Eusebio, il Portogallo

Tenetevela in sottofondo, mentre leggete questo articolo. 

Bauer era un mix di millenni di storie diverse condensate in una unica persona. Padre svizzero e madre brasiliana nera, nato nel 1925 e alto, grazie ai geni europei, quasi 1.90, diventato centromediano proprio grazie alla stazza ed a una soprendente velocità di pensiero e di capire dove sarebbe arrivata l’azione. Bandiera del San Paolo, il punto più alto della sua fama mondiale però coincise con il punto più buio della sua Nazionale, il Maracanazo del 1950. Archiviata (non senza difficoltà) la sconfitta, divenne allenatore. Con il Ferroviaria, squadra dello stato di San Paolo, si trovò a compiere una tournee in Mozambico, al momento colonia portoghese e di conseguenza amico dei verdeoro. E lì, nel corso di una partitella tra i suoi e una delle mille e mille squadre di Lourenço Marques, oggi Maputo, la capitale, vide un attaccante spiccare nettamente tra tutti. Al termine della gara provò ad avvicinarlo, ma il giovane era già sparito. Chiese informazioni, e con il taccuino in mano chiamò dall’albergo il suo vecchio mister ai tempi dei paulisti, che fidandosi dell’occhio di Bauer, lo compra. E così Bela Guttman compra Eusebio da Silva Ferreira, che ai posteri sarà noto solo come Eusebio, la Pantera Nera, primo Pallone d’Oro portoghese e miglior giocatore lusitano del Novecento.

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Eusebio nasce a Mafalala, quartiere di Lourenço Marques, da padre angolano e madre mozambicana. Membro di una famiglia numerosa, perde il padre ancora bambino, e la madre non riesce a controllare i tanti figli. E così presto la scuola viene abbandonata per il pallone, lungo le vie polverose della capitale, dove tanti come lui giocano scalzi. Ma lui come gli altri non è, e viene notato dallo Sporting L. Marques, sostanzialmente la filiale dello Sporting di Lisbona in Mozambico. Ed ecco comparire nella sua vita Bauer. Arriva il primo interessamento del Benfica. Ma lo Sporting non vuole farsi soffiare dagli odiati rivali il giovane, per di più già in casa. Gli emissari dei Leões si presentano in Mozambico, e parlano con la società africana. Il giocatore si trasferirà in Portogallo per giocare nella Primavera, a titolo gratuito. Il Benfica invece ha un approccio diverso, che si rivelerà vincente. Prima ancora di parlare con lo Sporting di Marques, gli inviati vanno a parlare a casa di Eusebio, dove contrattano con la madre ed il fratello maggiore, che ha preso il posto del padre come capofamiglia. Non solo giocherà in prima squadra, dicono, ma sarà pure pagato per farlo. Offrono un contratto di tre anni da circa mille dollari, e quando il fratello chiede il doppio non battono ciglio, consegnano i soldi e si portano in Portogallo Eusebio. Ma la prima cosa che l’ormai diciottenne vede del Portogallo non è Lisbona. E’ Lagos, nella punta meridionale del paese, dove viene tenuto nascosto per due settimane con il finto nome di Ruth Molosso. Il Benfica infatti teme che lo Sporting si vendichi, e rapisca il giovane. Ma quando la situazione si placa, e dopo un’ultima chiamata alla madre che lo convince a restare, si va a Lisbona.

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Eusebio ai tempi dello Sporting L. Marques. E’ il terzo da destra, in basso.

Facciamo un salto in avanti di un anno, o poco meno. Eusebio ha esordito con la maglia rossa dei portoghesi, con una tripletta alla prima amichevole disponibile. Nell’estate del 1961, il Benfica viene invitato al Torneo di Parigi, ed affronta il Santos di Pelè. Risultato alla fine del primo tempo 4-0 per i brasiliani, con doppietta del numero 10. Guttman toglie Santana, e mette Eusebio. Subito dopo il quinto gol dei bianconeri, la Pantera Nera si sveglia. Tripletta davanti a Pelè e rigore guadagnato, sbagliato da un compagno. Risultato finale 6-3, ma Eusebio balza agli onori delle cronache francesi, portoghesi e brasiliane. Ci si accorge subito di quanto sia decisivo. Tira di destro e di sinistro, indifferentemente. E’ 9 e 10 contemporaneamente, ha una accelerazione che farebbe invidia oggi ad un centometrista ed è pure capace di giocare per la squadra. Sarebbe decisivo in squadre di vertice oggi. Figuratevi cinquanta anni fa.

blogEusebio

Prima stagione da titolare nel Benfica, annata 1961/62. In campionato segna 12 gol in 17 presenze, ma è soprattutto in Coppa Campioni che si mostra in tutta la sua grandezza. A 19 anni (dopo aver già preso un voto all’assegnazione del Pallone d’Oro di quell’anno) marca cinque volte in sei partite. E due di quelle reti le segna in finale, contro il Real Madrid, decisive perchè portano il Benfica dal 3-3 (per il Real aveva segnato tripletta Ferenc Puskas, di cui abbiamo già parlato qui) al definitivo 5-3, che riporta la coppa il Portogallo a discapito dei pentacampioni blancos. Arriverà secondo nella classifica del Pallone d’Oro, a 20 anni, dietro solamente al vincitore Masopust. E l’anno dopo potrebbe pure rivincere la coppa, segnando in finale, se di mezzo non ci fosse il Milan di Nereo Rocco, che porta la Coppa in Italia grazie ad una doppietta in rimonta di Altafini (Nella prima foto di questo articolo, quello insieme a Eusebio è Giovanni Trapattoni a Wembley) Negli anni successivi segna con una continuità impressionante, portando sempre i suoi al titolo nazionale. 23 reti in 24 partite nel 1962/63, 28 in 19 (!!) l’anno dopo, 28 in 20 quello ancora successivo, con in più 9 gol in 9 presenze in Coppa dei Campioni. Il 28 dicembre del 1965, a 23 anni, Eusebio riceve il Pallone d’Oro. E non è finita qui, perchè quell’estate si giocano i Mondiali.

Nel girone, il Portogallo è inserito nel girone insieme alla Bulgaria, all’Ungheria, che ormai è lontana dai fasti dell’Aranycsapat, e al Brasile. Quei verdeoro hanno contemporaneamente in campo Pelè e Garrincha, e sono reduci da due Mondiali vinti consecutivi. Molti li danno come favoriti, vincerebbero per la terza volta la coppa Rimet e se la porterebbero a casa. La partenza è buona per entrambe le squadre di lingua portoghese. 2-0 dei verdeoro sui bulgari (segnano proprio Pelè e Garrincha, ma entrambi vengono malmenati dai fabbri del Mar Nero) e 3-1 portoghese sugli Ungheresi. Ma alla seconda partita, mentre Eusebio segna nel 3-0 alla Bulgaria, il Brasile si becca tre reti dalle ceneri della Squadra d’Oro. E all’ultima, o vince, o è fuori. E perde. Contro il Brasile, di nuovo contro Pelè, segna due gol. Alla fine della partita, mostrando che Eusebio non era solo un grande giocatore, ma prima ancora un grande uomo, va a consolare Pelè e molti giocatori avversari, quasi scusandosi di aver fatto il proprio dovere. Ha 24 anni, ricordiamolo.

Al turno successivo i portoghesi incontrano la sorpresa Corea del Nord, fresca killer dell’Italia nel girone. E dopo 25′ sono sotto di tre reti. Spostiamoci liberamente avanti nel tempo di mezz’ora. Il tabellone di Goodison Park segna 4-3, e le quattro reti rossoverdi le ha siglate tutte il Nostro. Poi la partita finirà 5-3, perchè Eusebio serve pure l’assist ad un compagno per l’ultimo gol. In semifinale però, in quella che probabilmente è la più bella partita dell’intera competizione, il Portogallo viene eliminato dall’Inghilterra. Risultato finale, Bobby Charlton 2 Eusebio 1. E finirà così pure l’assegnazione del Pallone d’Oro, che andrà all’attuale Sir solo per un voto. La Pantera segnerà pure nella gara per il terzo posto, vinta contro l’URSS di Lev Yashin, e si laureerà capocannoniere della competizione, dopo esserlo già stato per il campionato portoghese, la coppa nazionale e la Coppa dei Campioni.

La carriera di Eusebio da quel momento in poi viaggia sempre su binari altissimi. Il campionato è dominato dal Benfica, tranne qualche breve comparsata dello Sporting, che cerca così di vendicarsi del più grande furto della storia. Il ciclo del grande Benfica in Coppa dei Campioni sta finendo, ma riesce comunque a segnare tanto, per tre volte più di tutti gli altri. Nel 1968 arriva nuovamente in finale, ma di fronte c’è il Manchester United di George Best, che gioca per i ragazzi morti a Monaco dieci anni prima. E di fronte ad una motivazione così grande, anche Eusebio deve inchinarsi, anche se alla fine sarà capocannoniere. Prima di chiudere, ancora una volta la Pantera avrebbe l’occasione di vincere. Nel 1972, il Benfica arriva in semifinale. Ma di fronte c’è l’Ajax di Cruijff pronto a vincere la seconda coppa consecutiva, e un gol di Swart spegne le speranze portoghesi.

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In totale, con la maglia del Benfica, segnerà 473 reti in 439 presenze, 41 in 64 con la Nazionale. 10 scudetti, cinque coppe nazionali, una Coppa dei Campioni. Un Pallone d’Oro, due volte Scarpa d’Oro, altre 2 volte Calciatore portoghese dell’Anno, sette titoli di capocannoniere del campionato e tre di Coppa Campioni, oltre che del Mondiale. Nel 1975, dopo una stagione vissuta ai margini, decide che è il momento di seguire le orme di decine e decine di suoi compatrioti, e salpa per girare il mondo, lasciando il Benfica dopo quindici anni. America, Messico, Canada, ancora un paio di capatine in Portogallo ne coroneranno la carriera, finchè, nel 1979, appende le scarpette al chiodo. Ma intanto ha superato il limite delle righe bianche in fondo al campo di calcio. Ha superato anche il limite nazionale, e dal gennaio 2014 anche il limite terreno. Josè Mourinho, alla sua morte, lo ha accomunato ad Amalia Rodrigues, la regina del Fado. Non più una cantante, non più un calciatore. Non più due portoghesi. Ma il Portogallo.

Marco Pasquariello

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