Oscar 2016: le pagelle dei vincitori – parte II

Dopo la prima serie di commenti ai vincitori degli Oscar nelle diverse categorie, Dedichiamo la seconda parte delle pagelle degli Oscar all’ultimo film di Tarantino, The Hateful Eight.

Colonna Sonora: Ennio Morricone, The Hateful Eight

The Hateful Eight è quel genere di progetto cinematografico che muta la sua forma nella fase di creazione, facendo la fortuna di chi ne ha preso parte. Il film non ha ottenuto nemmeno una candidatura, ma il fatto in sè non ha scandalizzato più di tanto né la critica né il pubblico: è infatti innegabile che non si tratti del miglior lavoro di Tarantino. Se è vera la legge per cui l’Oscar non viene mai assegnato al “capolavoro” della vita di un regista, in questo caso non ha funzionato. Il film ha comunque fatto la fortuna di qualcun altro, nello specifico del buon Ennio Morricone, autore della miglior colonna sonora originale premiata con la statuetta. Considerando che fino all’ultimo momento Tarantino non aveva nemmeno una misera canzone per il suo film, non gli è andata poi così male. Pare che Morricone sia stato infatti coinvolto solo nell’ultimo mese di produzione e che in un primo momento stesse per rifilare l’ennesimo due di picche al regista, che in passato aveva già provato a coinvolgerlo per Pulp Fiction e Django Unchained. In questo caso il motivo del rifiuto sarebbe stato da ricondurre all’esigua quantità di tempo a disposizione per portare a termine l’intero lavoro. A convincere il maestro è stata però una proposta di Tarantino: quella di riutilizzare alcune sue composizioni orchestrali realizzate nel 1982 per La Cosa, rimaste inutilizzate. Aggiungendo ad esse 25 minuti di musica originale, ecco che Morricone ha realizzato finalmente la colonna sonora dei sogni di Tarantino e non solo, si è portato finalmente a casa una statuetta per le musiche. L’Oscar alla carriera del 2007 è un’altra storia.

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Morricone ritira il premio per miglior colonna sonora alla notte degli Oscar 2016

Commento tecnico:

Non ci si stancherà mai di ripetere – per quanto possa suonare ovvio – che le colonne sonore in genere non sono fatte per essere ascoltate autonomamente, ma per accompagnare un film. Non si può quindi valutarle dal punto di vista puramente musicale (cosa che alcuni hanno fatto con spocchia tutta italiana) senza associarle a quello che scorre sullo schermo. In tutto ciò l’Oscar a Ennio Morricone mi sembra meritatissimo: in The Hateful Eight è riuscito (cosa rara anche per i più grandi) a rinnovarsi restando se stesso, senza scadere nel già sentito.
Indulge al minimalismo ritmico in atmosfere profondamente (ah, la tradizione!) western, e usa sapientemente (ma con parsimonia, come è giusto) quella vecchia furbata del leitmotiv di wagneriana memoria (un tema musicale associato a un personaggio o a una situazione, che si sente a ogni comparsa del suo riferimento, agevolando molto la comprensione degli eventi). Il tema principale si innesta su un inesorabile ritmo di marcia: è un sordo brontolio nel registro medio-grave del controfagotto, quanto di più lontano dalle lunghe campate melodiche a cui ci aveva abituati nei precedenti western (l’ultimo con colonna sonora sua risale al 1981). Lo straniamento che ne consegue è tipicamente tarantiniano, e concorre a generarlo l’uso (feticista, verrebbe da dire, vista la sua frequenza nella musica del buon Maestro) della celesta e del glockenspiel, che con il loro carillonare alienato ricordano da un lato l’inesorabile scorrere del tempo in Per qualche dollaro in più, dall’altro certe atmosfere allucinate di La migliore offerta.  Rari i temi di ampio respiro, per cui Morricone è giustamente famoso: ce lo concede solo alla fine, con un pregevole solo di tromba (che, ricordiamo, è lo strumento in cui si è diplomato al Conservatorio Santa Cecilia di Roma) servito su un ‘tradizionale’ vassoio di morbidissimi archi.
Spiace solo che la resa acustica suoni un pochino fredda e ‘sintetica’ (forse una scelta in fase di editing per rendere il tutto più straniante?), cosa che ci fa un po’ rimpiangere i bei vecchi tempi in cui anche le colonne sonore non erano esenti da stecche e improvvisi cali di frequenza dovuti ai giradischi. Ma la sostanza naturalmente non cambia.

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La Leigh nella parte di Daisy in The Hateful Eight

Nomination come miglior attrice non protagonista: Jennifer Jason Leigh, The Hateful Eight (vinta poi da Alicia Vikander, The Danish Girl)

*QUEST’ULTIMA PARTE POTREBBE CONTENERE SPOILER*

A film completato Tarantino si è reso conto di due cose: finalmente aveva ottenuto la collaborazione con Morricone e inaspettatamente era finito per realizzare un film dai risvolti politici. Le manifestazioni degli ultimi anni contro la violenza razzista della polizia americana e le attualissime critiche agli “Oscar troppo bianchi” (che hanno avuto come conseguenza il boicottaggio della serata da parte di Spike Lee e diversi attori) dimostrano come Tarantino abbia decisamente intuito lo zeitgeist.

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Tarantino risponde al boicottaggio della polizia in una manifestazione

La scelta di attribuire il ruolo di “antagonista” ad una donna, per la prima volta, rientra in questa rete di scelte azzeccate. Il personaggio di Daisy Domergue è stato interpretato da Jennifer Jason Leigh, già celebre per aver lavorato – tra gli altri – con i registi Charlie Kaufman, Robert Altman, Cronenberg e i fratelli Coen. La Leigh si sarebbe meritata comunque una statuetta di consolazione per tutto ciò che è stata costretta a farsi riversare sulla sua testa durante le riprese, ma si è dovuta accontentare della nomination. Più che cattiva, Daisy è un vero e proprio capro espiatorio. La linea di separazione tra bene e male non è infatti così tanto netta: in questo senso Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato al maestro dello Spaghetti Western Sergio Corbucci, famoso per l’ambiguità morale che amava attribuire ai suoi personaggi; c’è però qualcosa di più del solito citazionismo, questa volta Tarantino ha realizzato una vera e propria critica all’attualità. Quei sette uomini, più una donna, descritti negli anni immediatamente successivi alla guerra civile, rappresentano gli antenati sui quali si costruisce l’attuale società americana. Se l’unico strumento di riconoscimento tra bianchi e neri si fonda su un falso documento, questo la dice lunga sulle posizioni di Tarantino in merito alla questione razziale. E non si tratta di un documento qualsiasi, bensì di una presunta lettera indirizzata al Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) dall’uomo che abolì la schiavitù negli Stati Uniti: il presidente Lincoln. La libertà degli afroamericani si basa su una menzogna, che, di fatto, dal momento in cui viene svelata, riporta gli uomini allo stato di natura così come voluto da Hobbes, homo homini lupus. Mentre gli uomini iniziano a farsi giustizia da sé, la donna rimane relegata in una condizione di dipendenza, fisica (le manette) e psicologica (la sua salvezza è nelle mani del fratello, uomo).

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Kurt Russell e Jennifer Jason Leigh in una scena del film

Quando la vendetta si trasforma in vero e proprio massacro dai risvolti horror, solo il futuro sindaco di Red Rock, Chris Mannix (Walton Goggins) rimane fedele al Maggiore; una magra consolazione, considerando il suo scarso acume e il fatto che si tratterebbe di un ex combattente secessionista. La loro reciproca lealtà si traduce quindi nella necessità di abbattere un presunto nemico comune: la donna. La Leigh sarà infine l’unica a venire giustiziata come avrebbe fatto il boia, attraverso l’impiccagione, attribuendo così all’ennesimo atto di crudeltà un valore istituzionale. Su di lei viene quindi riversata la colpa di aver scatenato il meccanismo di violenza, mettendo in ombra la verità: la condizione di cecità dell’uomo, incapace di assumersi la responsabilità di essere l’assassino del proprio fratello. Direi, quindi, che la statuetta sarebbe stata meritatissima.

Alessio Venier
Roberta Cristofori

 

 

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