Oscar 2016: le pagelle dei vincitori – parte I

Generalmente la notte degli Oscar è come un regionale in ritardo: assolutamente prevedibile. Se questa volta DiCaprio non avesse vinto l’Oscar si sarebbe unito all’ISIS, quindi la preziosa statuetta gli è certamente stata piazzata in mano per evitare un disastro internazionale. Ogni tanto, comunque, il rassicurante susseguirsi di celebrità agghindate viene rotto da qualcosa di spiazzante e intenso. Ma non stavolta. Prendetevi qualche minuto per passare in rassegna con noi i vincitori, tanto il regionale per Frosinone è in ritardo… Per poi passare alla lettura della seconda parte di questo lunghissimo articolo.

Miglior film: Spotlight di Tom McCarthy

Spotlight di Tom McCarthy meritava di accalappiarsi l’Oscar come miglior film dell’anno?Assolutamente sì. La recitazione, a mio modesto avviso (il mio ruolo più alto ed emozionante è stato una ghianda in una recita scolastica) è buona, anche se senza particolari punte d’eccellenza. La fotografia è decisamente brillante: basti pensare al tocco di genio di prediligere sempre colori freddi, sfumature opache e cieli perlacei, come a sottolineare un velo di opaco marciumeruffaloIl tema centrale è coraggioso, forte e trattato in maniera originale, senza sentimentalismi in pillole, piagnistei last-minute o abbracci orsacchiottosi di perdono. Inoltre, vale la pena sottolineare come sia precisamente delineato, in questo film, quello che deve essere il ruolo del giornalista. Non basta che un buon giornalista sia una bussola fra i milioni di input informativi che ci bombardano senza tregua, ma è anche necessario che ricopra il ruolo di custode dell’ultimo miglio di un grande caposaldo etico: la necessità di raccontare la verità, che merita di essere ascoltata sempre, soprattutto quando è dolorosa, controversa e faticosa. È un film disilluso, ma senza essere cinico o eccessivamente tranchant: la nota speranzosa che chiude l’indagine ha l’effetto di un analgesico nell’universo di incertezze e badilate in faccia che è il domani.

Miglior attore, regia (e fotografia): DiCaprio, Iñárritu (e Lubezki) – The Revenant

Per quanto riguarda The Revenant, la bravura di Iñárritu è totalmente secondaria rispetto all’aspetto carnevalesco della notte degli Oscar: una boriosissima parata verso il prevedibile. Era assai più probabile che i personaggi di Game Of Thrones intonassero Il coccodrillo come fa piuttosto che DiCaprio restasse senza premio, principalmente perché altrimenti il popolo del web si sarebbe sollevato e avrebbe provveduto al linciaggio di Julienne Moore, di Iñárritu e probabilmente dello stesso DiCaprio. Per quanto riguarda la regia, sono dell’idea che la nomea del regista abbia avuto un peso decisamente maggiore dell’effettivo merito. Mad Max, meno pseudo-impegnato e meno pretenzioso, avrebbe meritato quindici volte di più.

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L’orso è visibilmente contrariato…

 Sei Oscar (non sono abbastanza): Mad Max – Fury Road

Mad Max è un gioiello (piro)tecnico e l’Academy lo sa bene: il film incassa il premio per i migliori costumi, miglior scenografia, montaggio, sonoro, montaggio del sonoro e miglior trucco. Con sei statuette, è il film più premiato agli Awards – beccati questa Iñárritu.  Ad essere sinceri però, si tratta di Oscar minori tecnici; avrebbe potuto meritare qualcosa di più: il premio per la fotografia, ad esempio, ha visto una battaglia dura conclusasi con la terza vittoria consecutiva di Emmanuel “Chivo” Lubezki (Gravity – Birdman – The Revenant) su John Seale (Mad Max) e Robert Richardson (The Hateful Eight). Viene da gridare, addirittura, allo scandalo considerando che l’oscar per i migliori effetti speciali è stato assegnato a Ex Machina e non al film di Miller. Certo, se consideriamo che gran parte delle scene è stata realmente girata, forse non meritava anche questo premio. Ironia amara, perché gli effetti speciali in Mad Max ci sono eccome: la CGI è usata con sapienza solo dov’è necessario – nel braccio metallico di Furiosa, ad esempio – o per produrre effetti spettacolari in maestosi campi larghissimi.

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Ciao, William Turner

L’intreccio è estremamente lineare, minimale, ma ruota attorno a personaggi straordinari e straordinariamente interpretati: dall’inquietante villain Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) al folle e selvaggio Max impersonato da Tom Hardy, per concludere con la memorabile Furiosa, regina guerriera interpretata da Charlize Theron. C’era da sperare anche per la miglior regia, ma Iñárritu sembra confermarsi come illuminato. Insomma, sei premi sono tanti ma non per questo film.

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Sarebbe il minimo


The Big Short
(La Grande Scommessa)

Vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (che sorprendentemente non è andato al vero autore, ovvero Goldman-Sachs, bensì al regista Adam McKay e al co-sceneggiatore Charles Randolph, che si sono ispirati al libro di Michael Lewis con lo stesso titolo), The Big Short è un film frenetico eppure raffinato, che trasforma la crisi finanziaria americana del 2007-2008 in una specie di heist-comedy à la Ocean’s Eleven (che in realtà è un film del 1960 con Frank Sinatra nel ruolo di Danny Ocean poi ricoperto da George Clooney).
Di tutti gli attori il più sorprendente è forse Steve Carell, che ha raggiunto la fama come anchorman antagonista di Jim Carrey in Bruce Almighty (Una Settimana da Dio) ed è visivamente leggermente meno imbarazzante con il parrucchino arancione che ha qui che con il trucco orribile che aveva in Foxcatcher (per il quale aveva già peraltro avuto una nomination all’Oscar), ma soprattutto dimostra di essere un ottimo attore drammatico; Christian Bale, invece, complice forse la detestabilità del personaggio che interpreta, non mi ha convinto più di tanto; una performance forse troppo sopra le righe.
Avendo visto sia questo film che il vincitore (Spotlight) e il mio favorito Mad Max: Fury Road, devo ammettere che The Big Short è un film, per quanto ricco e intelligente (geniali i cameo di star nei panni di loro stesse per spiegare i concetti economici più difficili), che aggiunge poco al genere con il quale, volenti o nolenti, possiamo identificarlo più facilmente, e il suo vero punto di forza sta nella storia che racconta, oltre che nelle performance eccellenti degli attori (uno su tutti, oltre a Carell, Jeremy Strong).

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The Big Short

Miglior attore non protagonista: Mark (talento) Rylance, Il ponte delle spie 

Che dire? In un film diretto da Steven Spieldberg, sceneggiato dai fratelli Coen e interpretato da Tom Hanks – che, per carità, è impeccabile ma tende ad assomigliare sempre più a un papà stile Tim Allen – , questo affabile ometto brilla come un diamante. Nell’interpretare Rudolf Abel, una spia russa che ama dipingere, fumare e dire spiazzanti “cose da russi” che tanto ci piacciono, Mark Rylance fa sfoggio di una personalità che non perde mai di spessore, pur mantenendo una glaciale pokerface tutta sovietica. Agli Awards si dimostra anche umile dichiarando che «recitare con Tom Hanks aiuta», lui, che ha un curriculum teatrale di tutto rispetto (leggasi: “direttore artistico del Globe Theatre dal 1995 al 2005”). Chapeau.

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Il ponte delle spie

Miglior attrice non protagonista: Alicia Vikander, The Danish Girl (ovvero, dell’arte di farsi rubare la camicia da notte e poi il marito)

A parte che sei figa a prescindere, che ti chiami Alicia o Gerda – ma il secondo nome ti sta pure meglio. A parte che i tuoi abiti sono fantastici e il tocco di classe delle tue parole è ineguagliabile. A parte che i tuoi quadri assomigliano a quelli di Tamara de Lempicka e che dipingi tenendo in una mano il pennello, e una sigaretta con bocchino nell’altra. A parte tutto questo, Gerda, mea domina, come ti viene in mente in questa perfezione di spingere i tuoi giochi erotici fino a far indossare a tuo marito la tua camicia di seta? E di fargliela tenere mentre fate le vostre cose! Come hai fatto a non prevedere che la brughiera, dipinta da sempre, sarà la causa della tua morte? Come fai a non buttarti sotto il treno in pieno stile Anna Karenina quando quell’uomo, che tu hai ammaliato e conquistato, decide di partire per operarsi?
Quel finale ‘Tratto da una storia vera’ uccide: non può essere possibile un affetto così prepotente e onnicomprensivo da distruggere una donna con i pantaloni, una donna che insegna agli uomini cosa significhi essere guardata e stare sempre sotto l’attenzione di tutti proprio perché donna.

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Alicia Vikander

Se Gerda paga i suoi giochi estremi con la perdita del compagno di sempre, Alicia Vikander, che la interpreta, ci guadagna un Oscar. Un film di poche ma studiate parole che non suonano mai false, e di molti sguardi, di molti vestiti e molte acconciature, di accostamenti di colori tra impressionismo e fauvismo. Alicia Vikander sa come ammaliare, sa ridere e piangere come Gerda, sa calarsi perfettamente nel ruolo della studentessa che attrae, della compagna che gioca in pubblico e in privato, della donna abbandonata ma che non abbandona.
C’è una scena, un momento forse trascurabile, in cui tutto quello che sta succedendo è visibile tragicamente nei suoi occhi : Einar ormai sta scomparendo e Lily sta sempre di più soppiantando l’esistenza del marito; Einar esce, o forse è Lily che esce, Gerda è da sola nella loro casa a chiedersi cosa stia accadendo. Dopo attimi di delirio su una tela consumata da pennellate grossolane e colori freddi ancora una volta con un ritratto di chi non si sa più cosa sia, Alicia-Gerda aspetta trasognata un ritorno, chissà di chi, chissà di che altro ancora.
Un momento di consapevole disperazione, il dramma continua. C’est la vie. E, quindi, va a finire male.

 

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Lily Banfi

 

Matteo Cutrì
Sofia Torre
Guglielmo De Monte (@BufoHypnoticus)

Dedicato a tutti coloro che andavano al cinema, da giovani, per limonare.

 

 

 

 

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