Chi vuol essere sindaco di Roma?

Roberto Giachetti è il candidato sindaco del centrosinistra per le prossime elezioni amministrative di Roma.
Ora dovrà affrontare, nella caotica tornata elettorale di giugno, la candidata del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi, quello del centrodestra, che quasi certamente sarà Guido Bertolaso, l’imprenditore Alfio Marchini, Francesco Storace, e uno tra Stefano Fassina e il sindaco uscente Ignazio Marino, probabili artefici di un’interessante novità: le primarie di sinistra.

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Il “diario di viaggio”

Con quasi il 64% delle preferenze Roberto Giachetti ha sconfitto gli altri sei candidati del centrosinistra alle primarie tenutesi ieri, domenica 6 marzo, nel cosiddetto super sunday che ha visto il voto anche a Napoli, Trieste, Bolzano, Benevento e Grosseto.

Roberto Morassut, fermatosi al 27%, già Assessore all’urbanistica del Comune di Roma con Walter Veltroni sindaco, è stato il candidato supportato da Bersani e dalla sinistra interna del PD, ed ha già dichiarato il suo totale sostegno a Giachetti.

A ruota troviamo il democristiano Stefano Pedica al 2%, con un programma impostato principalmente sul tema anti-casta, mentre Domenico Rossi, generale dell’Esercito in licenza dal 2013 ed eletto con Scelta Civica, si attesterebbe al 4.

Gianfranco Mascia, presentatosi a tutti gli appuntamenti elettorali con un orso di peluche (sull’onda del cartone per bambini “Masha e Orso”) portavoce romano dei Verdi e fautore in passato di numerose manifestazioni contro il Governo Berlusconi e Chiara Ferraro, 25 anni, ragazza affetta da una grave forma di autismo candidatasi simbolicamente con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui diritti dei disabili si sono fermati rispettivamente all’1 e 2%.

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Fonte: roma.repubblica.it I candidati

Nonostante episodi di intolleranza e addirittura di vandalismo verso alcuni seggi, le votazioni ai 193 gazebi sparsi per tutta la città si sono svolte regolarmente, con una affluenza flop di 43.000 elettori, meno della metà dei 94 mila accorsi per scegliere Ignazio Marino nel 2013.

Matteo Orfini, Presidente del PD, ha affermato che “in un’ora abbiamo avuto più votanti delle Comunarie dei 5 Stelle”, e ha giustificato il dato sottolineando come non si siano registrati casi di masse di cinesi e immigrati in coda ai gazebi (cosa per la quale non dobbiamo più scandalizzarci): “nel 2013 c’era il PD delle truppe cammellate di quelli che sono stati arrestati, delle file di rom e quant’altro“, mentre oggi “c’è il dato di un partito vero“, un partito che però ha perso più di 50 mila voti.
La scarsa affluenza è stata dunque la protagonista e la seconda vincitrice, come ultimamente spesso succede, delle primarie, con conferme, smentite e frecciate da parte dei candidati, soprattutto nei confronti del Movimento 5 Stelle cha da sempre si è mostrato critico circa le modalità utilizzate dal Partito Democratico. Così non si sono fatte attendere le prime parole di Giachetti dopo il voto all’ex Dogana di San Lorenzo, quartier generale della sua campagna elettorale nei confronti del Movimento grillino: “Il mio programma è nato tra la gente, non in uno studio a Milano della Casaleggio e associati. Io risponderò ai romani, non a Casaleggio. Voglio essere libero anche e soprattutto da certi meccanismi della politica. Voglio parlare forte e chiaro anche al mio PD: fate una lista di persone pulite al di sopra di ogni sospetto di cui tutti saremo orgogliosi perché Roma e i romani un’altra occasione non ce l’avranno. Gli elettori capiscono molto bene. Ora è il PD che deve dimostrare di aver capito gli elettori“.

54 anni, deputato del PD e Vicepresidente della Camera dei Deputati, Giachetti è anche membro del Partito Radicale Transnazionale, un partito riconosciuto come organizzazione non governativa con status consultivo presso l’ECOSOC. Dal 1993 al 2001 Capo della Segreteria e di Gabinetto dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli, Giachetti è stato anche uno dei fondatori della Margherita e ha attutato diverse volte, insieme a Marco Pannella, lo sciopero della fame, soprattutto nell’ambito della battaglia per la riforma della legge elettorale.
È l’uomo del partito, ed attorno a lui si è radunata una coalizione vasta, variegata e compatta: i renziani, i Giovani Turchi di Matteo Orfini, l’elettorato più moderato di centrosinistra ed il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.
Per la sua candidatura non ha presentato un programma vero e proprio, non volendo fare alcuna promessa roboante, anche se dal suo tour rinominato #tuttaRoma è stato possibile capirne i punti cardini.
L’attenzione del neocandidato si è subito focalizzata sulla sfida che Roma possa funzionare come qualsiasi altra città europea ed italiana, in particolare riguardo alla precarietà del trasporto pubblico, delle lunghe file agli sportelli pubblici e del caos che da sempre la contraddistingue. Per risolvere un tale problema l’idea di Giachetti è quella di modificare l’assetto istituzionale della città stessa, una modifica che porti alla valorizzazione del ruolo dei municipi, rendendoli dei veri e propri mini-comuni con poteri e disponibilità economiche adeguate, decentralizzando così la figura del Campidoglio.
I municipi avranno un ruolo chiave anche riguardo alla ripresa e alla realizzazione della opere incompiute, partendo dai parchi e passando ai parcheggi, fino ad arrivare a quelle più significative. In più di un’occasione ha voluto rilanciare la proposta di contrastare l’inefficienza e la difficoltà di gestione delle linee metropolitane e di autobus con la realizzazione di linee di tram in superficie. Per ultima, ma non per importanza, l’idea di riportare i quartieri al centro dell’attenzione, quella parte della città che nessuno vede: “Roma devi viverla se vuoi capirla, e devi capirla se vuoi governarla.
Fidatissimo di Matteo Renzi e Matteo Orfini, avrà il difficile compito di riportare il Partito Democratico in Campidoglio dopo il breve inter-regno di Ignazio Marino, naufragato in mezzo agli scandali di Mafia Capitale e di un sistema corrotto e correntizio che hanno portato la capitale ad essere la città più difficile da governare, in Italia e non solo. Affittopoli e parentopoli, un debito di oltre 14 miliardi di euro, le assenze di massa dei vigili urbani la notte di Capodanno, Mafia Capitale, la sporcizia delle strade e gli innumerevoli scioperi dei mezzi pubblici sono solo alcuni tra i troppi scandali che hanno avuto Roma come protagonista, e le indecisioni e il caos che stanno contraddistinguendo le varie campagne elettorali, sia a destra che a sinistra, non lasciano presagire nulla di buono.

A destra la leadership è un affare a quattro tra Guido Bertolaso, Giorgia Meloni, Francesco Storace a Alfio Marchini, con il primo scelto da Silvio Berlusconi ma inviso a Matteo Salvini che invece preferirebbe l’imprenditore Alfio Marchini, già consigliere di minoranza in Campidoglio e vincitore delle mini-primarie organizzate dal leader leghista, che però ha annunciato di voler correre da solo, così come Francesco Storace. Non sono ancora chiare invece quali siano le reali intenzioni di Giorgia Meloni: pur avendo partecipato alle mini-primarie online, racimolando appena 400 voti, la leader di Fratelli d’Italia sembra essersi allineata con la scelta di Bertolaso, volendolo addirittura appoggiare con l’organizzazione di gazebo a suo sostegno per tutta la città.

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Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso Fonte: huffingtsonpost.it

Chi invece ha già scelto un proprio candidato è il Movimento 5 Stelle. Virginia Raggi, avvocato romano di 38 anni, è stata la più votata alle super primarie online organizzate dai grillini con ben 1.764 preferenze. I 5 stelle hanno voluto, ancora una volta, rimanere fedeli all’obbligo del mandato, decidendo così di non candidare alcun “big”, e, nonostante gli errori commessi dalle ultime giunte di centrodestra e di centrosinistra, non sono stati in grado di costruire una valida e forte leadership cittadina capace di far fronte ad una situazione di emergenza quale è quella di Roma, perdendo quasi di fatto la possibilità di governarla, anche perché governare porta inevitabilmente ad una contraddizione con la “purezza” finora predicata.

A sinistra la situazione, tanto per cambiare, è ancora indecifrabile.

Ignazio Marino e Stefano Fassina stanno in questi giorni decidendo come programmare la loro corsa al Campidoglio. Marino, ancora iscritto al Partito Democratico, ha più volte definito illegittime le primarie di ieri, dato che quelle, da lui ritenute, “reali” le ha vinte tre anni fa, e l’idea di una candidatura esterna al partito e supportata dalle liste civiche lo sta facendo ingolosire sempre più. Gli scandali di Mafia Capitale, delle multe, della corruzione interna alla sua giunta e il caso del rimborso degli scontrini rischiano di frenarlo, avvantaggiando così Fassina, leader di Sinistra Italiana. L’idea di Fassina è quella di radunare in un’unica coalizione i partiti di sinistra quali Sinistra Ecologia e Libertà, Sinistra italiana appunto e tutti gli scontenti del Partito Democratico.
La scelta del candidato non sarà necessariamente imposta dall’alto, bensì potrebbero esserci, per la prima volta, delle primarie a sinistra che designeranno un candidato forte e unico per la corsa al Campidoglio.

Ignazio Marino presenta la sua candidatura alle primarie per il Campidoglio
L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino

 

Dopo tutto quello che è successo a Roma, non poteva che andare così. La rabbia e la disaffezione verso una politica che si è dimostrata corrotta e correntizia negli ultimi anni hanno rappresentato una ferita ancora viva e profonda e soprattutto difficile da rimarginare.

La scarsa affluenza è forse la prova più clamorosa che la malattia che affligge Roma non è stata ancora curata, e la distanza, l’incapacità di comunicare e l’estraneità tra la Capitale e il maggior partito italiano sono le semplici conseguenze di una mala politica romana che dura ormai da troppi anni.

 

Giacomo Bianchi

@Giacomobianchi6

 

 

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