Empire of the Clouds: Iron Maiden, The Book of Souls (2015)

L’altro giorno discutevo con un amico musicista del fatto che è sempre più difficile trovare artisti che creano nuovi linguaggi musicali: da appassionati di musica progressiva (come io chiamo il prog rock dai Pink Floyd ai Dream Theater e fortunatamente oltre), troviamo frustrante doversi rivolgere ai classici per esplorare i nuovi mondi promessi e scoperti da questa corrente negli anni ’70. Forse, come ho pensato il giorno dopo, la risposta è nell’hip hop, che forse, forte di un sentimento di appartenenza culturale più –

Oh, insomma.

IL NUOVO DEGLI IRON MAIDEN E’ UNA BOMBA.

Nel 2014 iniziano a trapelare indiscrezioni sull’attività fervente in casa Iron Maiden: a quanto pare una nuova produzione è quasi ultimata, e la band vorrebbe pubblicare l’album a inizio 2015. Purtroppo, però, l’uscita dell’album viene ritardata, e solo successivamente si capirà perché. Al cantante Bruce Dickinson viene diagnosticato un tumore alla gola, e deve iniziare subito la terapia. La band dice che il disco è pronto, ma uscirà non appena si saprà qualcosa di più sulle condizioni di Bruce, così da poter essere sicuri di promuoverlo al meglio. A maggio i Maiden dicono che la chemioterapia sta andando molto bene, e la data di uscita dell’album viene fissata al 4 settembre.

Il 4 settembre arriva, Bruce è guarito, e il disco si rivela una sorpresa sotto molti aspetti.

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Per cominciare, The Book of Souls, questo il titolo dell’ultimo arrivato in casa Iron, è un doppio album, ed è la prima volta che la band si prende questo rischio (naturalmente vale per i dischi in studio: quasi tutti i loro album dal vivo sono doppi); inoltre, Bruce Dickinson offre una performance superiore rispetto al precedente The Final Frontier: se non recupera la voce perduta, di certo dimostra di essersi adottato al nuovo stile, e ha una confidenza e una duttilità che lì mancavano; sull’album, poi, per la prima volta dall’epico Powerslave del 1984, ci sono due brani scritti dal solo Dickinson, per di più in apertura (“If Eternity Should Fail”) e chiusura (lo vedremo dopo) di album, e sono spettacolari; si è ricomposta la coppia Dickinson/Adrian Smith (chitarrista, uscito dopo Seventh Son of a Seventh Son del 1988 e tornato, con Dickinson, per Brave New World nel 2000), che regala qui, in particolare, la bomba “Speed of Light”, serenamente al livello dei loro singoloni metallari degli anni ’80, oltre all’istantanea “Death or Glory”, non altrettanto trionfante ma comunque piacevole; c’è persino un aumento di tastiere “sul serio” (qui non si limitano a fare tappezzeria come su The Final Frontier ma sono parte integrante dei brani)!

Sul sound c’è davvero poco da dire: è un disco-dei-Maiden al 100%. Eppure sembra che, probabilmente anche grazie al sempre valido produttore Kevin Shirley, i Maiden siano consapevoli di essere nel 2015, e i suoni si adattano a questo. Le chitarre suonano più moderne (pur, ribadiamolo, non aggiungendo niente a quanto già detto nei quindici dischi precedenti, specie negli ultimi quattro, del nuovo millennio), e la devastante “When the River Runs Deep” del leader-comandante e bassista Steve Harris con il già citato Smith ne è un ottimo esempio, con il suo ritornello che ti prende e ti porta via.

Dolce la dedica a Robin Williams di “Tears of a Clown”, di nuovo di Harris e Smith, e un po’ imbarazzante l’autoplagio (perché è ben peggio di una semplice citazione) di “Shadows of the Valley”, con un’introduzione sospettosamente simile a “Wasted Years” da Somewhere in Time del 1985.

Ci sono anche alcuni pezzi lunghi: “The Red and the Black”, l’unico firmato dal solo Harris, funziona fino a un certo punto, così come la title track “The Book of Souls” (leggermente superiore a mia immodesta opinione), ma la vera sorpresa è la trionfante, epica “Empire of the Clouds”, in chiusura. Pianoforte, Bruce al top della forma e 18 minuti di bombastico quasi-prog metal per il brano più lungo della carriera degli Iron Maiden (che batte la conclusiva “Rime of the Ancient Mariner” dal già citato Powerslave), scritto, come menzionato prima, interamente da Dickinson.

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Giunti al quarantesimo anno di carriera (trentacinquesimo se contiamo gli anni passati dal primo, eponimo album), gli Iron Maiden dimostrano di non aver nulla da dimostrare: il loro sedicesimo album è un monolitico “vaffanculo” a:

– tutti quelli che li danno per spacciati, essendo uno showcase di ispiratissimo songwriting metallaro;

– tutti quelli che si lamentano che “è quella e sempre quella”: è verissimo, ma dai Maiden non mi aspetto e non voglio altro.

Per cercare nuovi linguaggi andrò da un’altra parte. Per saltellare per casa con lo stereo a palla e *l’ultimo dei Maiden* dentro, continuerò ad andare dagli Iron Maiden, finchè faranno dischi così.

Up the irons!

[Gli Iron Maiden sono in tour e verranno in Italia per tre date quest’estate, a Milano al Forum, a Roma all’Ippodromo Capannelle e a Trieste in Piazza Unità d’Italia (e io non potrò esserci, e per questo piango lacrime amare)]

Guglielmo De Monte

@BufoHypnoticus

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