Referendum trivelle

Tutto quello che c’è da sapere sul referendum del 17 Aprile

#TBUTalksaboutTRIVELLE

La terza domenica di aprile gli elettori italiani saranno chiamati a votare un quesito referendario riguardante la durata delle concessioni di estrazione di idrocarburi, referendum oramai noto come referendum “No-Triv”. I quesiti promossi erano inizialmente sei ma solamente uno è stato approvato dalla Corte costituzionale. Facciamo un passo indietro.

La storia

Nell’autunno 2015, “Possibile”, il movimento politico fondato da Giuseppe Civati, aveva promosso otto quesiti referendari, due dei quali riguardanti la ricerca e l’estrazione di idrocarburi. Tuttavia, non vennero raggiunte le 500.000 firme necessarie e la causa venne raccolta da dieci consigli regionali, i quali presentarono i sei quesiti, tutti riguardanti l’estrazione di idrocarburi. A quel punto il governo decise di intervenire adottando diverse modifiche alla legge di stabilità con l’intenzione di rispondere nel merito ai quesiti proposti.

L’8 Gennaio la Cassazione ha dunque dovuto valutare nuovamente i referendum per verificare che il loro contenuto fosse già stato recepito dalla legge. Preso atto delle modifiche, la Cassazione accantonò cinque quesiti dichiarando ammissibile il sesto. La sentenza venne dunque notificata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri a cui spetta il compito di stabilire la data del referendum, il quale deve tenersi tra il 15 Aprile e il 17 Giugno. Al contrario di quanto richiesto dai consigli regionali e dai comitati, i quali suggerirono un accorpamento del referendum alle elezioni amministrative, il governo stabilì come data il 17 Aprile.

Il quesito

Nel referendum verrà chiesto agli elettori se intendono abrogare una parte della legge che tratta la durata delle concessioni di estrazione entro e non oltre le 12 miglia marine, ossia entro i confini delle acque nazionali. Nello specifico i cittadini si troveranno davanti la seguente domanda:

Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?

Il comma 17 qui citato sancisce che sono vietate “le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione degli idrocarburi liquidi e gassosi” entro le 12 miglia. Questa è una delle modifiche introdotte dal governo nella legge di stabilità che, di fatto, nega la possibilità di ulteriori attività nelle acque territoriali. Gli impianti già esistenti possono, secondo la legge attuale, continuare la loro attività fino alla scadenza della concessione, la quale può essere estesa su richiesta fino all’esaurimento del giacimento. Il quesito referendario intende abrogare la possibilità di rinnovo dei titoli. In caso di vittoria del “sì” le attività già oggi esistenti nelle 12 miglia dovranno cessare nel momento in cui scadranno i permessi. Il referendum, di per sé, non proibisce l’avviamento di nuove attività poiché ciò è stato stabilito in precedenza dal governo. Allo stesso modo non influisce in alcun modo sulle operazioni a terra o oltre le acque territoriali.

Le concessioni

In Italia gli idrocarburi sono di proprietà dello stato ma la loro estrazione viene affidata a società private attraverso il rilascio di titoli di concessione, i quali hanno una durata iniziale di trent’anni, rinnovabile una prima volta per dieci anni, una seconda per cinque e una terza per altri cinque. Al termine di questi 50 anni, su richiesta, può essere prorogato il permesso fino all’esaurimento della risorsa. Le aziende pagano allo stato una tassa, nota come “Royalty”, del 7% sulla produzione di petrolio e del 10% sulla produzione di gas, tassa da cui si può essere esentati nel caso in cui la produttività non superi i 50.000 m3 di gas o le 50.000 tonnellate di olio all’anno.

In Italia vi sono 135 piattaforme marine, le quali insistono su 69 concessioni. Tuttavia, secondo i dati ufficiali del Ministero dello sviluppo economico, solo 26 di queste rientrano nella fascia delle 12 miglia e solamente queste sono esposte agli effetti del referendum. Possiamo suddividere queste concessioni in due gruppi:

  1. Nove concessioni che risultano attualmente scadute e che nel 2015 hanno rappresentato circa il 9% della produzione nazionale di gas. Le richieste di proroga sono state presentate da mesi, in alcuni casi anni, ed è per questo verosimile che esse possano comunque ottenere un ultima proroga anche in caso di vittoria del sì.
  2. Le restanti concessioni rappresentano il 17,6% della produzione nazionale di gas 2015 e scadranno tra il 2017 e il 2027. Quattro di questi titoli hanno prodotto nel 2015 circa 500.000 tonnellate di petrolio, pari al 9,1% della produzione nazionale.

Facciamo tre esempi. La concessione di Porto Garibaldi “A.C.1.AG” detenuta da ENI e rilasciata nel Febbraio 1970 è costituita da 7 piattaforme che sfruttano 19 pozzi produttivi e 39 non eroganti. Questa attività ha prodotto, nell’arco di 45 anni, 42,9 miliardi di m3 di gas. La produzione è rimasta stabile attorno al miliardo di m3 annui fino al 2000, anno in cui ha cominciato un progressivo declino fino a raggiungere i 70 milioni di m3 nel 2015. Il titolo è stato rinnovato tre volte e risulta attualmente scaduto poiché ancora in attesa di risposta alla domanda di proroga presentata nel 2013. Se questa verrà concessa, una vittoria del sì permetterà a ENI di proseguire le operazioni fino al 2020, ossia al termine della terza proroga. Il secondo esempio riguarda la concessione più produttiva all’interno delle 12 miglia. Si tratta del titolo “D.C.1.AG” di cui è titolare Ionica Gas, la quale gestisce quattro piattaforme al largo di Crotone (Calabria). L’estrazione di gas raggiunse un picco nel 1993, con 1,9 miliardi di m3, per poi discendere ai 550 milioni nel 2015, rappresentando l’8% della produzione nazionale di gas. Attualmente è in vigore la seconda proroga e in caso di successo del referendum il giacimento dovrà essere abbandonato nel Luglio 2018. In fine, l’ultima concessione in scadenza è il titolo “A.C 30.EA” detenuta da ENI che ha prodotto nel 2015 poco meno di 9 milioni di m3.

Come il lettore avrà già notato, si sta parlando di gas e non di petrolio. Il referendum influisce principalmente su questa risorsa. Per questo i dati che seguiranno riguardano esclusivamente il gas.

Il gas in Italia

Una parte del dibattito riguarda principalmente i numeri. Abbiamo già visto che il referendum riguarda, ai dati 2015, circa il 26,6% della produzione nazionale di gas e circa il 9% della produzione di petrolio. Prima di concludere può essere utile riassumere brevemente alcuni dati: quanto gas produce, consuma e importa l’Italia? Quanto è dipendente e da quali paesi?

La tabella e il grafico sottostanti mostrano i dati riportati dalla “Statistical Review of World Energy 2015” pubblicata dalla British Petroleum:

Produzione e consumo di gas in Italia

Produzione e consumo nazionale gas

Nel 2014 le importazioni italiane ammontano a 51,4 miliardi di m3 di gas di cui 46,9 attraverso gasdotti, mentre i restanti 4,5 sono stati importati in forma liquida attraverso cisterne. Di questi ultimi, 4 miliardi, quasi la totalità, provengono dal Qatar. Il grafico sottostante mostra la provenienza del gas importato attraverso i gasdotti secondo i dati BP.

Importazione gas Italia

Oltre i numeri

Nonostante la sua natura tecnica e una portata che può sembrare circoscritta, specie se paragonata al fabbisogno energetico italiano, il quesito referendario è destinato ad riflettersi su temi più ampi e complessi: le conseguenze occupazionali, i danni dell’attività di estrazione ai settori di pesca e turismo, la politica energetica nazionale e molti altri. Come redazione di The Bottom Up abbiamo deciso di iniziare con questo articolo prettamente tecnico per introdurre le due settimane speciali che dedicheremo al referendum. Si tratta di un primo passo utile a delineare i limiti di un dibattito controverso, in cui i dati univoci disponibili sono pochi e spesso strumentalizzati. Tuttavia, la serie di interviste che pubblicheremo nel corso dei prossimi giorni daranno voce sia ai sostenitori del SI che a quelli del NO e tratteranno anche questi temi, con l’obiettivo di dare ai nostri lettori la possibilità di prepararsi al meglio al referendum del 17 aprile. Buona lettura con #TBUTalksaboutTRIVELLE.

Andrea Cattini e la redazione del The Bottonomics

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