Il Nuclear Security Summit con un occhio verso l’Asia

In questi giorni una cinquantina di leader politici provenienti da tutto il globo si sono riuniti a Washington per partecipare al Nuclear Security Summit. Questa conferenza biennale è stata fortemente voluta dal Presidente americano Barack Obama, allo scopo di fronteggiare i possibili usi illeciti del materiale nucleare da parte di terroristi o stati, un tema che fin dall’inizio della sua carriera politica ha preoccupato il leader statunitense.

L’obiettivo del summit è di migliorare ogni aspetto che riguardi la sicurezza delle strutture e dei materiali usati nel settore nucleare. Negli anni passati sono stati raggiunti importanti risultati: Dodici paesi hanno abbandonato l’uso di Uranio Arricchito (HEU), che non solo può essere usato come combustibile per produrre energia, ma può essere rapidamente trattato e usato anche per scopi bellici; inoltre, sono state aumentate le misure di sicurezza attorno alle centrali e alle strutture di stoccaggio.

Nonostante la grande partecipazione, non sono mancate le assenze clamorose. Russia, Iran e Nord Corea non hanno mandato rappresentanti o delegati alla conferenza. Mosca ha giudicato che: “anche se condivide le preoccupazioni riguardanti la sicurezza nucleare, comunque ritiene che la conferenza sia un modo da parte degli Stati Uniti di avere un ruolo privilegiato a riguardo, nonostante esisti già una piattaforma internazionale in cui discuterne, che è l’IAEA.” Ad ogni modo, tale assenza è l‘ennesimo monito di come i rapporti tra Stati Uniti e Russia si siano deteriorati. L’Iran, invece, sembra non sia stato invitato su pressioni da parte di Israele e Arabia Saudita. Mentre, per la Nord Corea non avrebbe avuto senso la sua partecipazione al forum, dopo aver testato le prime armi nucleari a inizio anno.

Se non fosse un evento a cadenza biennale, si potrebbe pensare come a una risposta al recente evento terroristico accaduto in Belgio. Infatti, qualche giorno dopo gli attentati esplosivi, è giunta notizia: che un cartellino identificativo sarebbe stato rubato a una guardia di una centrale nucleare belga. L’accaduto ha riportato l’attenzione sulle tematiche riguardanti il terrorismo nucleare, un tema che aveva già preoccupato in passato. Negli anni 90 il pericolo derivava dalle penurie finanziarie del neonato stato russo, il quale aveva fatto temere che il suo grande inventario nucleare, o parti di esso, potessero uscire dal paese e finire in mani sbagliate a causa delle lacune nelle misure di sicurezza degli impianti.

In seguito all’episodio belga, è riapparsa la minaccia che gruppi terroristici, come lo stato islamico, possano trafugare materiale fissile (il materiale può essere trovato anche in ospedali e università, oltre che nelle centrali) per la creazione di una bomba sporca (basso contenuto esplosivo, ma alto potenziale radioattivo), oppure manomettere una centrale creando danni nel tentativo di provocare fuoriuscite di materiale radioattivo (in passato un gruppo armato è riuscito a infiltrarsi in una centrale nucleare sudafricana). Nonostante queste siano eventualità molto lontane, sono state comunque prese in forte considerazione nel meeting di Washington.

Il tema interessa molto anche i paesi del sud-est asiatico, che in molti hanno partecipato al summit. A parte gli stati di India, Cina, Sud Corea e Giappone; in Asia non sono presenti molti programmi nucleari civili, ma la dinamicità economica degli stati emergenti rende necessaria la diversificazione energetica. Negli ultimi anni, alcuni stati del sud-est asiatico hanno iniziato a progettare impianti nucleari con l’obiettivo di soddisfare parte della crescente domanda di energia. Vietnam, Indonesia e Malesia hanno confermato la costruzione di tali impianti, rendendo indispensabile la presenza al forum di Washington. Le necessità energetiche in un area come il sud-est asiatico, in aggiunta al forte potenziale terroristica di varia natura, pongono la sicurezza delle future centrali nucleari un obiettivo e un problema di interesse nazionale e internazionale. Anche Singapore ha partecipato al summit, l’economia del piccolo stato che si concentrata sullo scambio commerciale e sulla posizione strategica nello stretto di Malacca, rende indispensabile salvaguardare l’enorme flusso di merci, implementando nuove strategie e controlli atte a sventare il contrabbando di materiale nucleare o atti di pirateria. Per il sud-est asiatico sarebbe impensabile affrontare tutte queste minacce senza l’aiuto internazionale.

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Ma il summit è stato anche un’occasione per un breve bilaterale tra il presidente americano e il presidente cinese, Xi Jinping. I due leader hanno affrontato diversi temi: dall’implementazione delle sanzioni al nucleare nord-coreano, agli impegni sul clima del novembre scorso, infine, le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Negli ultimi anni, la Cina ha militarizzato il Mar Cinese Meridionale, costruendo basi operative, su banchi di sabbi e piccole isole; questo ha inevitabilmente irrigidito le posizioni dei paesi attorno all’area, i quali come Pechino reclamano aree di mare e isole. Recentemente, navi militari americane hanno attraversato le acque reclamate da Pechino, basandosi sul principio della libera circolazione sui mari, di fatto non riconoscendo la sovranità cinese. Come il presidente cinese Xi ha fatto notare: “i due paesi possono andare d’accordo su alcune cose e altre no”, una di queste riguarda le dispute nel Mar Cinese Meridionale. Nel precedente incontro di settembre, la Cina aveva promesso di non militarizzare ulteriormente la zona, ma nel frattempo vi ha installato batterie antiaeree. Per ora i due paesi non sembrano intenzionati a mollare i loro interessi nel Mar Cinese Meridionale.

Anche se non si è arrivati a un accordo sul Mar Cinese Meridionale, non bisogna tralasciare gli aspetti positivi raggiunti. Nonostante gli interessi commerciali e sociali della Cina nei riguardi della Nord Corea, il paese ha confermato l’implementazione delle sanzioni ONU (Risoluzione 227) contro il nucleare coreano, nel tentativo di dare un segnale forte e comunitario verso le minacce di Pyongyang, anche se questa strategia negli anni passati ha sempre dato risultati negativi. Ma in un complesso intreccio diplomatico, l’implementazione delle sanzioni ha evitato, per ora, che gli Stati Uniti dispiegassero il sistema anti-missilistico THAAD, che potrebbe abbattere i missili lanciati dalla Nord Corea, consentendo di difendere il territorio Giapponese e Americano. Ma il sistema avrebbe potuto irrigidire i rapporti tra Corea del Sud (dove il sistema sarebbe stato dislocato) e Cina, quest’ultima fortemente contraria all’installazione, in quanto potrebbe destabilizzare l’equilibrio nucleare nell’area. Ma la nota più positiva riguarda l’accordo sul clima, i due paesi hanno, sorprendentemente, accelerato l’attivazione del contenuto degli accordi di Parigi, i quali sarebbero stati ratificati solamente nell’aprile 2017. Così facendo, i due paesi confermano un maturo senso di cooperazione per quanto riguarda le minacce globali come il clima, ma per gli interessi strategici nazionali, rimane ancora molto lavoro da fare.

Riccardo Casarini

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