Di trivelle, Senato e Brexit: ma i referendum fanno bene alla democrazia?

Come dovreste aver intuito leggendo The Bottom Up in queste settimane, il prossimo 17 aprile si terrà il referendum relativo alle trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa. Con Gianfranco Baldini, professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche all’Università di Bologna, vorremmo cogliere l’occasione fornitaci dalle imminenti consultazioni per parlare dello strumento del referendum in sé.

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Gianfranco Baldini (a sx) e Marc Lazar (a dx)

Professore, il referendum abrogativo del 17 aprile si contraddistingue per una peculiarità: è il primo nel nostro Paese ad essere promosso dalle Regioni, nove in questo caso (contro le cinque necessarie). Siamo di fronte a un conflitto istituzionale?

[Questo referendum pone] sicuramente un tema legato all’argomento specifico, da cui hanno mosso i comitati ambientalisti, ma anche uno di significato politico più generale all’interno del quale si inserisce l’attivismo delle regioni.
D’altronde, il governo ha recepito buona parte dei quesiti, poi c’è stato il filtro della Corte Costituzionale, quindi ci ritroviamo a intervenire su un tema che ha un portato politico più che materiale.
Non siamo quindi di fronte a un conflitto istituzionale, quanto ad un gioco di potere evidente nel fatto che le regioni cercano di ritagliarsi questo ruolo, specie in alcune figure, come quella di Michele Emiliano.

Ma se di conflitto politico più che istituzionale si tratta, non si può non sottolineare come sette regioni su nove, a partire dalla Puglia di Michele Emiliano, siano guidate dal medesimo partito che governa a Roma, il PD.

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Michele Emiliano

[Quello tra regioni e governo] è un riflesso del conflitto aperto all’interno del Partito Democratico da quando Renzi è divenuto leader, trovandosi a governare con un gruppo parlamentare composto da deputati che, al momento dell’elezione, gli erano in larga parte ostili. E lo stesso può dirsi di molti leader delle regioni che percepiscono il proprio ruolo come un trampolino di lancio.

La questione del significato attribuito al voto, sia esso tecnico o politico, pare essere una delle principali contraddizioni relative allo strumento referendario.

Non si tratta di un’anomalia: molto frequentemente i referendum hanno riguardato quesiti tecnici complessi, rispetto ai quali è difficile generare mobilitazione, senza riempirli di significati politici più o meno alti, più o meno strumentali. Ma non è sempre andata così. In Italia registriamo tre diverse stagioni referendarie. La stagione del No, dal 1974 al 1985, quando si votò su divorzio, aborto e scala mobile. A questa seguì una fase del Sì fino al 1995, quando prevalse un’opzione positiva di cambiamento della società e della politica dopo tangentopoli.
Un clima che è poi rientrato, però, in parte perché si è percepita l’idea di un abuso dei referendum ed in parte perché i partiti hanno imparato a gestire lo strumento, o quantomeno a neutralizzarlo nei casi in cui lo si avvertisse come un rischio (nel 1999-2000 ad esempio nessun partito si mobilitò sui quesiti che avrebbero perfezionato la legge elettorale Mattarella).
Si apre così la fase della crisi: fino al 2011 non si raggiunge più il quorum, che si valicherà nuovamente con i referendum su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, a pochi mesi dalla caduta del governo Berlusconi.

Con il 2011 è aperta quindi una nuova fase di rinnovato superamento del quorum, anche attraverso la politicizzazione di quesiti specifici? Cosa si aspetta dalle consultazioni del 17 aprile?

Difficile fare previsioni, ma ciò che conterà sarà il valore simbolico del sì se si dovesse superare il quorum.

A proposito di interpretazioni politiche dei referendum, in autunno si terrà il referendum costituzionale sulla riforma voluta dal governo Renzi. A partire dal premier, tutte le parti in gioco sembrano avere interesse a traslare l’oggetto del quesito dalla riforma al suo promotore.

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E che dire di questa?

Dopo l’ultima approvazione alla Camera, il Governo si sta mobilitando in maniera anomala, perché finora i referendum sono stati appannaggio degli elettori, dei consigli regionali o di un quinto del parlamento, ossia le tradizionali fonti di mobilitazione.
Renzi ha personalizzato la contesa, sostenendo che si dimetterà in caso di esito negativo: ciò evoca fragilità nella sua leadership, che tuttavia da sempre è associata ad un imprinting pseudo-gollista, ad una democrazia non mediata dai partiti, alla ricerca di un consenso diretto da parte dei cittadini.
Ci sono indubbie opportunità nella personalizzazione ma anche rischi che derivano sia dalle contingenze, sia dal mancato mantenimento delle promesse con cui il premier si era proposto due anni fa.

Ma il rischio sta anche nel mettere sui due piatti l’abolizione del senato, più o meno consapevolmente vista di buon occhio nei sondaggi, e il tuo stesso governo la cui luna di miele con i cittadini è finita da tempo.


Lo spirito della riforma almeno due anni fa era largamente condiviso. Tra mille incertezze e cose migliorabili, credo questa condivisione ci sia ancora nell’opinione pubblica.
Ma, come diceva un primo ministro britannico, a week is a long time in politics: le cose possono cambiare,  in maniera più importante tanto più una leadership è logorata. Dopo due anni diventa sempre più difficile un discorso che incolpa chi non vuole il cambiamento, per quanto le rendite di potere siano diffuse. Renzi non avrà vita facile a vendere la natura intrinseca di questo referendum come semplificazione dell’assetto politico italiano.

L’Italia è indubbiamente un caso limite in Europa, per quanto riguarda il ricorso a referendum. Eppure recentemente si osserva un’escalation specie qualitativa in tutto il vecchio continente. Il prossimo appuntamento saliente riguarderà Londra e le consultazioni sulla Brexit.

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“Love me or leave me”

In Gran Bretagna si voterà tra due mesi. Per ora le opzioni di uscita e di permanenza nell’Unione Europea, nei sondaggi, sono too close to call, ma anche qui il timing ha un ruolo decisivo: se funzionerà l’accordo con la Turchia sui migranti, ora molto discusso, e si percepisse che l’Europa è in grado di gestire l’emergenza migratoria, può guadagnare punti la posizione di chi vuole rimanere.
Inoltre, la storia dei referendum ci dimostra che nelle ultime settimane precedenti al voto sale la percezione del rischio del cambiamento, quindi un atteggiamento conservatore, specie se l’elettore medio non comprende le conseguenze di tale cambiamento.
Si tratta del cosiddetto project fear su cui sta puntando Cameron: trasmettere paura sui contraccolpi di una Brexit, a partire dalla perdita di influenza internazionale senza realmente guadagnare in autonomia.
Peraltro, lo Scottish National Party ha dichiarato che in caso di Brexit la Scozia chiederebbe nuovamente di uscire dal Regno Unito per poter rientrare nell’UE.

Molti altri però, negli ultimi anni, sono i referendum significativi che hanno segnato la storia politica d’Europa, da quello greco sulle misure di austerità, alle mancate ratifiche di trattati europei, alle pulsioni secessioniste scozzesi e, se mai vi si arriverà, catalane.
Qual è il filo conduttore dietro questa sempre più frequente delega al popolo? Una virtuosa prassi democratica o un segnale che la democrazia rappresentativa perde legittimità?

Il filo conduttore è rivelato, ad esempio, da una ricerca di Russell Dalton e Christian Welzel che ci parla di Rise of assertive citizens, cioè dell’idea che i cittadini di diversi paesi del mondo abbiano ritirato la delega ai politici e vogliano esprimersi in maniera diretta.
E’ un tema che rimarrà nella discussione sullo stato della democrazia per i prossimi decenni.
Ma è lecito chiedersi fino a che punto questa assertività sia effettivamente basata su un retroterra di conoscenza, informazione e reale attivismo – e non una mobilitazione occasionale tramite la quale finiamo nel circuito della democrazia deliberativa, dove solo la componente più informata della popolazione ha una voice ( mettendo in secondo piano la democrazia rappresentativa che, con tutti i suoi limiti, ha garantito il funzionamento dei sistemi politici democratici negli ultimi decenni).
Questa assertività ha una sua variabilità a seconda dei temi in discussione. Quelli ambientali, civili, hanno una loro centralità perché riguardano la vita di tutti, sono essenziali nel mondo post-materialista, e proprio su questi molti partiti hanno perso la fiducia degli elettori, in quanto agivano con un ritardo di diversi anni sul sentire comune, come evidenziato da referendum come quello sul divorzio.
Questa assertività, inoltre, può funzionare sui nuovi media, come si concilia con l’uguaglianza? C’è libertà di espressione, ma come garantire pari accesso a tutte le persone? Si tratta di un dilemma irrisolto.

Per concludere, un quesito su cui ci si scontra da tempo: i referendum fanno bene alla democrazia? In che misura possono essere uno strumento che getti nuovi ponti tra popolazioni disaffezionate e élite screditate, o invece un arma pericolosa nelle mani del populismo dilagante?

E’ sempre stato tipico del referendum essere un’arma a doppio taglio: se usato in maniera opportuna offre grandi opportunità, ma al contempo può essere un mezzo che alimenta strumentalizzazioni che fanno male alla politica e alla democrazia.
Occorre trovare un ragionevole compromesso: la riforma costituzionale prevede che per i quesiti che raccolgono 800mila firme, il quorum si abbassi alla metà dei votanti delle politiche precedenti. E’ sufficiente per restituire una logica più strettamente politica e meno strumentalizzata allo strumento del referendum?
Ma il dilemma del rapporto tra referendum e democrazia non è risolvibile.
Se diventa lo strumento con cui contestare e distruggere, o dal lato opposto semplicemente confermare l’operato di un governo, perde la sua ratio iniziale, che era quella di essere un pungolo per la democrazia rappresentativa, e dare voce ai cittadini su temi, quali quelli civili, che non necessariamente devono essere definiti con nettezza dai programmi dei partiti.

Andrea Zoboli

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