla Russia di Vladimir Putin, hanno perso la vita più di 9000 persone, e gli ultimi dati raccontano di 1,5 milioni di persone costrette a lasciare le loro case.

Il primo accordo di Minsk, siglato nel settembre 2014 alla presenza dei vertici ucraini, russi e statunitensi, è stato un mero fuoco di paglia, e il secondo accordo, firmato nel febbraio del 2015, sta seguendo lo stesso inesorabile del destino. Nessuno dei due fronti ormai sta facendo sforzi per mantenere una tregua che si poggiava su un fragile equilibrio, anzi da mesi gli osservatori dell’OSCE presenti sulla linea del fronte riportano continui scambi di artiglieria, quando quest’ultima doveva essere ritirata dalla zona demilitarizzata in base agli accordi.

Il dramma dei soldati al fronte, delle condizioni nelle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, le difficoltà nella quale versa l’Ucraina del post-maidan, e il massacro dei civili sono totalmente scomparsi dall’immaginario popolare, “grazie” ai media nazionali ed internazionali che hanno dimenticato il fronte nell’est Europa, dedicando le loro attenzioni a zone più calde dal punto di vista della geopolitica come il Medio Oriente. Stessa cosa riguarda il fronte degli attori internazionali, a partire da UE e Stati Uniti, i quali hanno di fatto sacrificato l’Ucraina come agnello sull’altare della realpolitik per tenere buono Putin, mai come ora fondamentale per trattare sul futuro della Siria e grande protagonista sull’accordo per il nucleare iraniano.

L’unica certezza riguardante questa “proxy war”, o guerra ibrida, chiamata così da molti esperti in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia, è che i destini dell’Ucraina occidentale e delle zone secessioniste stanno prendendo strade sempre più diverse dal punto di vista dell’amministrazione politica e statuale. Nel Donbass, i ribelli appoggiati politicamente, economicamente e militarmente da Mosca hanno ormai contribuito a radicare quello che Danilo Elia sul suo blog “Montagne russe” ha definito un califfato di stampo sovietico-ortodosso. La Novorossya come centrale di pensiero di una nuova via del nazionalismo russo sta lavorando come un laboratorio politico dove la nostalgia per il passato sovietico si intreccia con l’idea di mondo russo e slavo in contrapposizione al decadentismo della società occidentale, nella quale la religione ortodossa gioca un ruolo fondamentale nel creare e cementificare questa visione politico-spirituale.

L’anti-liberismo e l’anti-occidentalismo hanno creato un clima repressivo dove sia i membri delle ONG e che gli attivisti della comunità LGBT sono sottoposti a durissime condizioni di vita, sullo stesso modello che ha visto la scure del Cremlino abbattersi in Crimea sulla minoranza tatara e su esponenti politici e della società civile considerati pro-Kiev. Dal punto di vista pratico però, le due entità ribelli poggiano su un potere decisionale meramente effimero, in quanto il vero potere è gestito dal Cremlino a Mosca. Putin ha in qualche modo “stabilizzato” la situazione sul suo confine occidentale, creando le condizioni per un “frozen conflict” che permetterà la risoluzione del conflitto solo alle condizioni imposte dal presidente dalla Federazione russa, mantenendo nel frattempo la sua ombra alle spalle di Kiev tramite l’arma del gas e l’impedimento di qualsiasi tentativo di Kiev di ottenere la membership comunitaria.

maidan protest
Un’immagine degli scontri a Maidan – Foto di Matthias Canapini

Dall’altra parte del fronte, a Kiev, siamo di fronte sempre più inesorabilmente alla teoria “del tutto cambi purché niente cambi realmente”: nonostante la rivoluzione di Euromaidan avvenuta tra il 2013 e il 2014 e la conseguente fuga del presidente filo-russo Viktor Janukovich, il paese, oltre ad un conflitto per cui l’esercito appare sempre impreparato e privo di armamenti ed equipaggiamenti adeguati, si trova ad affrontare i soliti problemi di una corruzione endemica, di una crescita economicamente inesistente e condizionata dai debiti nei confronti della Russia per quanto riguarda l’importazione di gas, e il ritorno in sella degli oligarchi, molti dei quali sostenitori del vecchio regime, o accusati, come nel caso del magnate del calcio Rinat Akhmetov, di avere finanziato per un periodo i ribelli anti-Maidan nel Donbass. Più in generale, non è cambiata la relazione tra il grande capitale e la classe politica. Lo stesso Poroshenko ha visto comparire il suo nome nella lista dei “Panama Papers” pubblicati all’inizio di aprile. Senza contare l’influenza che i clan criminali e i gruppi di potere locali esercitano sullo svolgimento della vita politica nel paese.

Il grande movimento di protesta che aveva portato una numerosa parte della popolazione a scendere per le strade di Kiev sta affrontando una fase di pericolosa regressione dovuta non solo al conflitto e alla perdita dell’integrità territoriale, ma anche al fallimento di tutte quelle speranze di costruire un modello di società più libero e più equo che erano scaturite durante quelle tragiche giornate. La rivoluzione che voleva portare il Paese finalmente dentro l’Europa sta affrontando lo spettro del fallimento anche proprio per la volontà della stessa Unione Europea di bocciare qualsiasi tentativo dell’Ucraina di richiederne la membership. Per non parlare degli Stati Uniti, grandi sostenitori della defenestrazione di Janukovich all’inizio, e ora sempre più distanti dalle vicende del paese, delusi anche dalle promesse non realizzate dell’amministrazione presidenziale di Kiev. L’Ucraina che guardava ad Occidente è stata sedotta ed abbandonata da chi la aveva inizialmente illusa, e ora si trova di fronte a un paese a pezzi, con un’integrità territoriale che forse non verrà mai ricucita, e un futuro legato a doppio filo con un passato che non vuole lasciare il testimone.

Mattia Temporin

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