Terremoto Friuli

Terremoto 1976: il Friùli (!) 40 anni dopo

Esattamente 40 anni fa, la sera del 6 maggio del 1976, il Friuli veniva colpito dalla prima scossa di quello che fu uno sciame sismico che si protrasse fino a settembre inoltrato, con repliche di intensità anche molto vicina al primo terremoto. Qualche numero, che fa sempre bene: 600.000 persone colpite, poco meno di 1000 morti, 100.000 sfollati, 45 comuni distrutti e quasi un centinaio danneggiati.

Ma al di là dei dati, ciò che colpì (e continua a colpire, ogni volta che la nostra sismica Italia si rende di nuovo conto di essere tale, vedi L’Aquila, l’Irpinia, l’Emilia) fu la rapidità e l’efficienza della ricostruzione. Si parla tuttora di ‘modello Friuli’ per un’opera di ricostruzione che in Italia non fu mai più eguagliata, per svariate ragioni, alcune francamente inspiegabili, dato l’enorme progresso tecnico da quell’epoca.

Di fatto accadde questo: venne nominato un commissario governativo a cui vennero concessi pieni poteri ‘in deroga a tutte le leggi’ (si tratta di Giuseppe Zamberletti, tuttora ricordato con affetto e gratitudine dalla popolazione), e la gestione dei fondi passò direttamente dallo stato alla regione. Dopodiché si attuò un ulteriore passaggio, in cui il commissario Zamberletti incaricò della gestione diretta dei fondi i singoli comuni, nella convinzione che i sindaci locali fossero i più adatti a sapere come e dove investire il denaro statale.

Vennero attuate strategie anche drastiche, come far diventare ‘opera pubblica’ un intero paese a suon di espropri, in modo da poter attuare la ricostruzione per anastilosi (“com’era, dov’era” fu il motto) di uno dei centri storici più belli del Friuli , quello di Venzone. Analoghi risultati, con altre strategie, vennero ottenuti in tutti gli altri paesi e cittadine colpiti, anche se numerose e autorevoli voci avevano sostenuto che fosse necessario radere al suolo i paesi e ricostruirli in posizioni più sicure (opinione diffusasi soprattutto dopo che, passata l’estate, tre nuove disastrose scosse attorno al 6° Richter conclusero l’opera di distruzione iniziata in maggio, facendo temere che la zona potesse diventare un enorme distesa devastata dalle frane).

Terremoto Friuli

Il terremoto, come altri disastri naturali in altre parti d’Italia, ha segnato un drammatico spartiacque cronologico nella regione. Avvenuto negli anni ’70, densi di importantissimi mutamenti nel tessuto sociale, il terremoto del Friuli ha in un certo senso ‘risvegliato’ un’intera popolazione, altrimenti abituata a subire in modo dignitoso ma sempre silenzioso qualsiasi cosa, dalle angherie del clima, passando per una certa indifferenza della politica nazionale, fino alle strategie militari italiane e atlantiche, che fecero del Friuli una specie di enorme caserma, in tempi di guerra fredda. Si usa dire, da queste parti, che il friulano medio è sotàn, cioè sottomesso: per natura, ma anche e soprattutto per volontà. Per abitudine al lavoro silenzioso, che porta a eseguire ordini e non a dare disposizioni. Non sembra un difetto, ma è anche ben lontano dall’essere un valore.

Aggiungiamoci un attaccamento all’oggetto-casa che potremmo definire quasi patologico, qualcosa di inciso profondamente nel DNA friulano: ne è uscita una popolazione che, il 7 maggio 1976, già iniziava a riordinare i mattoni delle proprie abitazioni.

Questa nuova autonomia locale, con le libertà improvvisamente date ai sindaci si è portata dietro un prevedibile effetto, complice anche il disastro gestionale del precedente terremoto del Belice e i falliti tentativi di esportare il ‘modello Friuli’ su altri disastri: un’enorme sfiducia nei confronti di tutto quello che è l’apparato statale, che in certi casi perdura fino a oggi.

In questi giorni, in occasione della visita del capo dello Stato a Gemona del Friuli, ho potuto assistere a numerose becere manifestazioni di odio antipolitico indirizzato indiscriminatamente al governatore Debora Serracchiani, al presidente della Repubblica Mattarella o più in generale all’Italia. Si è salvato, come dicevo, l’on. Zamberletti, che continua giustamente a ricevere l’apprezzamento unanime della popolazione. Le espressioni di insofferenza anti-politica tuttavia non sono di matrice leghista né appartengono al Movimento 5 stelle: si tratta di un sentimento piuttosto diffuso di fastidio verso una classe dirigente distante e percepita come disorganizzata e capace soltanto di esibizioni esteriori, parate e proclami retorici. Il che è, da un certo punto di vista, esatto.

Si aggiunge a questo, tuttavia, un certo fastidio verso un’Italia centralizzatrice che ha sempre, così sembra a qualcuno, utilizzato il Friuli come cuscinetto anti-titino prima, come stoccaggio di armi nucleari NATO durante la guerra fredda e anche ora e, al giorno d’oggi, semplicemente come serbatoio da cui attingere tributi e balzelli. Insomma, un organismo succhiasoldi che prende più che può e restituisce poco o nulla, di fatto nemmeno conoscendo come si pronuncia esattamente la parola ‘Friuli’ (corretto è ‘Friùli’, ma mi risulta che più del 50% della nazione, compreso qualche telegiornale, si ostini misteriosamente a dire ‘Frìuli’).

Eppure non si può dimenticare che l’indubbia capacità organizzativa dei friulani poco avrebbe potuto, come è naturale, senza gli ingenti aiuti statali immediatamente stanziati.

Occorre anche tenere presente che una buona parte della zona più colpita stava assistendo alla nascita di numerose industrie, tuttora tra le più importanti della regione: un tessuto economico che quindi si stava avviando alla metamorfosi dall’agricoltura all’industria. Una situazione tale consentì all’allora governatore Comelli di coniare il motto ‘prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese’, che per un democristiano fu una frase notevole (avrebbe potuto benissimo tacere sulle ‘chiese’ e nessuno avrebbe avuto da ridire). E questo avvenne: si diede la priorità alla ricostruzione del tessuto industriale ed economico, e il resto venne da sé, aiutato dalla caparbia capacità del friulano medio di far fronte alle avversità: può sembrare un’inutile uscita campanilistica, ma vi assicuro che non lo è.

Ma anche questo ha avuto dei lati negativi, poco rumorosi ma presenti: le zone colpite che non avevano un tessuto industriale sono state sì ricostruite con efficienza e rapidità, ma si sono gradualmente spopolate, con il risultato che oggi intere vallate della Carnia, la val Resia e le Valli del Natisone sono disseminate di decine di paesi deserti o popolati da manciate di persone, lontane dai servizi e dalle comodità che sono fiorite in pianura o nella zona collinare. Inevitabile, si dirà, è il progresso: vero, ma è successo anche questo.

Ora, non vorrei tracciare un quadro eccessivamente negativo: non tutto può funzionare anche in una regione obiettivamente più ricettiva di altre. Eppure il Friuli continua ad essere un esempio di un modo dignitoso ed efficace di reagire alle calamità naturali, e piace pensare che tale esperienza si possa, un giorno, esportare, dato per scontato che di terremoti, alluvioni e catastrofi ne vedremo ancora in un territorio come l’Italia. Cerchiamo di imparare da quel poco che ha già funzionato.

Alessio Venier

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