Il FOCAC e le nuove promesse cinesi all’Africa

E’ il 10 ottobre dell’anno 2000: tra luci, bandiere, e una serie di pittoreschi -se non proprio di buon gusto- manifesti pieni di zebre, leoni e giraffe, si apre a Pechino il primo “Forum on China-Africa Cooperation”; in breve, FOCAC. Quella che inizia nel nuovo millennio è la politica che consolida e definisce un trend in realtà già iniziato da diversi decenni, da quando la Cina ha iniziato ad interessarsi di Africa.

Nell’epoca di Mao, le opportunità che l’Africa portava alla Cina erano prevalentemente politiche: avendo appoggiato diversi movimenti di decolonizzazione, in linea con gli ideali di partito, la Repubblica Popolare vedeva anche, con uno sguardo più pratico, un continente in larga parte non allineato con l’Occidente. Le opportunità di alleanza e di formazione di una propria sfera di influenza, soprattutto dopo il distacco dal Partito Comunista sovietico nel 1961, erano impossibili da ignorare. L’esempio più famoso della politica cinese in Africa di questo periodo fu la ferrovia TAZARA, chiamata anche “la ferrovia della libertà”: 1.860 km di linea ferroviaria che univano la Tanzania allo Zambia, all’epoca entrambi stati socialisti. Il tracciato permise allo Zambia, ricco di depositi minerali ma privo di sbocchi sul mare, di commerciare attraverso i porti alleati della Tanzania senza dover dipendere dall’allora Rhodesia e dal Sudafrica, governati dalle minoranze bianche. Era ancora l’epoca delle grandi dichiarazioni ideali e degli interventi di assistenza, per quanto il commercio fosse comunque già esistente.

Dopo l’era di Deng Xiaoping, invece, con la rinnovata attenzione sui risultati pratici, sull’industria e sull’import-export, scattò il boom economico cinese; il commercio con gli stati africani fu di certo uno dei beneficiari delle nuove politiche economiche, con un innalzamento del 700% negli scambi commerciali rilevato durante gli anni Novanta. Il primo FOCAC fu il diretto risultato di questo approfondirsi delle relazioni economiche: un tavolo triennale per definire le politiche economiche e i rapporti della Repubblica Popolare Cinese con gli allora 44 stati con cui la RPC stringeva i suoi affari africani. Ormai più di quindici anni più tardi, ci troviamo ora due mesi dopo il sesto e ultimo Forum, che si è tenuto a Johannesburg all’inizio dello scorso dicembre tra la Cina e i 50 stati africani attualmente partecipanti. Il fatto che questo tavolo si aprisse alla fine del 2015 poteva dare adito a preoccupazioni: nonostante l’attenzione che il presidente Xi Jinping ha da sempre riservato al continente africano, gli investimenti in Africa sono diminuiti all’inizio dell’anno scorso del 40%, stante a dichiarazioni del Ministero del Commercio cinese, per via della congiuntura economica internazionale e dell’epidemia di ebola.

Come promesso dal governo cinese, però, qualunque timore si è però rivelato infondato: una Cina dalla crescita un po’ meno rapida è pur sempre una Cina dalla crescita fenomenale, e il sesto FOCAC ha portato una serie di promesse e di programmi soddisfacenti per entrambe le parti. Aperto sotto il tema ‘Africa e Cina progrediscono insieme: cooperazione win-win per uno sviluppo comune’, il Forum ha addirittura triplicato la previsione degli investimenti cinesi sul continente africano, rafforzando anche quei progetti di soft power e di attenzione ai problemi sociali a cui la Cina inizia sempre di più a prestare attenzione. Il conto totale sarebbe, per la RPC, di ben 60 miliardi di dollari investiti in vari settori. Sul tipo di finanziamento ci soffermeremo più tardi: per il momento è bene tenere in considerazione che questa somma non è affatto una forma di aiuto assistenziale, come è spesso il caso nei rapporti Cina-Africa.

I progetti finanziati attraverso gli aiuti cinesi saranno vari: i dieci impegni presi dal presidente Xi durante il suo discorso d’apertura comprendono il potenziamento dell’industria, dell’agricoltura e delle infrastrutture, nonché un supporto ai sistemi finanziari e commerciali; ma anche un’attenzione verso la green economy, un piano per la riduzione della povertà e uno a favore della salute pubblica, un maggiore impegno per connettere i popoli africani e il popolo cinese, nonché un piano per la sicurezza e la pace, in aggiunta ai notevoli contributi di personale cinese alle forze di peacekeeping delle Nazioni Unite sul continente africano.

Se da una parte alcuni di questi investimenti servono per costruire o migliorare le infrastrutture e i poli industriali, buona parte del piano cerca di seguire il il proverbio per cui, piuttosto che dare un pesce a un uomo affamato, è meglio insegnargli a pescare. Sono disponibili opportunità di formazione tecnica per 200.000 africani in loco, oltre a 40.000 posti disponibili in corsi di formazione in Cina. Team di esperti agrari cinesi dovrebbero aiutare i villaggi africani a migliorare l’output agricolo; la Cina ha inoltre promesso la costruzione di cinque università “Jiao Tong” in Africa – ossia centri di formazione tecnico-scientifica di alto livello. Saranno inoltre costruiti altri cinque centri culturali (non meglio specificati) ad ampliare il progetto di educazione sino-africana che vede già i finanziamenti cinesi di borse di studio e periodi di studio nelle università della RPC. Il presidente Xi ha inoltre posto l’enfasi sulla necessità di salvaguardare l’ambiente africano, con 100 progetti in programma per salvaguardare le specie animali in pericolo, sviluppare energia pulita e un minore consumo energetico. Quest’ultima parte, in aggiunta ai progetti sulla salute e l’alimentazione, vuole probabilmente rispondere alle accuse -alcune fondate, altre meno- che la Cina ha ricevuto durante gli anni a proposito dello sfruttamento del territorio e delle popolazioni africane; la parte sulla protezione dell’ambiente segue, in particolare, le dichiarazioni del FOCAC di Sharm el-Sheikh del 2009.

Come abbiamo già accennato, solo una parte di questi fondi sarà formata da donazioni. Dei 60 miliardi promessi, 5 sono divisi tra assistenza e prestiti a interessi zero (il pagamento dei quali la Cina cancella in modo abbastanza regolare per chi non può o non vuole pagare) e altri 5 dovrebbero andare al China-Africa Development Fund, che raggiungerebbe così 10 miliardi di dollari in finanziamenti. Il grosso dell’investimento, 35 miliardi, è formato da prestiti a tassi preferenziali e crediti all’esportazione (a tassi non preferenziali), mentre altri 5 miliardi andranno all’African Development Special SME (small and medium enterprise) Loans, finanziato dalla China Development Bank. Infine, Xi ha promesso l’istituzione di un fondo per la cooperazione industriale sino-africana utilizzando gli ultimi 10 miliardi.

Sono, ovviamente, numeri molto ambiziosi. Se la Cina, nonostante il calo delle importazioni dall’Africa dei mesi precedenti al FOCAC, sia in grado di mantenere queste promesse è tutto da vedere; la storia, almeno da questo lato, ci rende ottimisti, anche se questo FOCAC, per la prima volta, non ha indicato una tempistica prevista per gli interventi pianificati. Un interrogativo più importante, almeno secondo alcuni stati occidentali, è se questo tipo di intervento, basato sullo scambio e non sull’assistenza, stia dando luogo o meno a quella spoliazione delle risorse africane di cui la Cina è costantemente accusata. I programmi di aiuto economico cinesi, come sappiamo, partono da una base puramente economica: senza preoccuparsi che i diritti umani vengano o meno applicati negli stati beneficiari o di fondi impegnati senza ritorni economici -in parte per le modalità dei prestiti, in parte per le particolarità dell’economia cinese-, le promesse cinesi soddisfano gli africani molto più di quelle europee. L’azione cinese in Africa sembra essere ormai talmente radicata da non permettere all’Europa -se anche lo volesse- di scalzare la RPC come partner. Se questo tipo di rapporti commerciali basati sulla non-ingerenza politica siano effettivamente la spinta di cui i paesi africani hanno bisogno, lo sapremo soltanto nei prossimi anni; anche se sembra che i programmi economici cinesi, che approcciano gli stati africani come dei pari, vengano preferiti all’assistenzialismo europeo.

Chiara Ricchi

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