Cronache di un Festival: Visioni Italiane

Dal 24 al 28 febbraio si è tenuto il Festival del corto e mediometraggio “Visioni italiane” presso la Cineteca di Bologna. Novità e sperimentalismo sono stati i protagonisti assoluti, coinvolgendo registi italiani e stranieri. Sono state molte, infatti, le sorprese che hanno piacevolmente rispettato le attese di un evento giunto ormai alla sua 22^ edizione.
All’interno di questo vasto ed eterogeneo panorama cinematografico dipanatosi in cinque giorni, è d’obbligo essere concisi e selettivi riguardo alla grande quantità di materiale messa in onda in sala. Chi scrive si trova in qualche modo obbligato a fornire delle opinioni filtrate dalla propria esperienza diretta dell’evento. D’altra parte, lasciamo ai lettori il giudizio sui vari film proiettati, rimandandovi alle singole visioni e anche al focus effettuato dallo staff della Cineteca e dalle sue partnership, circa le più esaustive informazioni su partecipanti, vincitori, giudizi su di essi e voci dal festival.
Il Festival ha ospitato alcune figure piuttosto celebri del mondo dello spettacolo. Di certo il momento di massimo risalto si è avuto a causa della polemica fatta scoppiare da Morelli (l’ispettore Coliandro), che ha accusato la Cineteca di fornire spazi non adeguati per i fan al suo seguito. Ma, al di là della sterile querelle che si è risolta con l’intervento del Comune, l’Ispettore Coliandro si è confermato un prodotto italiano che ha riscosso successo presso un’ampia fetta di pubblico del panorama nazionale. Al Festival è intervenuto anche Matteo Garrone, che ha parlato del suo passato da tennista e dei suoi esordi: con l’atteggiamento dimesso che lo contraddistingue, il regista ha dialogato con Farinelli (direttore della Cineteca) spaziando dal proprio passato da tennista agli esordi nel mondo del cinema, dal successo di Gomorra all’ultimo film Il racconto dei racconti, in cui si è trovato a lavorare nella grande produzione con un budget elevato e professionisti di calibro.

Per quanto riguarda le pellicole che sono state proiettate in sala, partiamo dalla fine: nell’ultima giornata del Festival si è tenuta la cerimonia di premiazione, che, per la verità, si è contraddistinta soprattutto per la durata e la cascata di vincitori proclamati. I premi erano molti (forse troppi) e le varie giurie si sono avvicendate sul palco con i loro giudizi critici. La giuria di spicco del Festival (composta dal regista Saverio Costanzo, dall’attrice Alba Rohrwacher e da Pier Giorgio Bellocchio, Daniele Furlati, e Davide Turrini) ha assegnato il premio per il miglior film a Varicella di Fulvio Risuleo.

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Locandina del film vincitore “Varicella”

In controtendenza rispetto ai premi conferiti dalle altre giurie, il corto ci è sembrato convincente e originale nella trama, portata quasi agli estremi del paradosso, trattando un tema che “fa discutere le persone in sala dopo la visione” – come dichiarato dal giovanissimo regista (classe 1991) – “stimolando discussioni del tutto estranee al cinema”. In effetti, dal punto di vista socio-antropologico, questo film ha molto da dire, sottolineando una strada di ricerca percorsa anche da altre pellicole presentate al Festival. Abbiamo visto da una parte pellicole che possiedono la volontà di indagare il contesto urbano e le sue periferie dal punto di vista socio-antropologico: ne sono un esempio Bellissima (di Alessandro Capitani), dove in pochi minuti viene tracciato il contesto sociale di una sottocultura giovanile del nostro paese, o ancora E.T.E.R.N.I.T. (di Giovanni Aloi), che getta lo sguardo sullo sfruttamento della manodopera degli immigrati e sul problema dello smaltimento dell’amianto. Dall’altra parte, abbiamo assistito a una ricerca di senso negli ambienti extra-cittadini, soprattutto nella sezione “Visioni Sarde”, dove si è portata l’attenzione dell’occhio continentale su una realtà isolana e marginale, densa di significati, archetipi e interessi riguardo alle tradizioni riportate in vesti mitiche (consigliamo, a tal proposito, la visione di Alba delle Janas, El vagòn e La danza dei demoni sacri).

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Noemi Pulvirenti e Luciano Nadalini – Foto di Daniele Barresi

Al Festival non è mancato nemmeno uno sguardo storico-politico, certamente pregnante in È accaduto in città (di Noemi Pulvirenti), documentario incentrato sul fotografo Luciano Nadalini che, per l’Unità, ha raccontato i movimenti giovanili bolognesi tra anni ’80 e ‘90, la cultura punk, la Pantera e l’Isola del Kantiere.
Un contributo significativo è stato fornito dal film di Stefano Grossi Nemico dell’Islam? Un incontro con Nouri Bouzid, da cui emerge un ritratto a tutto tondo del regista tunisino, delineando la sua ostinazione nel perseguire la scomodità di certi temi dei suoi film, come ad esempio il problema dello stupro nella cultura islamica.

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Incontro con Stefano Grossi, regista di “Nemico dell’Islam?” – Foto di Daniele Barresi

Segnaliamo poi Il successore (di Mattia Epifani), una grande sorpresa: il regista ha messo in scena la vita di un uomo che diviene il proprietario dell’azienda di famiglia specializzata nella produzione di mine antiuomo. Il film riprende in maniera convincente sia un dramma storico (legato al conflitto bosniaco) sia il dramma privato di un personaggio che si mette in discussione dopo una profonda crisi esistenziale. Degno di nota, infine, Hailstone’s Dance (di Seyed Ali Jenaban e Ami Pourbarghi), vincitore del premio Visioni Doc/Doc.it, che racconta le vicende di una ragazza oggetto di violenze sessuali da bambina all’interno del contesto politico iraniano. Non si racconta soltanto la storia di una bambina, “ma una situazione che può accadere a tutti” – ha dichiarato Seyed Ali alla cerimonia, con italiano dinoccolato – “non dobbiamo mai dimenticare che tutti possiamo essere oggetto di violenza”. Un film sofferto, che ha fornito una grande lezione di umanità al pubblico presente in sala: la pellicola ci ricorda, appunto, che siamo umani e potenziali vittime dei nostri stessi simili. Ma il messaggio veicolato da questo corto (e da molti altri proiettati al Festival) sta nel valore del prodotto artistico: c’è, per fortuna, la possibilità di una redenzione, un viatico, seppur minimo, contro il dolore.

Daniele Barresi

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