Debiti squadre Serie A

Tutti i mali della Serie A

Debiti squadre Serie A
Che poi, i 25 milioni per Bertolacci sono il male minore

 

“Con voi abbiamo perso solo da alleati”
– L’allenatore da Bar verso i tedeschi

Martedì sera si è tenuta nella bucolica Monaco di Baviera una partita dal dubbio valore sportivo tra Germania e Italia, con gli azzurri battuti con un risicato 4 a 1.
Tutto, in quella serata, è stato imbarazzante per la nazionale, dai giocatori in campo ad uno spaesato Trapattoni in sede di commento tecnico Rai: questo probabilmente è, sempre ricordando la scarsa importanza dell’evento. Lo specchio di un intero settore oramai allo sbando.
Società indebitate, stadi fatiscenti e qualità del gioco ai minimi storici sono invece l’immagine vera e propria di questa situazione.
Questo è oramai un discorso affrontato, almeno nelle premesse, e qua si cercherà di andare un poco più a fondo nella questione.

Ovviamente le colpe del declino della Serie A non possono essere addossate ad un’unica categoria ma devono essere ripartite tra i vari soggetti operanti in questo business, partendo dalla FIGC. Questa è infatti completamente assente o inerme, con un presidente, Tavecchio, più famoso per le sue infauste uscite vagamente razziste che per il suo operato: ma come potrebbe essere altrimenti? Come può esistere ed operare un’associazione di categoria di ogni sorta che deve rappresentare, non tralasciando i diritti di nessuno, squadre che fatturano quasi 400 milioni di Euro e altre che faticano ad arrivare ai 30? Con ingaggi dei top player assimilabili alla somma di tutta la rosa di una squadra di bassa classifica? La risposta è solo una: male.
E la situazione non è necessariamente la stessa in tutta Europa, come si può notare dall’esempio della Premier League: i Tottenham Hotspurs, ad esempio, guadagnano drasticamente meno rispetto ai più ricchi della categoria (Manchester City) ma si parla di valori assimilabili, con ordini di grandezza di 2 a 1, non 12 a 1.

E questa evidenza si ricollega quindi al secondo colpevole di questa situazione: le società, intese come organi dirigenziali. In Italia queste non fanno business, non sono imprese ma assomigliano piuttosto a giocattoli in mano a ricchi annoiati che le usano più per diletto che come fonte di reddito.È infatti vero che in gran parte dell’Europa sono arrivati gli sceicchi e con i loro miliardi, ma questo è, in parte, una sorta di scusa: è vero che la liquidità ha aiutato, ma ormai le squadre della Premier League sono imprese sostenibili economicamente, con bilanci in attivo grazie soprattutto ad una forte spinta sul merchandising e sui mercati emergenti. Poi, per dirla tutta, è piuttosto impressionante che l’Everton e il Newcastle fatturino più dell’Inter, vista la storia recente.
Ma al di là del fatturato, anche la solidità stessa delle squadre è piuttosto dubbia: un caso eclatante è stato quello del Parma nella stagione 2015, che è riuscito ad iscriversi al massimo campionato senza avere alcuna garanzia e scoppiando a pochi mesi dal via: questo, in una lega professionistica dove i diritti televisivi sono venduti per decine di milioni di Euro, non può succedere. Purtroppo la situazione di molte altre società italiane è simili con un monte debiti complessivo, nel 2014, pari a 1715 milioni di Euro, contro i 217 di capitale netto.

Un terzo agente di disturbo e destabilizzante potrebbe essere riassunto nella figura ideale della Cultura calcistica italiana, con tutto quello che comporta: media oppressivi, fedi calcistiche acritiche e atteggiamento da stadio discutibili. Tutto questo rumore, questa ossessione, non permette di delineare un piano di risalita graduale e ponderato, e questo è un problema. Emblematico di questa condizione è il ritardo dello sviluppo delle nuove leve, con infinite meteore e rarissime affermazioni a livello internazionale. Questo sistema è tuttavia alquanto perverso, in quanto tutta questa Fede, non si riversa poi, per un motivo o per l’altro, al botteghino: l’introito da biglietteria del Newcastle è di circa 32 milioni contro i 20 del Milan. Piccolo particolare: San Siro contiene 80mila persone, St. James Parke solamente 53mila, ma lo stesso discorso è allargabile ad ogni angolo della vita commerciale di una squadra.

Ma che fare quindi? Ci sono prospettive?
Probabilmente sì, anche se ormai il tempo perso potrebbe non essere più recuperabile.
Servirebbe a monte un cambio di ottica manageriale, con nuove vedute verso i mercati esteri ed emergenti, sia per ciò che riguarda i diritti televisivi sia per il merchandise.
La Premier League, ad esempio, ha deciso ormai da anni di concentrare molti big match all’ora di pranzo per poter essere in prima serata sui mercati orientali, che sono senza dubbio la fetta più grossa del mercato odierno, una cosa del genere sarebbe impensabile per la Serie A. Così come le partite per Natale, capodanno e affini, quando noi sospendiamo il campionato.
D’altra parte servirebbe, probabilmente, anche una presa di coscienza collettiva di tutto il sistema calcio, con una maggiore rappresentanza delle squadre di media-bassa classifica nella spartizione degli utili, una sorta di tetto salari e azioni mirata alla riqualificazione delle infrastrutture, ormai (a parte qualche rara eccezione) obsolete.
Tutte queste proposte devono tuttavia partire, necessariamente, dalle proprietà. In questo, credo sarebbe opportuno valutare nuove forme di assetto proprietario, magari includendo una base soci più allargata o l’ingresso di venture capital esterni ma, in questo secondo caso, serve offrire a questi prospettive di crescita e se grandi fondi d’investimenti sono tutti confluiti su altri campionati, probabilmente le prospettive di crescita del calcio italiano sono ancora più infauste.

Andrea Armani

Tutti i dati utlizzati nel presente articolo sono stati tratti da Deloitte Football Money League 2016 e Gazzetta dello Sport [NdR].

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