purity frazen recensione

Franzen e la società della purezza

Sulle spalle di Purity Tyler, detta Pip, grava un debito universitario da centotrentamila dollari che non potrà mai ripagare col suo pessimo contratto da promotrice telefonica, una cotta impossibile per un enigmatico quarantaquattrenne molto sposato e ancora più fannullone e una madre passivo-aggressiva, priva di senso pratico e fornita di una dubbia passione per le torte di compleanno vegane. Un bel giorno un’attivista squatter troppo attraente e troppo reduce da un passato troppo difficile le offre un’opportunità troppo bella per poter essere declinata: la possibilità di uno stage ben retribuito presso la sede sudamericana del Sunlight Project, un’organizzazione clandestina Snowden-like che si propone di gettare luce sui misteri bui e cattivi dei potenti. Stuzzicata dalla possibilità di riscattarsi dalla sua noiosa e solitaria vita (da) precaria, Pip si butta a capofitto nel suo apprendimento da hacker e sul bel leader del Progetto, il carismatico Andreas Wolf.

Wolf vorrebbe fare della purezza il suo marchio di fabbrica, ma si tratta di una purezza talmente abbagliante da essere di un candore quasi fastidioso per Pip, che si sente immediatamente fuori posto. Bellissime stagiste dai nobili intenti scribacchiano sui loro Mac di ultima generazione, si occupano di crackare complessi sistemi informatici senza un capello fuori posto e senza un briciolo di ironia.
In uno splendido e selvatico paesaggio di ranocchie cantanti e albe sfavillanti, Franzen descrive il rapporto instabile e complicato che lega potere e segreti. Le tenebre imbarazzanti del passato di Andreas si legano alla ricerca disperata di Pip delle sue radici, in un romanzo di formazione che illustra dettagliatamente le regole ferree e patinate dell’odierna società dello spettacolo.

Vi è una correlazione angosciante fra lo spettacolo di quello che la voce narrante di Andreas identifica come Vecchia Rivoluzione e ciò che chiama Nuova Rivoluzione: tutto ciò che viene rappresentato e tutto ciò che viene scambiato è una mistificazione volta a giustificare e legittimare i rapporti di produzione vigenti. Secondo la logica dello spettacolo concentrato dell’ex DDR, la risposta a ogni domanda, piccola o grande, è il socialismo. Sostituendo socialismo con network si ottiene lo spettacolo diffuso, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione (e dalla pretesa) di definire ogni aspetto dell’esistenza. La fama è un fenomeno in eterna migrazione su internet, un luogo non-luogo la cui architettura concede manipolazioni, distorsioni e spiazzanti verità. Come nella vecchia, rassicurante DDR, i nemici possono essere ignorati oppure, paradossalmente, si possono accettare le asfissianti premesse sistemiche e aumentarne il potere e la diffusione prendendovi parte. La Rivoluzione è al contempo storicamente inevitabile e terribilmente fragile; nessun crimine o effetto collaterale imprevisto è così grave da non poter essere giustificato da un sistema che deve esistere tanto quanto può facilmente crollare. Questo sistema fa pensare al testo di Reeling in The Years degli Steely Dan: So you grab a piece of something that you think is gonna last, così afferri un pezzo di qualcosa che pensi durerà. Il vero fascino di una vita da rivoluzionario è la sicurezza dell’appartenenza, tanto nella Vecchia Rivoluzione quanto nella Nuova. Nella vecchia il cibo è cattivo, l’aria maleodorante, l’economia muore e il cinismo dilaga, ma la vittoria sul nemico di classe è assicurata. Nella nuova, solo le calotte glaciali scompaiono più in fretta della classe media, gli xenofobi vincono le elezioni e fanno scorte di fucili, ma abbiamo tutti un numero x di follower su Twitter e un profilo Facebook sfavillante.

In nessun caso conta poi molto che l’élite del potere sia costituita da un’umanità avida e brutale: in una società che adora il rischio ed esalta la “flessibilità”, il vero padrone sembra piuttosto essere il terrore che internet sprigiona. Se nella Repubblica i cittadini sono terrorizzati dallo Stato, sotto il nuovo regime è più terrificante lo stato di natura, uccidere o venire divorati, rimanere esclusi, essere resi e/o contribuire a rendersi impopolari. La vera caratteristica delle rivoluzioni che Franzen dichiara fasulle è la paura come prodotto della ragione, mentre l’intolleranza più completa verso ogni aspetto dell’irrazionale si appresta a sbarazzare la razza umana della propria perfettibile umanità attraverso l’efficienza dei mercati e la crudele razionalità delle macchine.

Uno dei talenti di Andreas Wolf, è quello di trovare delle nicchie insolite nei regimi totalitari: la Stasi gli permette uno stile di vita dissoluto e regolare, internet si rivela presto il suo migliore amico perché può funzionare facilmente come un’estensione del suo ego. Andreas mette in piedi una fabbrica di fama personale travestita da missione altruistica di smascheramento dei potenti, facendosi additare come benevolo e favoloso creatore di controcultura e di rivolte di tendenza, finendo per dipendere e incatenarsi al sistema che non può evitare di proteggere dalla cattiva pubblicità.

In quello che può essere definito come un sorprendente inno all’autoironia, Franzen evoca mondi che minacciano di esplodere e traccia la variante romanzesca della Società dello spettacolo. Debord trotterella su e giù nei capitoli di un romanzo di formazione straordinario, amaro in maniera colpevolmente piacevole.

I rapporti umani narrati sono difficili, alienati o sanguigni. La famiglia è una fonte di doveri e frustrazioni, genesi di vuoti e di meccanismi inceppati; laddove si tratta di rapporti che si scelgono, invece, sono una promessa da rinnovare ogni giorno, richiedono pazienza e il fastidioso fardello del libero arbitrio. Lo stomaco è il protagonista indiscusso dell’amore romantico, che da unica nota pura di certezza di innamoramento diventa gastrite. Gli uomini e le donne di Franzen sono costretti a contatti acrobatici dal loro naturale non capirsi: l’empatia è passeggera, se non completamente morbosa e mortifera.
Purity, che dà il nome al romanzo, è il risultato di complesse interazioni delle radici sconosciute del suo io ed è intrappolata in un miscuglio di pubblicità edulcorate e mezze verità, di bugie rassicuranti, fissazioni e ipotesi di complotto che diventano materiali, palpabili, maleodoranti.
Michiko Kakutani del New York Times ha definito Purity come il romanzo più agile, intimo e sicuro di Franzen. Sicuramente l’autore delle Correzioni sfoggia un linguaggio intelligente e caustico, quasi da pamphlet politico, che, miscelato a pagine quasi di diario, si legge in un fiato.

Sofia Torre

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