Alessio Santarelli e Simone Spetia

Ode provvisoria al long-form

Non ho cominciato a scrivere grazie a TBU, neppure a livello di piccola stampa, ma quando l’ho fatto una delle condizioni che posi al nostro bel direttore fu di poter scrivere di quello che mi pareva e, entro certi limiti, come mi pareva. Certo, per una roba appena nata e con nessuna pretesa com’eravamo quasi tre anni fa, si trattava di una condizione relativamente facile da soddisfare. Per chi invece ci campa, della scrittura, questo costituisce una atavica (e tutto sommato non così irrisolvibile) dicotomia: scrivere di qualsiasi argomento nel modo più congeniale a se stessi dove capitava e/o diffondendosi in proprio oppure, al contrario, rimanere ingabbiati nelle commissioni di qualcun altro, travolti dal flusso delle news mainstream, ma in cambio di quattrini.

Ma da un paio d’anni a questa parte ci sono buone notizie per tutti i graforroici e gli sperimentatori! Scrivere tanto – pare – non solo è di moda, ma persino leggere tanto è di gran tendenza.
Questo, almeno, è quello che ha riportato Alessio Santarelli, direttore per l’Europa del Kindle Store di Amazon. Tanto per dirne una, il direttore di Quartz.com ha proposto (sulla base di dati, chiaramente) che le nuove Colonne d’Ercole entro le quali non infilarsi corrispondono a tutto ciò che si situa tra le 500 e le 800 parole. Tra la breve e il pippone, il successo di un articolo è a serio rischio.
Ora, io ho sempre tifato pippone. Non tanto per i miei di pezzi, figurarsi, ma perché, nel mare magnum di informazioni dal quale è difficile isolarsi (ammesso che si voglia), già che scriviamo, tanto vale iniziare e concludere un ragionamento da cima a fondo.

Alessio Santarelli e Simone Spetia
Foto di Alessio Jacona

Per la brevità e l’immediatezza esistono già altri canali, tipo le canzoni pop, i tweet, parte della poesia, quasi tutta la televisione. Certo, non tutte le notizie sono espandibili, anche se il vincitore del premio Pulitzer Snowfall è una breve di cronaca multimedializzata ed estetizzata all’ennesima potenza, come faceva notare Simone Spetia di Radio24. Scrivere tanto (long reading) o produrre contenuto che richieda una lunga fruizione anche con pochissimo testo (long form in generale), crea engagement e questo fa salire quel tipo di contenuto nelle graduatorie dei risultati di ricerca dei motori di ricerca.

La cosa interessante è che il discorso vale anche per i siti tipo Buzzfeed, cioè nati espressamente per il web, a differenza del Guardian di turno, e che hanno contenuti palesemente di altro genere. Gattini e racconti di viaggio dal Guatemala hanno un punto di contatto. Anche se è opportuno ricordare che aleggia sulle teste di questi dati sulle condivisioni lo spettro del narcisismo da social che ognuno di noi ben conosce: a parte notabili eccezioni, è più facile vantarsi (e dunque ricondividere) di aver letto un articolone del New Yorker di 20.000 parole sulla vita e gli studi del controverso antropologo e linguista Dan Everett (lettura che consiglio a priori) che un articoletto, magari di VICE, che racconta in 555 parole come ci si sente ad assistere a un combattimento tra galli ad Odessa dopo aver assunto un antagonista del Krokodil. Certo, non tutte le condivisioni hanno un obiettivo del genere, ma – persino al netto delle false condivisioni – i siti come Medium o The Atavist registrano aumenti di traffico in termini di decine di milioni di accessi unici. Il rischio nicchia è ovviamente in agguato, anche perché è difficile che uno si approcci, mediamente, a più di due o tre long form al giorno tutti i giorni.

Ma perché, nonostante tutto questo, dovremmo continuare a scrivere (e leggere) cose lunghe? Rispondo io, perché al breve panel di Perugia non si è affrontata questa parte del problema – forse dando per scontato che, finché si vende, customer wins.

Se prendiamo seriamente la faccenda, come fare un long form che sia utile? In una formula, bisogna partire dall’idea che il reale è complesso e la complessità merita approfondimento. Approfondimento significa mettere assieme più fonti e di tipo diverso, inanellare deviazioni sul tema originale, elencare dettagli non per fare colore ma che corroborino una tesi. Significa invertire la via del racconto per offrire uno sguardo inusuale, non necessariamente eclettico o oscuro, anzi.

Lo spazio del long form dev’essere sfruttato ai fini della chiarezza: quest’ultima, forse contrariamente a quello che si potrebbe pensare, è favorita dalla possibilità di esprimersi diffusamente. In questo senso, però, l’elefante nella stanza si chiama analfabetismo funzionale (mettendo in parentesi la polemica se l’etichetta sia corretta o meno, basterà ammettere che 5000 parole si leggono più difficilmente di 500). Una conclusione paradossale è che se news corte così-così cedono il passo, in termini di offerta numerica, ai long form, allora si potrebbe pensare a uno scenario in cui una buona fetta di persone invece che leggersi due-tre-quattro brevi passerà a leggersi uno o zero long form scritti molto bene e pieni di spunti interessanti. L’enfasi è sullo ‘zero’, per motivi che penso di non dover esplicitare.

C’è un futuro dove l’alternativa non sia tra le brevi fatte male e un bel long form che buona parte delle persone non avrà voglia di leggere? Spero di sì – e nel frattempo questo pezzo è diventato di 856 parole, il successo è alle porte.

@disorderlinesss

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