Johan Cruijff l’Immortale

In tutta la vita, di battaglie, ne aveva persa una sola, o forse un paio. Il problema è che si tratta di battaglie grosse, importanti, decisive. Tanto che alcuni, per queste due battaglie, ne hanno rivalutato, sminuito, il mito. La terza di queste battaglie l’ha persa giovedì, e anche in questo caso era una battaglia tosta. La più importante, probabilmente. Hendrik Johannes Cruijff è morto per un tumore ai polmoni, dovuto con ogni probabilità all’altissima quantità di sigarette fumata nel corso della vita. Nonostante tutto, Johan era fiducioso e solo un mese fa era convinto di stare vincendo. Perchè Johan era così, da calciatore, da allenatore e da uomo. Sempre convinto dei propri mezzi, sempre ottimista, sempre certo di essere superiore, tanto da peccare spesso di υβρις ed essere spinto dagli dei del calcio pesantemente a terra. Ma nonostante le due battaglie perse, Johan Cruijff rimane uno dei più forti calciatori della storia del pallone, per alcuni il più forte, talmente iconico da andare fuori da qualsiasi schema. Vertice del Calcio Totale olandese degli anni ’70, icona catalana, superava addirittura la tradizionale lettura dall’1 all’11, stampando per sempre nella memoria collettiva il suo 14 su un corpo alto, dinocciolato, fino a sfiorare la goffaggine, capace di danzare sul pallone e marcare una linea tra il prima ed il dopo Cruijff. Il calciatore europeo del secolo.

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Betondorp è un quartiere di Amsterdam costruito interamente in calcestruzzo, ma ha l’aspetto di un piccolo paesino della campagna olandese. Proprio sul Betondorp (che significa letteralmente “villaggio di cemento”) protraeva la sua lunga ombra l’Ajax Stadion, nome ufficiale del campo dell’Ajax, in realtà noto a tutti come Stadion De Meer, costruito su un lago (Meer, appunto) prosciugato. Qui nasce Johan, figlio di Manus e Nel Draijer, e il De Meer lo frequenta fin dai quattro anni. Fa amicizia con tutti i giocatori, che lo lasciano assistere agli allenamenti. Alla morte del padre, lui, 12enne, chiederà alla società di dare un lavoro a sua madre, costretta a vendere il negozio ortofrutticolo di famiglia. E l’Ajax ascolterà il 12enne Cruijff, assumendo la signora come donna delle pulizie. Il passaggio dagli spalti al campo è rapido e naturale, e nelle giovanili è il più amato e rispettato. L’unico con il quale, per sua stessa amissione, non riesce a legare del tutto è il centravanti della prima squadra, ormai pronto a lasciare il calcio giocato: Rinus Michels.

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Rinus e Johan

E’ il 1964. L’allenatore di quell’Ajax è Vic Buckingham, ultimo di una lunga stirpe di allenatori inglesi ad Amsterdam, cominciata da Reynolds, allenatore dei Lanceri per trent’anni. L’Ajax gioca a Groningen, sotto una triste pioggia novembrina, ed è sotto tre a zero. E’ la prima partita in prima squadra per Johan Cruijff, e segna anche il suo primo gol. Nella partita successiva segna ancora, in un 5-0 contro il PSV. Ma la stagione va così così, e Buckingham perde il posto, dopo aver faticosamente conquistato la salvezza. La società decide allora di affidarsi proprio a Rinus Michels. Cambia tutto: i metodi di allenamento, gli orari, i giocatori, tutto a partire dal modulo. Il 2-3-5 con cui giocano gli Olandesi viene sostituito da un 4-2-4 offensivo in cui Cruijff è al centro dell’attacco. Il cambio radicale funziona. L’Ajax alla prima stagione di Cruijff e Michels vince lo scudetto, e alla seconda vince sia il campionato che la coppa nazionale, con Johan che segna 33 gol sui 122 dell’intera squadra, ancor oggi record.

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La specificità di Cruijff rispetto a tutti gli altri campioni, passati, contemporanei e futuri a lui, è la totalità. Cioè non solo grande velocità, o grande tecnica, o abilità di leggere il gioco. Ma tutte le caratteristiche di un tradizionale campione riunite in un unico corpo. Era capace, come si vedrà in seguito, di indirizzare l’azione fin dalle prime battute in difesa, e trovarsi esattamente nel punto preciso per segnare pochi secondi dopo, con un colpo di magia, o un pallonetto da 40 metri, o in rovesciata, o anche un tap in facile facile. Ma lui sapeva, dirigeva, e agiva.

Quello stesso anno, l’Ajax si mostra all’Europa. Dicembre del 1966, in Olanda arriva il Liverpool campione d’Inghilterra l’anno precedente, pieno di neocampioni del Mondo. E l’Ajax di Michels gli rifila cinque reti. Cruijff ne segna una, il suo compagno d’attacco ed amico Nuninga due. Gli inglesi sono convinti si tratti di un episodio, anche dovuto alla fittissima nebbia. Ma al ritorno, in Inghilterra, l’Ajax pareggia due a due, con doppietta di Johan Cruijff. L’avventura europea termina il turno successivo, contro il Dukla Praga, inferiore tecnicamente ma troppo superiore fisicamente. Michels allora rivoluziona la squadra, promuovendo molti giovani dal vivaio. Arrivano Ruud Krol, Neeskens, Haan, Hulshoff ed i fratelli Muhren. E da lì in poi l’Olanda sarà sul tetto del mondo. In realtà la prima formazione olandese a vincere la Coppa dei Campioni sarà il Feyenoord, nel 1970, dopo che l’anno precedente Cruijff aveva accarezzato la coppa, persa in finale contro il Milan di Nereo Rocco. Ma dopo la vittoria della squadra di Rotterdam, l’Ajax porterà a casa la coppa delle grandi orecchie per tre anni di fila.

Piccola parentesi tattica. Ma cos’è in realtà il calcio totale? E’ la rotazione possibile di ogni giocatore sul campo, con l’unica eccezione del portiere, che porta sostanzialmente ogni giocatore a poter ricoprire qualsiasi ruolo. In poche parole, ogni occasione in cui un giocatore cambia la sua posizione in campo per far evolvere tatticamente la squadra (il centrale di centrocampo che scende tra i difensori centrali, i terzini che salgono, l’attaccante che retrocede per lasciar spazio agli inserimenti dei centrocampisti) è calcio totale. Sono tutti concetti fondamentali del calcio moderno, e nascono qui ed ora.

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Michels però allenerà i Lanceri solo per la prima di quelle tre coppe, vinta contro il Panathinaikos allenato da Ferenc Puskas. I due anni successivi l’allenatore è il rumeno Stefan Kovacs, che segue se non migliora le idee di Michels. Il 4-2-4 lascia spazio ad un 4-3-3 atipico, in cui la punta (Cruijff, manco a dirlo) ha totale libertà di movimento, fino ad arretrare sulla linea dei difensori per impostare la manovra. La particolarità di quella squadra è una forte democrazia di spogliatoio, in particolare la scelta del capitano è fatta per votazione. Tanto che ognuna delle tre Coppe è sollevata da un capitano diveso: Vasovic per la prima, Keizer la seconda contro l’Inter a Rotterdam e Cruijff la terza, contro la Juventus.

Proprio questa eleggibilità sarà la causa che porterà Johan ad andarsene, dall’Ajax e dall’Olanda. All’alba della stagione 1973-74, Cruijff perde le elezioni, ed immediatamente chiede al suocero, suo agente, miliardario grazie al commercio dei diamanti, di organizzare il suo trasferimento. Il presidente dell’Ajax van Praag lo ha già venduto al Real Madrid, ma Johan vuole andare al Barcellona, dove allenatore è Rinus Michels e il vice è Vic Buckingham. Van Praag, a malincuore, si accorda con i blaugrana, e Cruijff vola in Spagna, mentre verso l’Olanda viaggiano tre milioni di fiorini (all’incirca un miliardo di lire del periodo). Johan, spinto dal suocero, riesce a tirare ulteriormente la corda e si aggiudica un contratto da un milardo e trecento milioni di lire (!!!), oltre che riuscire a farsi assicurare dal Lloyd’s di Londra le gambe per due miliardi e mezzo.

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Per queste beghe contrattuali, Cruijff riesce a debuttare in blaugrana solamente a fine ottobre, quando il Barcellona è sul fondo della classifica, già fuori dalle coppe europee. Ed alla sua prima partita al Camp Nou, l’olandese segna una doppietta. I blaugrana saranno campioni di Spagna, dopo aver segnato cinque reti al Real Madrid, la squadra di Francisco Franco, con Francisco Franco in vita ed al potere. L’avversione per il Real Madrid e per il potere franchista di Johan lo porterà ad essere un eroe catalano, tanto da essere pure convocato nella nazionale non riconosciuta della Catalogna.

Arriva il Mondiale del 1974, e la Federazione Olandese affida la panchina a Rinus Michels, che convoca, con il numero 14, Johan Cruijff. Per il resto la squadra è composta da giocatori dell’Ajax e del Feyenoord, equamente divisi. Deve essere il Mondiale della consacrazione orange. Il girone è superato senza particolari patemi d’animo, contro Uruguay (2-0), Svezia (0-0) e Bulgaria (4-1). Il girone per determinare i finalisti viene addirittura dominato dalla squadra di Michels. Quattro gol all’Argentina (con doppietta di Cruijff), due alla Germania Est e due al Brasile (con rete ed assist del Nostro). In finale si trova la Germania Ovest, sfavorita, pure finita seconda nel primo girone dietro la sorella orientale. E dopo un minuto, gli orange sono già avanti con un rigore guadagnato dal 14, che ridicolizza il concetto stesso di calcio come gioco di squadra. Ma lì il meccanismo dell’Arancia Meccanica, come era ribattezzata quella nazionale, si inceppa. La Germania resiste ed anticipa il calcio totale arancione, e prima della fine del primo tempo è già di nuovo avanti con un rigore e una rete di un altro grande del calcio, Gerd Muller. A vent’anni di distanza da un’altra finale sorprendente, la Germania dimostra di saper dare il meglio da sfavorita e vince il Mondiale. Cruijff perde la sua prima grande battaglia. La carriera di Cruijff in Nazionale è breve, perchè al termine dell’Europeo successivo (chiuso con un terzo posto, anche questa volta nonostante i favori del pronostico) decide di lasciare la selezione olandese, a nemmeno trent’anni.

Guardate il primo minuto di partita vera, a partire da 0.44. Questo è il Calcio Totale, baby

Intanto con il Barcellona le cose peggiorano. Il Real Madrid riprende il consueto dominio sulla Liga, e l’allontanamento di Michels a favore del tedesco Weisweiler crea una situazione di tensione nello spogliatoio. A Cruijff viene fatto capire di essere uguale agli altri, e lui non ci sta. Contemporaneamente, la famiglia ha qualche difficoltà economica per investimenti sbagliati della moglie, ed ancora una volta interviene il suocero. Nel 1978, a trentun anni, con tre palloni d’oro sulle spalle (1971, 1972 e 1974) Johan Cruijff va a giocare negli Stati Uniti. Los Angeles Atzecs (dove chiamerà ad allenare ancora Rinus Michels) e Washington Diplomats saranno la sua casa nel periodo americano, per poi tornare in Olanda, all’Ajax, dove gioca insieme a Rijkard e Van Basten, e dove inventerà il rigore di seconda che tanto ha scaldato i fan di Messi e Suarez, con l’arbitro che dopo aver convalidato chiede a lui se sia valido o meno. Alla fine però, degna conclusione di una storia del genere, non chiuderà lì la carriera, ma per un ultimo litigio passerà l’ultimo anno agli odiati rivali del Feyenoord, dove si allenerà con il giovane Ruud Gullit e che condurrà alla vittoria dello scudetto proprio contro i Lanceri.

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Passa 200 giorni in pensione. Allo scoccare del duecentunesimo, viene chiamato dall’Ajax per diventare allenatore, nonostante non abbia il patentino. Con Rijkard, Van Basten e Bergkamp vince due coppe nazionali consecutive, ed al secondo anno pure la Coppa delle Coppe, primo trofeo internazionale dalle sue Coppe dei Campioni. Nel gennaio del 1988 lascia il ruolo, dopo tre trofei in due anni e mezzo. Ma anche stavolta non passa troppo tempo prima che il calcio torni nella sua vita. Seguendo un sentiero tracciato quindici anni prima, dall’Ajax va al Barcellona, che aveva esonerato Luis Aragones. Lì rivoluziona la squadra, puntando molto su giovani catalani e baschi, in netta rivalità con il sempre odiato Real Madrid. Arrivano Goikoextea, Begiristain e Bakero. La squadra è ricca di campioni. L’azione parte sempre dai piedi di Ronald Koeman, per poi passare per Pep Guardiola fino a Mikael Laudrup. Indicativo come loro tre siano tutti diventati allenatori, con credi tattici diversi, ma tutti imparando da Johan. Davanti, giocano Romario ed uno tra i miei giocatori preferiti, con cui Cruijff avrà un rapporto di amore ed odio, come spesso capita con i propri simili. Hristo Stoichkov è sicuro di sé fino a sfiorare l’autocelebrazione e tecnicamente a livelli altissimi, tanto che vincerà il Pallone d’Oro nel 1994, proprio con Cruijff in panchina.

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Qui arrivano contemporaneamente il punto più alto e quello più basso della carriera dell’olandese come allenatore. 1992. Wembley. Il Barcellona vince la finale dell’ultima Coppa dei Campioni contro la Sampdoria di Vialli e Mancini, con una rete nel secondo tempo supplementare di Ronnie Koeman. Cruijff entra nella ristretta cerchia di uomini capaci di vincere la massima competizione del calcio europeo sia da giocatore che da allenatore, attualmente insieme a Munoz, Trapattoni, Ancelotti, ed ai suoi Rijkard e Guardiola. Due anni dopo, Johan perde la sua battaglia. Finale di Atene, questa volta di Champions League. Di fronte, il Milan di Capello. Cruijff carica psicologicamente la squadra, facendo capire più volte di essere superfavoriti e di non considerare i rossoneri un avversario all’altezza. La squadra, quando entra in campo per il riscaldamento, si stende a terra, usando i palloni come cuscini. Risultato finale: 0-4 per il Milan.

Lascerà il Barcellona due anni dopo, per i ripetuti attacchi cardiaci subiti. Diventa anche testimonial di campagne antifumo .“Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto. L’altro, il fumo, stava per togliermelo.” Ed alla fine glielo ha tolto. Ma di Johan una frase più di tutte si è avverata. “Per come ho giocato e per come ho vissuto, in un certo senso, probabilmente, sono immortale.” Ed è vero. Grazie, Johan.

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Marco Pasquariello

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