Si stava meglio quando gli altri stavano peggio

Il dibattito riguardo l’ambiente e i cambiamenti climatici sta diventando fortunatamente ogni anno più acceso e l’attenzione ad uno sviluppo sostenibile è finalmente diventata una priorità per alcuni Stati, anche per alcuni storicamente reticenti all’affrontare questa tematica, come si è potuto vedere dai risultati (anche mediatici) della COP21 di Parigi.

Tuttavia l’approccio a questi temi è quantomai variegato e servirebbe fare un poco di chiarezza.

Questo articolo, che dovrebbe essere una sorta di contraltare all’intervista fatta dagli amici di Pequod al presidente del ‘Movimento per la decrescita felice’, propone di analizzare, in modo assolutamente non esaustivo, alcune proposte dei teorici della decrescita.

Infatti, benché io mi possa trovare sotto molti aspetti d’accordo con le loro posizioni, ritengo che siano da riportare alcune precisazioni, anche di carattere terminologico e tecnico.

Oggigiorno l’impatto dell’uomo sull’ambiente è indiscutibilmente enorme e dovrebbe senza dubbio essere ridotto. Purtroppo, per ottenere quest’obiettivo solamente due strade sono possibili: o si effettua una decisa riduzione dei consumi o si ottiene una migliore efficienza energetica, passando anche attraverso l’utilizzo di fonti pulite o rinnovabili.

La decrescita è, per definizione, il primo dei due percorsi appena proposti e presenta enormi criticità: una contrazione dei consumi porta logicamente ad una riduzione del PIL che di per sè potrebbe anche non essere un problema (secondo le teorie di Bauman, ad esempio) ma questo significa al contempo una altrettanto inevitabile riduzione dei posti di lavoro.

E qua la faccenda si complica un poco.

Ad oggi (quasi) nessun occidentale baratterebbe il proprio impiego per un minore livello di emissioni. Allo stesso tempo, l’esigenza di un ambiente più pulito è percepita dalla maggior parte della popolazione come secondaria e sottostante ad altri bisogni, primari e non (dal cibo allo smartphone, per intenderci).

serge latouche Serge Latouche, autore del libro “Breve trattato sulla decrescita serena” e altri testi affini

Ma consumiamo davvero così tanto? Serve davvero ridurre il nostro tenore di vita?

Abbastanza. In Europa, di media, si consumano poco meno di 5 GWh all’anno (fonte Banca Mondiale), la metà dei cittadini USA e molte volte il consumo di un paese in via di sviluppo.

Posto che il limite minimo di consumo annuo per un essere umano è da considerare attorno ad 1 GWh, ovvero l’energia contenuta nel cibo necessario al sostentamento, si potrebbe ragionevolmente ipotizzare di poter contrarre il nostro fabbisogno di energia di un 20-25% arrivando a circa 3,8KWh.

Tuttavia questa riduzione non potrebbe rappresentare un equilibrio stabile e sostenibile, a tecnologie date, sul lungo periodo.

Infatti, qualora ogni persona al mondo consumasse questa quantità, si arriverebbe ad un livello totale di energia richiesta superiore a quello attuale: ad oggi il consumo medio si attesta a soltanto 2KWh circa, grazie soprattutto al grave ritardo di sviluppo di alcuni paesi molto popolosi, come l’India, dove ogni cittadino consuma meno di 1 GWh/anno. Tuttavia questo divario si sta progressivamente assottigliando e i governi dei paesi in via di sviluppo sono tutt’altro che favorevoli ad un rallentamento, come affermato durante la conferenza di Parigi.

Inoltre serve anche precisare che una stagnazione della nostra economia, se non coincidente con un analogo freno dei paesi emergenti, farebbe perdere all’occidente il proprio ruolo di guida mondiale. E anche questo tema credo possa essere non troppo condiviso dalla popolazione e dai governi.

In sostanza, una riduzione dei consumi, e la decrescita, non sembrano rappresentare una soddisfacente risposta per contrastare l’impatto ambientale dell’uomo, ormai vincolato alla sua eccezionale dimensione demografica.

Ragionando in tema di tecnologie verdi si potrebbero forse dischiudere spazi un poco più ampi: in questo caso si parla comunque di sviluppo sostenibile, cosa ben diversa da decrescita.

Purtroppo la disponibilità energetica da fonti pulite non riesce ad oggi non solo a colmare l’attuale domanda (fonte David MacKay, Without Hot Air, libro fatto benissimo, che si trova gratuitamente online e che incoraggio a leggere) ma risulta essere anche estremamente dispendiosa: in questo senso solo un progressivo miglioramento delle tecnologie potrà portare ad un aumento del loro impatto sul bilancio energetico globale.

Sfortunatamente la ricerca di queste nuove soluzioni è molto dispendiosa in termini economici e nessun privato è in grado (o interessato) ad affrontare quest’impresa. Ecco dunque che i ruoli della politica e dello stato diventano centrali, anche se complicati.

Domani mattina il caucus dell’Iowa esprimerà le prime effettive indicazioni rispetto ai candidati repubblicani alla Casa Bianca e tutti i paesi del mondo occidentale guardano a questo evento con interesse in quanto sarà il primo elemento del futuro puzzle mondiale: tuttavia una cosa è certa, nessuno dei candidati parla di ambiente e di clima e questo è emblematico.

Infatti, uno dei più grandi meriti dell’amministrazione Obama è stato quello di porsi come obiettivo insindacabile l’autonomia energetica attraverso le fonti tradizionali e al contempo di disporre concreti piani di sussidio per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie verdi. Purtroppo, ad oggi, questi finanziamenti non hanno portato a risultati concreti e probabilmente saranno un grosso scotto da pagare per i democratici nelle elezioni di Novembre.

I cittadini statunitensi hanno, da una quarantina d’anni, una scarsissima passione per l’intervento statale e la spesa pubblica, specialmente se questa non genera profitti. E gli investimenti in materia energetica sono spesso sostenuti in un’ottica differente rispetto al mero ritorno economico.

barack obama solar energy

Questa realtà è enfatizzata nel caso statunitense proprio per la sua particolare condizione sociale e culturale, ma è presente in qualsiasi Paese: ad oggi i maggiori investimenti (in termini proporzionali) sulla sostenibilità energetica sono prevalentemente effettuati da quei Paesi che si trovano in ‘deficit positivo’, dall’Europa del Nord (Norvegia e Danimarca) agli Emirati Arabi (Abu Dhabi), e che possono quindi affrontare delle spese non remunerative e non di immediata utilità.

Al contrario, tutti le grandi nazioni europee, che si trovano a dover districarsi tra le complicate problematiche di bilancio emerse dalla crisi del debito sovrano, faticano a racimolare consenso su questa tematica, soprattutto tra le classi più deboli della popolazione.

Anche in questo caso diventa quindi fondamentale la volontà politica e sociale che, attraverso una nuova coscienza condivisa e responsabile, può portare lo Stato ad ampliare il proprio impegno nello sviluppo sostenibile.

Serve quindi creare questa nuova prospettiva, e su questo tema sono perfettamente d’accordo con il Movimento per la decrescita felice: senza una chiara e decisa presa di posizione di tutti verso una maggiore responsabilità sociale sarà molto più difficile, se non impossibile, conseguire i necessari risultati perché nessuno avrà abbastanza credito e tempo per farlo.

Andrea Armani

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