La caduta dell’angelo biondo: Luciano Re Cecconi

“Il Re è morto, il Re è morto!” Non si grida per le strade, si sussurra. Roma. Una notte piovosa e grigia di gennaio. No, non è il 1878, il re morto non è Vittorio Emanuele. In realtà ha un’importanza più viscerale, ma invece di unificare l’Italia, il Re morto divideva Roma. Lui, con l’uniforme biancoceleste, aveva sconfitto a più riprese le armate giallorosse, fino a guidare le Aquile sul trono d’Italia. E poi? Beh, e poi era caduto dal trono. Fino a finire in una gioielleria di Roma Nord, in quella fredda ed umida notte invernale del 1977, riverso a terra, con una pistola finta in mano. “Re Cecconi è morto!”

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Ma chi era veramente Luciano Re Cecconi? Definirlo come “un centrocampista della Lazio” sarebbe riduttivo. Era giocatore di classe sopraffina, che riusciva a fare gruppo in ogni occasione, e praticamente figlio dell’allenatore di quella Lazio, e del suo Foggia prima ancora, Tommaso Maestrelli. Che vive con lui e muore con lui. Quando Re Cecconi è riverso sul pavimento lucido, circondato da gioielli, il suo secondo padre è morto da meno di due mesi, dopo che un male incurabile lo ha divorato a partire dal fegato. Ed in quei due mesi non spariscono solo loro, ma sparisce quella Lazio, capace di vincere lo scudetto nel 1974, capace di far coesistere più galli nello stesso pollaio. E tutti in quel pollaio girano armati.

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Facciamo un doveroso salto indietro. 1969. Re Cecconi ha appena terminato una stagione da titolare in Serie C con la Pro Patria. In sede arriva la comunicazione, e piuttosto in fretta l’affare si fa: Re Cecconi firma con il Foggia in Serie B, su richiesta specifica dell’allenatore dei pugliesi, Tommaso Maestrelli. Così Re Cecconi lascia il Nord, dove la famiglia risiede da sempre e dove lo stesso Vittorio Emanuele II, di ritorno dalla battaglia di Magenta, li ha incontrati, premiandoli per la loro ospitalità con il suffisso regale. A Foggia l’ambientamento è lungo e difficile, ma Maestrelli lo aiuta. E all’11^ giornata, contro il Perugia, Maestrelli butta il ventunenne Re nella mischia. Non ne uscirà più. A fine stagione le presenze in maglia rossonera saranno 14. Il Foggia arriva secondo in campionato, alla pari con il Catania e dietro il Varese di un solo punto. E tutte e tre salgono in Serie A

Ma la prima stagione in Serie A per il Re non è positiva. A fine anno, il Foggia occupa il terzultimo posto, e la retrocessione viene sancita dalla peggior differenza reti contro la Fiorentina, che al contrario rimane in Serie A. Insieme ai rossoneri retrocedono Catania, ultimo, e Lazio. I biancocelesti in quell’anno vennero sconfitti a Foggia per 5 a 2, e tra i marcatori entrò anche Re Cecconi. Dalla tribuna si alzò prima che fosse finita la partita Umberto Lenzini, presidente dei biancocelesti, che segnò il nome di Maestrelli su un taccuino. E così, nella nuova stagione di B, scelse il tecnico del Foggia come nuovo allenatore, per tornare subito in Serie A. Maestrelli riuscì a convincere i giocatori più importanti della rosa a rimanere, promettendo la promozione in quello stesso anno e affidando la fascia di capitano a Pino Wilson, libero davanti alla difesa. Sponsorizzò l’acquisto di Martini, trasformandolo da centrocampista a difensore esterno di sinistra, dove la Lazio mancava di un uomo. E permettendo a Chinaglia di fare tutto ciò che voleva in attacco, ottenne subito la promozione, con 21 gol di Long John, come era soprannominato fin dai tempi dello Swansea, dove aveva vissuto con il padre minatore. Le prestazioni dell’attaccante gli permisero anche di esordire in Nazionale (pur giocando in B) e segnare dopo appena 4′ dall’ingresso in campo. 

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Contemporaneamente, Re Cecconi è diventato determinante nel centrocampo foggiano, ma i rossoneri non riescono a ripetersi e rimangono invischiati nella metà della classifica del campionato cadetto. Ma ancora una volta in sede arriva una chiamata. Re Cecconi sale su un’auto e corre lungo l’autostrada, fino ad uno svincolo dove vede parcheggiata l’auto di Maestrelli. Dentro, con il suo allenatore, c’è Lenzini, ed il contratto pronto per portarlo alla Lazio, di nuovo in Serie A.

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Da sinistra, Lenzini, il dg Sbardella e Maestrelli

Ma uno che fa Re di nome non può che portare scompiglio dove ci sono tanti re di fatto. E Cecconi scoprì con cosa aveva dovuto fare i conti Maestrelli nella stagione precedente. Lo spogliatoio era dominato caratterialmente da capitan Wilson e da Chinaglia, cresciuto da emigrato figlio di un minatore in Galles ed improvvisamente lanciato nel calcio italiano, tra champagne e macchine sportive. Tanto che Chinaglia era stato il principale imputato, insieme all’allenatore precedente, l’argentino Lorenzo, della retrocessione, a causa di una vita sregolata insieme alla moglie Connie. I due controllano le menti ed i cuori di tutti, e salvo una prima opposizione al tecnico, ora darebbero la vita per lui, capace di motivarli e convincerli in poche partite.

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L’arrivo di Re Cecconi è osteggiato, perché pochi giorni prima era partito Massa, destinazione Inter, ala amatissima da tutto lo spogliatoio. Insieme all’ex Foggia arrivano Frustalupi dai nerazzurri, il portiere Pulici dal Novara, il difensore Petrelli e l’attaccante Garlaschelli. Nessuno credeva che un gruppo del genere, zeppo di giovani sconosciuti, potesse far altro che non fosse la mera salvezza. Invece in quella stagione i biancocelesti arrivano a minuti, a secondi, ad istanti, dallo scudetto. Alla vigilia dell’ultima gara, il Milan conduceva la classifica con 44 punti, mentre Juventus e Lazio stavano appaiate al secondo posto, a 43. Nell’anticipo, il Milan venne sconfitto dal Verona, dopo aver cercato inutilmente di spostare la partita a causa della vicinanza con l’incontro di Coppa delle Coppe a Salonicco. Negli ultimi ’90 minuti della stagione, la Juventus andò sotto contro la Roma, mentre la Lazio restava sullo 0-0 con il Napoli. Al 45’ dunque lo scudetto era tra le mani biancocelesti, grazie al vantaggio negli scontri diretti con i rossoneri, viziato da qualche errore arbitrale. Ma nel secondo tempo il Napoli segnò il gol vittoria e la Juventus ribaltò il risultato, conquistando il suo 15^ scudetto. Maestrelli diede fiducia praticamente sempre agli stessi 11, creando un gruppo compatto di titolari. Apparentemente.

In realtà era così solo un giorno a settimana, la domenica. Gli altri sei giorni lo spogliatoio era spaccato a metà. Da un lato il clan di Chinaglia e Wilson, dall’altro quello di Re Cecconi e dei nuovi. Il Re ha mostrato a tutti il suo lato carismatico, e si è erto a paladino degli “altri”, quelli considerati meno degni di indossare la maglia biancoceleste. Spesso le due fazioni stanno in spogliatoi separati, ed in allenamento volano colpi proibiti. Tutte le partitelle si fanno seguendo la divisione di spogliatoio, e i due schieramenti sfiorano l’odio per il compagno di squadra. Presto Re Cecconi e Martini, amici per la pelle ed amanti di sport adrenalinici, cominciano a girare armati, e lo stesso fanno gli altri, che già ai tempi della Serie B amavano passare del tempo al poligono, o quello ufficiale o dietro gli alberghi sede del ritiro, al riparo da occhi indiscreti. Perché quella Lazio vive quella Roma, quella degli anni ’70. E’ la Roma della prima grande criminalità, il clan dei Marsigliesi e le fondamenta della Banda della Magliana. Dalle ceneri del Boom e della Dolce Vita nascono chilometri di quartieri residenziali in pieno degrado, da cui con furti, spaccio ed i primi rapimenti emergono giovani arricchiti, che vogliono spendere i soldi sporchi nei grandi locali del centro, dove appunto questa cerchia entra in contatto con quella dei calciatori. Ed alcuni, Chinaglia in primis, sono attratti da questo mondo.

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Arriva la stagione 1973/74, e nella giornata prima di Natale la Lazio si pone davanti a tutti, con alle spalle il trio Napoli – Juventus – Fiorentina. E fino alla penultima giornata viaggia con tre punti di vantaggio sull’avversaria bianconera, unica a reggere il ritmo dei biancocelesti. E come sempre il destino ci mette lo zampino. Alla penultima giornata, mentre la Juventus affronta i Viola, la Lazio si trova davanti il Foggia. Maestrelli e Re Cecconi si trovano così di fronte il loro passato, e devono vincere per aggiudicarsi matematicamente il titolo, ma così facendo spedirebbero il Foggia in B. E ancora una volta a segnare la partita è Chinaglia, con un rigore, che contemporaneamente fa volare l’aquila della Lazio ed affossa i rossoneri, dividendo il cuore di Re Cecconi in due, allo stesso tempo facendolo gioire e ferendolo. Era il primo scudetto dei biancocelesti, il primo per Roma città del dopoguerra. Il primo per Maestrelli. Il primo per Chinaglia. Il primo per Re Cecconi. Ed in realtà per la maggior parte di quella squadra fu anche l’unico.

In quell’estate, Wilson, Re Cecconi e Chinaglia vengono convocati per il Mondiale del 1974. Ma l’esperienza è fallimentare: dopo una vittoria sofferta contro Haiti, arriva un pari contro l’Argentina e la sconfitta contro la Polonia, che elimina gli Azzurri. Ferruccio Valcareggi non riesce a mediare tra caratteri troppo forti, con Chinaglia che manda platealmente a quel paese il ct in campo. E complice una condizione atletica deludente, si torna a casa ai gironi. Quel mondiale verrà vinto dalla Germania Ovest, in finale contro l’Olanda di Crujff, fondata sugli insegnamenti tecnici di Rinus Michels, che aveva chiesto a Maestrelli di poter assistere agli allenamenti della Lazio, per carpirne i segreti. Ma Maestrelli aveva rifiutato.

Ma era la fine della Lazio. Chinaglia, che già sentiva di essersi spinto un po’ troppo oltre e pressato dalla moglie americana, organizza il trasferimento negli Stati Uniti, dove giocherà con Pelè e Beckenbauer. Frustalupi venne venduto, e all’alba della stagione successiva Maestrelli scoprì di avere un tumore al fegato. La sostituzione dell’allenatore con Corsini portò all’esplosione degli scontri interni allo spogliatoio, e mentre la stagione successiva allo scudetto terminò al quarto posto, mentre quella del 1976 terminò con la salvezza ottenuta solo grazie alla differenza reti, e solo grazie al ritorno in panchina di Maestrelli grazie ad una cura miracolosa. Ma la cura aveva solo dato più tempo al tecnico, che diventato direttore tecnico consigliò a Lentini di prendere il brasiliano Luis Vinicio come allenatore, prima di rassegnare le dimissioni. Il 2 dicembre dello stesso anno Maestrelli se ne andò per sempre, in un ospedale romano, esattamente un anno dopo il ritorno sulla panchina biancoceleste. La chiesa delle esequie è strapiena, ed in prima fila ci sono Wilson, Chinaglia, tornato dall’America, Re Cecconi ed Oddi, gli esponenti delle faide. Riuniti ancora una volta, per l’ultima volta, da Maestrelli.

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Wilson, Chinaglia, Re Cecconi ed Oddi. (Fonte: laziowiki.com)

Non sono passati neanche due mesi da quel giorno quando Re Cecconi è riverso sul freddo pavimento della gioielleria di via Nitti. Le sirene suonano sempre più vicine, sotto la pioggia di Roma. Accanto a lui, Pietro Ghedin, amico e compagno di tante partite, anche di quelle che hanno portato il tricolore sul petto. Di tante volte che il Re aveva avuto vere pistole in mano, alla fine gli avevano sparato proprio quando in tasca aveva un’arma giocattolo. “Era solo uno scherzo, era solo uno scherzo…”

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Marco Pasquariello

 

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