David Cameron come Harold Wilson: un referendum non è per sempre

Correva l’anno 1975. Precisamente il 5 giugno. I britannici, poco abituati ai referendum, erano stati chiamati a rispondere ad un quesito tanto chiaro per formulazione quanto decisivo per valore politico: “Pensi che il Regno Unito debba rimanere nella Comunità Europea?”. Alcuni di loro non si sarebbero mai aspettati di dover di nuovo fornire il proprio parere a quella medesima domanda per sancire oppure scongiurare  la “Brexit”.

Andiamo con ordine però.

Un paio di anni prima il Regno Unito era entrato nella Comunità Economica Europea, grazie al rimarchevole impegno del conservatore Edward Heath e alla scomparsa del presidente francese Charles De Gaulle, che si era opposto per ben due volte negli anni sessanta a quest’eventualità. Le trattative con i sei paesi originari furono piuttosto travagliate e i diplomatici britannici dovettero ingoiare svariati bocconi amari per arrivare ad un accordo. Ancora più travagliato fu tuttavia il dibattito politico interno. I conservatori rimasero uniti per il sì ma i laburisti si spaccarono: da una parte sindacati e leadership nella persona dell’ex primo ministro Harold Wilson contrari, dall’altra i ribelli guidati da Roy Jenkins (in seguito presidente della Commissione) favorevoli. Heath sfruttò al meglio la divisione nel campo avversario e portò a casa il voto decisivo nella Camera dei Comuni. Ma ci vollero oltre 300 ore di aspro dibattito e la collaborazione clandestina di una parte dei laburisti prima di arrivare alla ratifica finale dell’accordo.

Nel 1974, il laburista Wilson tornò, dopo due elezioni nel giro di 8 mesi, al n.10 di Downing Street con la promessa di “consultare il popolo britannico” riguardo alla permanenza nella CEE dopo “una significativa revisione delle condizioni di entrata”. Tuttavia l’idea del referendum non era farina del suo sacco. Fu il radicale e viscerale anti-europeista Tony Benn, a suggerila prime delle elezioni. Wilson la sposò per risolvere definitivamente la questione (sigh!) e per mettere in difficoltà lo stesso Benn che lo insidiava da sinistra.

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Harold Wilson (1916-1995)

Il Cancelliere dello Scacchiere James Callaghan era stato designato per portare avanti il nuovo negoziato. I risultati furono modesti poiché gli intenti erano modesti. Il Regno Unito ottenne un rimborso temporaneo (ma significativo per le dissestate casse del paese a quell’epoca) di una parte della differenza tra PIL e contributo nazionale al budget comunitario e un accesso privilegiato per il burro neozelandese (sì avete capito bene) nel mercato britannico.

Addirittura prima della finalizzazione dell’accordo venne annunciato il referendum. Per ragioni di coerenza (Wilson era stato anche il fautore del secondo tentativo di ingresso nel ’67) e per convenienza, il governo labour appoggiò il sì. Comunque lasciò libertà di coscienza agli stessi ministri tanto che alcuni di essi fecero campagna per il no. Due macro-organizzazioni rivali si danno battaglia: Britain in Europe e National Referendum Campaign. I media, tendenzialmente filo-governativi, invece si dimostrarono compatti per il sì come anche l’opposizione conservatore che aveva poco tempo prima portato il Regno Unito dentro la Comunità Europea. Alla fine due terzi dei sudditi di sua maestà scelsero di mantenere il proprio paese sui binari dell’allora fiorente processo d’integrazione europea. Wilson gongolava perché la sua legittimazione popolare era stata rafforzata e il partito non si era spaccato come era accaduto qualche anno prima.

Chissà cosa penserebbe il vecchio e sagace Harold se vedesse che la storia si è ripetuta quarant’anni dopo. Ma proprio uguale.

Esattamente come Wilson, il conservatore David Cameron, un primo ministro che sin dal suo arrivo a Downing Street nel 2010 si era dimostrato molto poco accomodante verso Bruxelles, ha utilizzato la “questione europea” per ragioni squisitamente elettorali ed intra-partitiche. La crescente popolarità del United Kingdom Independence Party (UKIP), una formazione che fa dell’uscita dall’Unione Europea la sua ragion d’essere, ha messo sempre più pressione su questo tema a Cameron, sia dalla frangia più euroscettica del suo partito che da una parte dell’opinione pubblica. Così per guadagnare voti in vista delle complicatissime elezioni del maggio 2015 e mantenere l’armonia tra i ranghi dei Tory la soluzione migliore è sembrata quella di Wilson: rinegoziazione più referendum.

Esattamente come nel caso raccontato in precedenza, la nuova trattativa non ha portato ad una modifica sostanziale del rapporto tra Regno Unito e Unione Europea, già “rilassato”, dagli opt-out di Maastricht e dal mancato ingresso nell’euro durante il governo Blair. Cameron, a dispetto dell’irritazione dei paesi dell’Europa dell’est, ha ottenuto la sospensione ai benefit dei futuri immigrati UE per sette anni (senza possibilità di estensione) e un’indicizzazione dei benefit ai loro figli che non vivono in UK (una minima parte del totale) al costo della vita nel proprio paese. Inoltre è stata concessa alla Gran Bretagna la possibilità di forzare un dibattito (senza possibilità di veto) su leggi decise dai paesi dell’eurozona che hanno un impatto sulla sua economia. Infine c’è stato il riconoscimento fortemente simbolico che “il Regno Unito non si impegna ad una maggior integrazione politica nell’Unione Europea”. Bene, almeno ora siamo chiari su questo punto.

Esattamente come nel caso dei laburisti negli anni settanta, i conservatori degli anni dieci si divideranno durante la campagna elettorale, tra favorevoli e contrari alla permanenza nell’Unione Europea. Come Wilson, Cameron perorerà la propria causa ma, allo stesso tempo, lascerà libertà di coscienza ai propri ministri e parlamentari. Cinque membri del suo gabinetto ne hanno già approfittato per schierarsi per il “no”. Spiccano in particolare i nomi dell’ex leader Tory dal 2001 al 2003 e attuale ministro per il lavoro e le pensioni Iain Duncan Smith e del ministro alla giustizia Michael Gove, uomo molto vicino al premier ma euroscettico di lungo corso. A loro si dovrebbero aggiungere circa venti sotto-ministri e, secondo fonti interne, una parte consistente (forse addirittura maggioritaria) del partito conservatore a Westminster. Insomma il vaso di Pandora è stato aperto e ora emerge la frattura in tutta la sua profondità. Cameron dovrà fare in modo che non diventi insanabile. Non sarà affatto facile.

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Michael Gove

Così come nel caso dei conservatori negli anni settanta, i laburisti all’opposizione sono quasi completamente coesi nel sostenere il sì. Il problema è quanto convintamente lo sosterranno. È noto che il 67enne Jeremy Corbyn, leader del partito dallo corso settembre, non sia un estimatore del progetto d’integrazione europeo e, in particolare, della piega che ha preso recentemente, contraddistinta da misure di contenimento della spesa pubblica. Con un elettorato conservatore orientato a votare “no”, la forza e la credibilità del messaggio laburista si possono rivelare decisivi per l’esito finale. Sicuramente è apprezzabile che Corbyn non intenda strumentalizzare il referendum per mettere in difficoltà il governo e la sua risicata maggioranza. Ma difficilmente ci si può aspettare da lui la costruzione di una narrativa filo-europea capace di scaldare i cuori e le menti degli indecisi.

L’unico elemento che davvero scombina tutti gli scenari rispetto al 1975 è la posizione dei media britannici. Progressivamente essi si sono avvicinati ad una posizione euroscettica, dipingendo le istituzioni di Bruxelles come anti-democratiche, inefficienti e inefficaci. La colpa di questa trasformazione è da attribuire in maniera consistente al magnate della comunicazione australiano Rupert Murdoch. Quest’ultimo ha proiettato la sua ostilità nei confronti dell’Unione Europea nelle sue TV e nei suoi tabloid influenzando opinione pubblica e, sia indirettamente che direttamente, i policymakers. Il cosiddetto “Murdoch Effect” potrebbe dunque avere un peso rilevante in questa campagna elettorale.

Gli ultimi sondaggi danno il sì e il no molto vicini, con un leggero vantaggio per chi vuole che dopo il 23 giugno, data stabilita per la consultazione, il paese rimanga nella UE. Ma la campagna sarà lunga e incerta. Cameron, dopo il referendum scozzese, ha giocato nuovamente con la sorte, sua e del Regno Unito, sapendo di avere ottime carte. L’intero continente aspetta di vedere come si concluderà l’ultima mano. Sempre che lo sia per davvero.

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