La prima strage allo stadio: il rogo del Ballarin

Gli anni ’80 saranno tragicamente ricordati, nella storia del calcio, come il decennio delle tragedie. Gli stadi antiquati si scontrano con la passione e la foga, spesso insensata, dei tifosi, e le strutture cedono sotto la pressione delle folle. Altre volte la follia collettiva prende possesso delle menti, e la calca e la paura mietono decine di vittime. Alla fine del decennio oltre 260 persone avranno perso la vita allo stadio in incidenti di massa, senza contare le numerose vittime di scontri isolati. Di queste stragi, quattro sono le principali. Nel 1982, lo Stadio Lenin (ora Luznikj) di Mosca portò via 66 vite con il crollo di una scalinata. Nel 1985, a distanza di soli 18 giorni, si ebbero il rogo di Bradford e la strage dell’Heysel, dove rimasero schiacciati dalla calca 39 persone e il conto dei feriti superò i 600. L’ultimo, in ordine di tempo, fu il disastro di Hillsborough, che costò la vita a 96 persone e che portò il primo ministro inglese Margaret Thatcher a dare un robusto giro di vite alle libertà degli hooligans.

In quattro minuti, i distinti dello stadio Valley Parade di Bradford crollarono tra le fiamme, uccidendo 56 persone e ferendone altre 265. Come in tante altre occasioni, gli stupidi si dimostrano sempre presenti, come quelli che gioiscono davanti alle telecamere, con il rogo alle spalle.

In realtà però il primo degli incidenti allo stadio si ebbe in Italia, più precisamente nelle Marche. Era il 7 giugno 1981, e lo stadio Fratelli Ballarin di San Benedetto del Tronto divenne cornice della prima tragedia degli anni ’80.

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Aldo e Dino Ballarin erano due fratelli, entrambi calciatori. Chioggiotti, il maggiore Aldo venne acquistato dal Grande Torino per un milione e mezzo di lire, la stessa cifra che aveva portato in granata Valentino Mazzola e Aldo Loik, complessivamente. Diventato punto fermo del Torino, Aldo fece in modo che venisse comprato anche il fratello Dino, che in realtà non giocò nemmeno una partita. Fu lo stesso Aldo a convincere l’allenatore Erbstein a convocare Dino nella trasferta di Lisbona. Entrambi, come il resto della squadra, rimasero uccisi nello schianto di Superga, sul volo di ritorno dalla trasferta portoghese. A loro venne intitolato lo stadio di San Benedetto del Tronto, stadio casalingo della Sambenedettese. La Samb militerà fino agli anni Novanta tra Serie B e terza divisione, sfiorando più volte la Serie A. La stagione 1979-80 si chiude con la retrocessione in Serie C. Ma l’anno successivo la squadra marchigiana è già pronta a tornare in Serie B. Si è appena concluso il cambio di proprietà tra l’ingegner Arduino Caioni e l’imprenditore ortofrutticolo Ferruccio Zoboletti. L’allenatore è Nedo Sonetti, che vincerà solo un paio di anni dopo la serie cadetta portando in A l’Atalanta. In porta giocava un giovane Walter Zenga, in prestito dall’Inter, mentre al centro della difesa era schierato Luigi Cagni. La stagione si chiuse effettivamente con la promozione, alle spalle della Cavese, con solamente quattro sconfitte al passivo. L’ultima giornata di campionato la vedeva in testa con 43 punti, ma le inseguitrici Cavese e Campobasso erano ad un solo punto di distanza. Un pari però sarebbe bastato per sancire la promozione in Serie B. L’avversario di quel caldissimo giorno di giugno era il Matera, che aveva ancora una flebile speranza di salvezza, con una serie di risultati che dovevano incastrarsi, ma solo a patto che la squadra vincesse nelle Marche. In ogni caso, la squadra di Sonetti aveva i favori del pronostico.

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L’entusiasmo al Ballarin era alle stelle. Il già annunciato pienone si era rivelato riduttivo dell’effettiva folla che quel pomeriggio si presentò allo stadio. Oltre 12mila persone infatti affollarono gli spalti in ogni ordine di posto, e il giro di biglietti falsi aumentò ulteriormente la folla presente. Vennero progettate coreografie complesse per l’ingresso in campo dei giocatori. Fin dalla mattina infatti sugli spalti vennero preparati quintali e quintali di carta di giornale ridotta a coriandoli e striscioline, ammucchiata qua e la pronta ad essere lanciata in aria al fischio finale. Palloncini e tamburi vengono disposti lungo le tribune, per salutare l’ingresso in campo delle squadre. La Sambenedettese entrò in campo qualche minuto prima del fischio d’inizio, per salutare i tifosi, che risposero presente. I giocatori lanciarono verso la curva mazzi di fiori, che si rivelarono tristemente premonitori. Con le squadre schierate sul terreno, e proprio mentre l’arbitro stava lanciando la monetina davanti ai capitani, si scatenò il finimondo.

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Dalla Curva Sud, dove in quel momento stavano assiepate 3500 persone, si alzò un fumo nero e denso, e poco dopo le fiamme si svilupparono. Tuttora non si sa che cosa abbia fatto iniziare l’incendio, se un bengala o una semplice sigaretta, ma fatto sta che i cumuli di carta, quantificata poi in settecento chili, presero fuoco. La curva bruciò in un attimo. Le persone si accalcarono alle uscite, mentre i giocatori e l’arbitro corsero verso gli spalti. Alcuni riuscirono a scavalcare la recinzione, bordata di filo spinato, e si rifugiarono in campo. Altri ancora invece cercarono di sfondare i cancelli di sicurezza. La chiave dei lucchetti doveva essere tenuta a portata di mano proprio per incidenti del genere, ma non venne trovata. Inoltre il personale dello stadio si mosse celere verso il bocchettone dell’acqua posto accanto alla curva, ma dal rubinetto non uscì nulla. L’idrante era rotto, e nessuno ne aveva controllato da un po’ il funzionamento. I soccorritori furono così costretti ad usare quello di metà campo, ben lontano dalla curva. Nella calca, molti caddero lungo gli spalti finendo direttamente tra le fiamme.

Le fiamme vennero spente dopo circa un quarto d’ora, ed il direttore di gara fu “invitato” per questioni di ordine pubblico a far cominciare la gara. La partita ebbe così inizio, mentre da un quarto dello stadio si alzavano le urla e le grida dei feriti, che venivano medicati sul posto o trasportati in ambulanza, taxi o auto private fino all’ospedale. Alla fine si contarono 100 feriti e 64 ustionati, di cui tredici gravi. La gara non aveva più molto senso, anche perché entrambe le squadre erano sotto shock. Dopo un primo tempo senza alcun tiro in porta, arrivò ai giocatori un messaggio secondo cui il rogo non aveva causato né vittime né feriti gravi. La bugia svegliò un po’ i giocatori, ma la partita non si scosse mai dallo 0 a 0. Il pari portò la Sambenedettese in Serie B, ma nessuno festeggiò.

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Il giorno successivo, i feriti più gravi ritornano sul luogo della tragedia. Infatti, il terreno dello stadio Ballarin si trasforma in eliporto di emergenza, in cui atterrano due eliambulanze per trasportare i feriti nei reparti Grandi ustionati di tutta Italia. A bordo della prima eliambulanza salgono i fratelli Enrico e Gianfilippo Albertini (15 e 11 anni, destinazione Padova), Lidia Bruni (66, prima Verona e poi Cesena), Ferdinando Lelli (24 anni), Eliseo Pellicciotti (10), Sabrina Bucci (7), Ombretta Nardini (25), Fernando Agostini (30) e Alberto Massetti (15). La seconda eliambulanza porta i più gravi, Fabrizio Basili (20), Nicola Fiscaletti (13) Stefano di Pilla (13),  Alberto Ferri (18). Carla Bisirri (21) e Maria Teresa Napoleoni (23), entrambe di San Benedetto, elitrasportate a Roma con ustioni di terzo grado su più del 70% del corpo, saranno le uniche due vittime del rogo del Ballarin. Ai funerali, celebrati pubblicamente e con il lutto cittadino, le bare verranno coperte da bandiere rossoblu, mentre alcuni testimoni racconteranno di averle viste camminare avvolte dalle fiamme lungo gli spalti il giorno dell’incendio.

Mentre la Sambendettese viveva la sua storia, la giustizia vece il suo lento e macchinoso corso. Dopo otto anni dalla morte delle due ragazze, vi furono le condanne, tra gli altri, del neopresidente della Samb Ferruccio Zoboletti, del suo segretario Giancarlo Tacconi e di un commissario di polizia. Il Comune, proprietario dello stadio, fu condannato a risarcire i danni alle famiglie delle vittime. Il sindaco allora respinse al mittente le accuse, giustificandosi in quanto il Comune era proprietario dello stadio, ma la gestione era affidata alla società calcistica, con l’unica eccezione della manutenzione del manto erboso, e quindi alla Samb spettava anche il reparto sicurezza. Dei sedici imputati, alla fine, quattordici vennero giudicati colpevoli di incendio ed omicidio colposo. I vertici della Lega Calcio, nel commentare la sentenza dei giudici, parlarono di “forzatura”. Il vicepresidente juventino Chiusano chiarì che la condanna al presidente della Samb non poteva scaturire da un’eventuale responsabilità oggettiva che, pur riconosciuta dalla giustizia sportiva, era anticostituzionale in ambito penale.

Alla fine rimasero parole su parole, mentre la Sambenedettese proseguiva il suo percorso. In curva rimasero sempre due posti vuoti. Due posti speciali nella curda dello stadio Ballarin che ora sta per essere demolito, senza un chiaro progetto per la costruzione di un monumento, o anche una semplice targa, che ricordi chi per primo, in quegli anni ’80, ha sofferto ed è morto solo per una partita di calcio.

Marco Pasquariello

 

 

 

 

 

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