“When it’s good and loud”: elegia per Lemmy Kilmister

A dire la verità non è tutta questa grande sorpresa che Lemmy sia morto. È vero che era uno degli immarcescibili della sua generazione, come Ozzy Osbourne e Keith Richards (che gli sopravvivono), ma con loro condivideva uno stato di salute, più che pessimo, inspiegabile. Mentre gente come Mick Jagger o Chuck Berry porta le sue decine di anni (quasi dieci decine nel caso di Berry) molto bene, perché una trentina di anni fa ha capito che per mantenere il proprio stile di vita agiato era il caso di finirla di cazzeggiare e darsi una regolata (Jagger è pulito dal 1982, stando a quello che racconta Richards in Life), i tre già citati Ozzy, Keith e Lemmy se ne sono allegramente battuti (nel caso di Ozzy c’entra un gene derivante dall’uomo di Neanderthal che lo rende più a rischio di dipendenze, quindi tecnicamente non è del tutto colpa sua).

Nello specifico, Lemmy è andato avanti a whiskey e cocaina per parecchi anni, e solo di recente, messo di fronte al problema dal fatto che non riusciva più a stare in piedi per l’intera durata di un concerto, si è dato una regolata.

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Lemmy Kilmister

La sua morte è ancor meno una sorpresa per chi ha seguito la band nell’ultimo anno, durante il quale il signor Kilmister ha avuto diversi problemi, terminando ben due concerti dopo pochi pezzi, e spezzando il cuore a tutti noi quando, all’ultimo Glastonbury, ha continuato a suonare Ace of Spades (che era la canzone che aveva appena finito di suonare) al posto di Overkill.

Insomma, che non stesse bene si capiva (anche se alla fine se l’è portato via un tumore, nel giro di due giorni, e non tutto il resto). Ma il punto non è questo. Il punto è che a Lemmy andava benissimo così.

Per tutta la sua vita ha fatto della baldoria l’unico punto fermo, non perché la vita gli facesse schifo, per quanto di certo questo un ruolo lo possa aver giocato, almeno agli inizi, causando anche la costante incazzatura che trasuda dalle canzoni dei Motörhead, ma perché sì.

Non ci sono motivazioni o grandi filosofie dietro alle scelte di vita di Lemmy. Questa specie di Hakuna Matata rock n’roll che lo ha portato ad essere campione mondiale di bere, scopare e drogarsi è quello che è. Divertirsi finchè ce n’è, e quando non ce ne sarà più sarà finita.

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Lemmy con gli Hawkwind

Dalla collezione di pugnali nazisti (tra cui almeno due fregati a Keith Emerson quando gli faceva da roadie) al monolocale in cui abitava a Los Angeles, dagli esordi con il gruppo prog psichedelico degli Hawkwind (a cui, si dice, ha fregato il furgone con l’equipaggiamento quando l’hanno licenziato dopo il suo arresto per possesso di droga) fino agli ultimi album con i Motörhead, quella e sempre quella, ma ricevuti inaspettatamente bene dalla critica, Lemmy è una specie di messia del rock and roll (come amava definire la sua musica; guai a chiamarlo metal), e non serve essere fan della band per essere un po’ più tristi. Anche se, a dirla tutta, non bisognerebbe essere tristi affatto:

“Death is an inevitability, isn’t it? You become more aware of that when you get to my age. I don’t worry about it. I’m ready for it. When I go, I want to go doing what I do best. If I died tomorrow, I couldn’t complain. It’s been good.”

https://www.youtube.com/watch?v=E1le9QXzhco

Guglielmo De Monte

@BufoHypnoticus

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