Di come BLU è diventato grigio

Da giorni il volto di Bologna non è più lo stesso: Blu ha strappato e oscurato le sue opere per la città, come protesta contro la mostra “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano”, organizzata da Genus Bononiae con il sostegno della Fondazione Carisbo. Obiettivo della mostra è “recuperare e conservare i murales per salvarli dalla demolizione e preservarli dall’ingiuria del tempo”. Costo del biglietto: 13€.

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Durante il lavoro di cancellazione delle opere

Cosa significa “preservare i murales dall’ingiuria del tempo”? Nel momento stesso in cui vengono realizzati sono destinati a sporcarsi, sbiadirsi, essere rovinati dai tag; ancora peggio, sono destinati ad essere ignorati, criticati, demoliti dall’opinione pubblica e dall’amministrazione cittadina, nascono sotto il segno del vandalismo, i loro artisti non rilasciano autografi per strada ma si incappucciano e nascondono la loro identità. La cosiddetta “operazione salva-graffiti” (così chiamata dal Corriere di Bologna), non è né culturale, né artistica, né in nessun modo accettabile per gli appassionati di arte. Come si può pensare che la street art sia fruibile in un contesto diverso da quello in cui è nata, e in cui è necessariamente destinata a morire? È una particolarissima forma d’arte che non pretende di essere trattata come un dipinto: non vuole essere messa sotto teca, illuminata da un faretto in un museo, goduta da un pubblico pagante; non chiede restauri, precauzioni, transenne, ma si offre spontaneamente e per sua natura allo smog, ai cani, alla quotidianità, alla pioggia, al tempo, alla città e a chi la abita; non si propone come canone di bellezza, puro e intoccabile, ma nasce sporca, povera, nei sobborghi, nelle metropolitane, nelle zone industriali, nei centri sociali; è un’arte che spesso parla di politica, di lotta, di avversità verso un sistema costituito a cui non si sente di appartenere, e che spesso è lo stesso sistema che mette le opere d’arte in un museo, sotto teca, illuminate da un faretto, dietro una transenna, godibili previo pagamento. E tutto questo non è un effetto collaterale, un prezzo da pagare per chi vuole fare questo tipo di arte, non è un “mi piace dipingere sul muro, peccato che poi si rovini” ma è parte integrante e fondamentale della stessa opera d’arte.

Mi spiego: l’intenzione non è criticare il concetto di museo o il mercato dell’arte; è legittimo che entrambe le cose esistano. Il problema nasce quando la street art viene trattata come se fosse un dipinto, perché non lo è. Il supporto su cui viene realizzata un’opera e il contesto in cui l’opera viene inserita non sono dettagli, ma parti costitutive dell’opera stessa. Estrapolarla da quel contesto, trasferirla su diverso supporto, significa modificare, se non annientare completamente, il significato di quell’opera. Parto dal presupposto che l’arte non sia solo immagine, qualcosa da ammirare e di cui pensare “Quant’è bella”; l’arte può essere brutta, può essere esteticamente insignificante, come una stesura monocroma o un semplice taglio nella tela. Ciò che più ha peso nell’arte, specialmente nell’arte contemporanea, è il significato e il messaggio che porta con sé. Quindi staccare un murale dalla parete di quell’edificio abbandonato in zona industriale su cui si trovava, trasferirla su una tela, e appenderlo in un museo, è un’operazione imperdonabile. Si sta preservando la sua integrità, si sta valorizzando la sua esteticità, ma la si sta svuotando di significato, invalidando il messaggio. Quindi, si sta trasformando quella che era un’opera d’arte in un pezzo di arredamento, niente più di un quadro dell’Ikea, un cesto di frutta finta, un divano. Con il nobilissimo intento di salvare un’opera d’arte dalle intemperie del tempo, la si distrugge, la si rovina per sempre, più di quanto il vento, la pioggia o i cani possano mai fare.

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Il vecchio muro di XM24

Blu, come un moderno Seneca, ha deciso che alla sconfitta preferisce il suicidio. L’arte di Blu è prettamente politica, critica sociale, spunto di dialogo, a Blu non importa tanto che sia bella e apprezzata quanto che sia utile, e lo ha dimostrato anche a Berlino, cancellando le sue opere a Kreuzberg. Chi ha avuto la fortuna di vedere le sue opere – e, soprattutto, di capirle – le conserverà nella propria memoria e custodirà dentro sé la lezione imparata; per il futuro rimangono le foto. Blu ha dimostrato chiaramente che l’esistenza fisica delle sue opere non è più importante del loro valore intellettuale, sociale, politico; per citare gli Stato Sociale a riguardo “ricordati che il motivo per cui fai una cosa è più importante della cosa che fai”. Se la street art deve diventare oggetto puramente estetico, da ammirare, da studiare senza capirlo davvero, da apprezzare per sentirsi parte di un élite culturale senza coglierne i significati, allora l’arte non ha più senso di esistere, non sta creando niente, e allora si preferisce cancellarla.
Che Roversi Monaco abbia deciso di creare una mostra del genere è certo un effetto di una concezione di street art che sta cambiando in tutta la società: se l’ha fatto è perché sa che gente pagherà per vederla e continuerà a finanziare una simile concezione dell’arte. 
   Penso che il gesto di Blu sia innanzitutto coerente verso se stesso, e in secondo luogo rappresenti il tentativo di mandare un messaggio forte a tutta la collettività, per il futuro. Si tratta di suscitare – come sempre fa lui – occasioni di discussione affinché la gente ricominci a parlare del significato di street art e del perché qualcuno dovrebbe preferire dipingere un muro piuttosto che una tela.

E se davvero l’arte (meglio: questo tipo di arte) è più importante per il suo significato che per la sua bellezza, allora questo gesto non è così grave, anzi: il significato originario, per chi l’ha capito allora, si è adesso arricchito di questo nuovo valore e di questa nuova lotta; è un’evoluzione che è diventata parte integrante dell’opera d’arte. Quante volte abbiamo studiato qualcosa che è cambiato nella storia, e abbiamo studiato anche l’importanza storica e filologica di quel cambiamento; penso per esempio alle “braghe” cinquecentesche della Cappella Sistina: perché in sede di restauro hanno cancellato quelle settecentesche e non le altre? Perché tutto sommato sono importanti, rappresentano qualcosa di storicamente rilevante. Quando si studierà Blu si analizzeranno le sue opere tramite le fotografie, se ne estrapolerà il significato e poi si aggiungerà: queste opere sono state cancellate dall’artista stesso, come protesta contro una parte del mondo dell’arte che non l’ha capito, che l’ha tradito. In futuro verrà studiato anche questo, e allora no, non sono più triste, ma orgogliosa di questo nuovo “graffito” di protesta, questo non-graffito. Accetto la modifica e la analizzo per quello che è e per gli insegnamenti che (spero) porterà alla storia dell’arte adesso. E per lo stesso motivo, dopo tutto, andrò a vedere la mostra di Roversi. Perché fa parte della storia, è giusto vederla. Andrò a vederla, pagherò per vederla, e soffrirò per quello che vedo. Si fa anche questo per amore.

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Il nuovo muro cancellato di XM24

Citando i Wu Ming:
“Dopo aver denunciato e stigmatizzato graffiti e disegni come vandalismo, dopo avere oppresso le culture giovanili che li hanno prodotti, dopo avere sgomberato i luoghi che sono stati laboratorio per quegli artisti, ora i poteri forti della città vogliono diventare i salvatori della street art.”

Maria Flora Amodeo

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