Dietro i carri armati: il Giorno della Vittoria vissuto a Mosca

MOSCA – Questo articolo nasce da una serie di spunti che sono sorti nel 2014, in seguito alla grande parata militare che ogni 9 maggio si tiene a Mosca per festeggiare la vittoria della Seconda Guerra Mondiale e celebrare il sacrificio del popolo russo contro i nazisti. Nel pieno del mio periodo di studio a Mosca, vedere una partecipazione di tale intensità mi ha particolarmente colpito, e ormai ho inaugurato la tradizione di sbirciare ogni anno  le immagini e i reportage entusiasti dei media russi che fanno capolino sul mio desktop. Con il passare del tempo mi sono trovato spesso a rimuginare sul perché tale ricorrenza mi abbia affascinato così tanto, oltre l’affezione che nasce per una città dove si è trascorso un lungo, spensierato periodo.

In prima battuta, direi la difficoltà di farsi un’opinione ragionevole su quello che è la Russia oggi. Da un lato c’è infatti una cultura antica, a tratti lontana, dove le relazioni tra le persone sono molto differenti da quello a cui noi, nella nostra visione eurocentrica, siamo abituati. Unita alla mastodontica dinamicità di una città come Mosca, La Mecca russa nelle parole di  Ryszard Kapuściński, non può che lasciare il segno su un figlio della provincia italiana. A questo si aggiungono la barriera linguistica rappresentata dal mio più che pessimo russo e la naturale riservatezza di un popolo che ne ha viste passare molte e che, nella sua componente più giovane, non ha forse ancora capito dove sta andando. Dall’altro lato ci sono le rappresentazioni, talvolta stereotipate, che abbiamo di una potenza “pesante”, in termini di controllo statale, apparato militare e di ruolo sulla scena internazionale. All’epoca si era all’apice delle polemiche sulle leggi sull’omosessualità promosse da Putin, la questione ucraina era già ben avviata e il rublo era ancora forte. Solo dopo qualche mese sarebbero arrivati il crollo del prezzo del petrolio, le sanzioni internazionali e l’intervento in Siria, la condanna di Navalny e l’omicidio di Boris Nemtsov.

In un contesto così complicato, dove tutto sembra ruotare intorno alla figura di Putin, un’enorme parata militare, carica di nazionalismo è esattamente quello che ci si aspetterebbe per consolidare il consenso verso una politica, interna e internazionale, tesa a riportare la Madrepatria al ruolo di protagonista che le compete. E così è in effetti: giorni di meticolosa preparazione, bombardamento preventivo delle nuvole onde evitare l’onta della pioggia e un dispiegamento di soldati impressionante.

Tuttavia, passeggiando in buona compagnia per Park Pobedy (il Parco della Vittoria, completato negli anni Novanta per celebrare le vittorie contro Napoleone e i nazisti), sono rimasto colpito dalla enorme e sincera partecipazione popolare nel ricordare quanto è stato, con un livello di coscienza che ai miei occhi è sembrato incredibile, e che sfugge allo schermo del televisore. Al di là della retorica voluta dall’alto, credo che il popolo russo abbia trovato un modo del tutto peculiare di incastonare la vittoria nel flusso, grandioso e temibile, di tutto quello che è successo nei settant’anni successivi, specie negli ultimi venticinque.

parata mosca 2016

Il primo pensiero, condiviso peraltro da un amico austriaco, è stato: “Ecco la differenza tra un paese che ha vinto la Guerra e uno che (fortunatamente) l’ha persa!”. La scena davanti ai nostri occhi era amena: giovani e persone di mezz’età orgogliosamente in giro con fotografie dei propri famigliari morti in guerra, veterani in divisa pieni di medaglie che, semplicemente seduti su una panchina, ricevevano un fiore e un grazie per il loro impegno e sacrificio di tanti anni prima da ventenni e bambini, piccole bande musicali che si aggiravano per l’immensa folla intonando la Katusha.

 La domanda è scontata: sarebbe possibile tutto questo da noi? La risposta ovvia è no: come già detto la guerra l’abbiamo persa per fortuna. Quello che abbiamo è l’incredibile esperienza partigiana antifascista partita dal basso, la cui memoria si scontra sempre di più con l’incapacità tutta italiana (mi dispiace dirlo, ma basta fare un salto in Germania per rendersene conto) di fare i conti con il proprio passato, e non solo relativamente alla Guerra Mondiale. Sinceramente non so cosa sia andato storto, ma alcuni errori di gestione politica e di formulazione intellettuale stanno spingendo questo patrimonio pericolosamente vicino al baratro del dimenticatoio.

Una seconda riflessione parte dalla constatazione dell’apparente triplo salto mortale intellettuale che permette ancora oggi un così fervido ricordo della vittoria in Russia. Certo, una vittoria di quel genere contro forse l’unico male assoluto del XX secolo è qualcosa che marchia indelebilmente a fuoco il DNA di una nazione, ma in questo caso si incastrano degli elementi aggiuntivi, non sempre complementari: i milioni di morti causati da una strategia del massacro, i quarantasei anni successivi in cui il sogno accarezzato di una società nuova è naufragato tra mille difficoltà e tradimenti, una lenta disgregazione, un decennio di caos politico, economico e ideologico, seguito da tre lustri quantomeno opachi se non autoritari sul piano interno ma di buona crescita economica. Ce ne sarebbe da far girare la testa a qualsiasi popolo, eppure il ricordo di quella tragica, sacrificale vittoria si è qui mantenuto, anche in questo contraddittorio turbinio. Contraddittorio perché, al di là dell’enorme parata militare, le vestigia di un passato duro sono recuperate anche dai giovani e dalle persone normali, come a dire “Anche se dopo è stato orribile, abbiamo salvato il mondo  e siamo ancora qua. Nonostante tutto, questo è parte della nostra identità e non lo rigettiamo”.

Ci sono delle ragioni che provengono dall’alto per spiegare questo, con il governo che cerca di rafforzare ulteriormente il nazionalismo, al tempo stesso strizzando l’occhio (in ottica Unione Euroasiatica) ai paesi vicini in nome di un glorioso gesto comune.  Ma molto sembra provenire anche dal basso: una grande vicinanza alle proprie radici storiche che per alcuni, non moltissimi, si lega a un sospiro per quello che è stato; una maggior abitudine al militarismo; una risposta a un mondo esterno percepito come ostile senza averne una ragione (e questa sensazione l’ho trovata molto forte, più forte di quanto me l’aspettassi); il fatto che comunque si è dalla parte giusta della Storia, o più umanamente il ricordo di un qualche famigliare morto.

La combinazione è stupefacente, il risultato ancora di più: un popolo che magari non ha ancora fatto i conti né con il proprio presente economico e politico né con il proprio recente passato, ma che sembra avere, nonostante tutto, un punto fermo in quanto accaduto settant’anni fa.

Roberto Mantero

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