Perché Crudelia de Mon e Ivan Karamazov non sono poi così cattivi

“Pongo, è lei” – esclama Peggy, preoccupatissima – “quella donna infernale”. Aveva riconosciuto Crudelia dal clacson. È lecito credere che a tutti gli spettatori sia molto dispiaciuto che qualcuno venisse a turbare l’idillio famigliare della coppia di cani, dopo neanche un quarto d’ora di film. Ed è perciò altresì legittimo aspettarsi che in molti siano limitati a prendere per buono il giudizio di Peggy, bollando la “donna infernale” come una cattiva, senza appello. Sì, stiamo parlando della Carica dei 101, e naturalmente sì, la donna infernale è Crudelia de Mon, che arriva strombazzando con la sua Panther De Ville noncurante degli animali sulla strada. La “cattiva” di questo film Disney del 1961 irrompe così nella vita delle due coppiette protagoniste del film, Rudy e Anita, e i rispettivi cani, Pongo e Peggy.
Ma se il lettore ha bisogno di una spiegazione su chi siano i protagonisti della Carica dei 101 dovrà avere molta pazienza quando gli dirò, e sto per dirglielo, che Crudelia de Mon ha moltissimo in comune con Ivan, il secondo dei Fratelli Karamazov (1880) usciti dalla penna di Dostoyevskij. È vero, I Fratelli Karamazov e la Carica dei 101 sono due opere artistiche di statura filosofica difficilmente comparabile, e sono state concepite per pubblici con preoccupazioni diverse. Sosterrò tuttavia che sia Ivan che Crudelia sono “ribelli metafisici”.

La rivolta metafisica

Il sintagma “ribelle metafisico” è di Albert Camus, che così ha definito Ivan Karamazov nell’opera filosofica L’Uomo in Rivolta (1951). Su Crudelia de Mon, invece, Camus non si è espresso, probabilmente anche perché il film è uscito un anno dopo la sua morte (però il romanzo da cui è tratto è del 1956). Il “ribelle” non è un cattivo, anzi, per Camus Ivan dà un esempio positivo, e anche Dostoyevskij ha ritenuto il suo “ribelle” necessario, altrimenti questo personaggio non esisterebbe.  Forse, allora, anche Crudelia ha qualcosa che la rende degna di un giudizio di appello. Questa “cattiva” non è certo condannabile in modo manicheo – se mai qualche cattivo Disney lo sia stato.
La rivolta è, nella definizione di Camus, un rifiuto di qualcosa che si è tollerato ma che, da un certo punto in poi, non si vuole più accettare. La rivolta comincia dal nec plus ultra. “Le cose sono durate troppo”, “fin qui, sì, più di così, no”, “questo è troppo”: sono frasi usate da Camus per spiegare il concetto. Per esempio, il servo che smette di eseguire gli ordini compie una rivolta. Si rivolta anche chi, osservando il servo che riceve ordini, constati un’ingiustizia. Camus definisce varie specie di rivolta, tra cui la rivolta metafisica: “il movimento con cui un uomo si leva contro la propria condizione e la creazione tutta intera”. E poi specifica “costui si leva su un mondo ferito per reclamarne l’unità”. Questo è il caso di Ivan Karamazov e di Crudelia de Mon. 

Ivan

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Fëdor Dostoyevskij

Il Capitolo 4 del libro V della Seconda Parte dei Fratelli Karamazov è un dialogo chiave del romanzo. È significativamente intitolato “бунт” (bunt, rivolta) e situato nel centro del romanzo. In esso Ivan comunica al fratello Alyosha il proprio rifiuto di un mondo in cui non vede l’amore, e in cui gli innocenti soffrono. È una manifestazione di un soggetto filosofico spinosissimo, che ha da sempre attratto innumerevoli speculazioni: il male nel mondo. Per spiegare questo sentimento di rifiuto, in particolare, Ivan decide di soffermarsi sulle sofferenze dei bambini. Espone al fratello un catalogo di fatti di cronaca in cui gli adulti hanno compiuto atti violenti e inumani contro i bambini. Sicuramente innocenti, i bambini sono tuttavia vittime di atrocità. Un’ingiustizia, quindi, un’ingiustizia somma, anzi, ingiustizia metafisica addirittura – che Ivan non può accettare. È questa la sua “rivolta”. Si esprime così: “Io non voglio più sofferenza. E se le sofferenze dei bambini servono ad aumentare il totale di sofferenze necessarie ad avere la verità, allora io protesto, la verità non vale questo prezzo. (…) Quindi mi affretto a restituire il mio biglietto di ingresso, e se sono un uomo onesto, lo devo restituire il più presto possibile. Ed è quello che farò”. La rivolta è metafisica perché Ivan non accetta il male nel mondo, non vuole vivere in un universo in cui esiste la sofferenza, in particolare quella degli innocenti. L’ex arcivescovo di Canterbury, teologo e poeta Rowan Williams offre un’interessante interpretazione della risposta di Alyosha al fratello e della risposta Dostoyevskij in generale, nel resto del romanzo.

Crudelia 

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Crudelia discute con Anita

Ebbene anche Crudelia si rivolta contro il “la creazione tutta intera”, per usare la definizione di Camus. Certo, Crudelia non si esprime con la consapevolezza filosofica di Ivan, né raggiunge la profondità di quel personaggio. Per esempio, non viene spiegata la ragione del disprezzo che Crudelia ha del mondo. Eppure la sua insoddisfazione cosmica non può essere trascurata. Lei stessa la esplicita, nella risposta alla domanda “come stai?” risponde “miseramente cara, come al solito, superbamente a pezzi”. Il suo disgusto per il mondo è evidente in un’altra risposta alla constatazione banalissima di Anita: “Crudelia, hai una nuova pelliccia”. “Oh, è il mio unico amore tesoro, io vivo per le pellicce, adoro le pellicce, e del resto” – si presti qui particolare attenzione – “esiste una sola donna in questo orrido mondo che non le adori?”. Wretched world, orrido mondo.
Crudelia mostra il suo livore nei confronti del mondo riversando rabbia e cinismo su tutto quello che incrocia. Insulta di continuo Rudy (“il tuo cavaliere senza macchia e senza paura”), se la prende con la propria stilografica quando deve firmare l’assegno per comprare i cuccioli, Crudelia è caratterizzata eideticamente come il classico “cattivo” (magra e grigia come una figura di Giacometti, respinge il contatto fisico; il bianco e nero dei capelli oltre all’assenza di naturalezza – e in contrasto ai dalmata – mi ricorda la divisa dei soldati della Corazzata Potyomkin). Il film è ricco di interessanti spunti di riflessione (su tutti, uno carissimo sia a Dostoyevskij che a Camus: la spettacolarizzazione del detenuto nella trasmissione che Orazio e Gaspare guardano la sera in cui dovrebbero uccidere i cuccioli). Ma uno in particolare merita attenzione: sia Crudelia che Ivan sono figure diaboliche. Il telefono di Crudelia, rosso a forma di diavolo… “quella donna infernale”, è il giudizio tranchant di Peggy all’inizio del film (in inglese è ancora più esplicito: “that devil woman”. E lo ripeterà quando i cuccioli le spiegano il progetto di Crudelia: “she is a devil”). Crudelia accende fuochi (quando si arrabbia con Gaspare e Orazio) – e significativamente i cani invece scappano fra neve e ghiaccio. Quanto a Ivan, comunque si voglia definire il suo rapporto con Dio, ha, più tardi nel romanzo, un’allucinazione in cui il proprio alter ego è… il diavolo.

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Il telefono rosso di Crudelia a forma di diavolo

Ci sono anche delle differenze significative fra Ivan e Crudelia. Crudelia non è contro Dio, non menziona mai niente di ultraterreno o metafisico (ma nemmeno Ivan se la prende direttamente con Dio: “Non è dio che non accetto, Alyosha, io mi limito solo a restituirgli molto rispettosamente il biglietto”); e non è minimamente comparabile alla profondità di Ivan. E poi sicuramente Ivan non vuole la sofferenza degli innocenti, anzi è da questa constatazione che nasce la sua rivolta: ma l’ingiustizia che vuole perpetrare Crudelia è rivolta tuttavia. È anche lei ad uno stadio primitivo di rivolta. Nelle parole di Camus: “Si leva su un mondo ferito per reclamarne l’unità. Oppone il principio di giustizia che è in lui al principio di ingiustizia che vedere all’opera nel mondo. Non vuole dunque nient’altro, primitivamente, che risolvere questa contraddizione, instaurare il regno unitario della giustizia, se può, o dell’ingiustizia, se lo si spinge agli estremi. In attesa, denuncia la contraddizione”.

“Non è tipo da amare noi cani”

Peggy, in un under statement di tremenda naiveté, chiede a Pongo perché Crudelia si interessi ai cuccioli, visto che “non è tipo da amare noi cani”. Ma chi non ama i cani non per forza è cattivo. Anzi, come dimostra l’esempio di Crudelia, la rabbia verso il mondo è, può essere, un positivo punto di partenza. Chissà da cosa nasce il desiderio di Crudelia di avere pellicce anche a costo di massacrare un centinaio di cuccioli innocenti. E se la sua fosse una reazione tremenda, estrema, ad un episodio di violenza su un cucciolo a cui aveva assistito da bambina (“allor che ignara di misfatto è la vita”), e che si rifiuta di accettare? Se Crudelia bambina si fosse detta “non posso accettare la sofferenza di un cucciolo, per cui tutti i cuccioli soffriranno”? Non sarebbe questa reazione un tentativo di espiazione, una rivolta? Assume forse, nella fase che vediamo nel film, una forma ingiusta ed efferata, ma è pur sempre una rivolta: quella di chi non accetta questo “orrido mondo”.   

Luigi Lonardo

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