La crisi della sinistra sudamericana

Le elezioni in Argentina e Venezuela dell’ultimo mese hanno sottolineato e ingrandito un problema che ormai non può essere più evitato: la crisi della sinistra sudamericana.
Da tempo si dice che i movimenti di sinistra radicali, arrivati al potere negli ultimi quindici anni, stanno attraversando un momento di crisi, ma ora la crisi è arrivata nei due Stati cardini dell’ormai superata “nuova sinistra sudamericana”.

Il 25 novembre, in Argentina, Mauricio Macri leader del partito di centro-destra Propuesta Republicana è diventato Presidente, mettendo fine all’era della famiglia Kirchner che con Nestor Carlos e la moglie Cristina Fernandez governava il Paese dal 2003.
In Venezuela, il 6 dicembre scorso si sono tenute le elezioni legislative che hanno sancito la vittoria, con oltre due milioni di voti di differenza, della coalizione conservatrice Mesa de la unidad democratica che riunisce i partiti di opposizione.
Il Partido socialista unido de Venezuela guidato dal Presidente Nicolas Maduro, nato nel 2008 con il compito di appoggiare Hugo Chavez, per la prima volta negli ultimi diciassette anni si trova in minoranza, non potendo dunque, tra le altre cose, nominare e rimuovere i magistrati, promuovere la riforma costituzionale e di fatto governare.

Venezuela e Argentina erano, visto che ormai non lo sono più, i modelli e gli esempi più robusti dell’età dorata della sinistra in Sudamerica, quei governi che nel resto del mondo venivano identificati con l’ideologia della nuova sinistra sudamericana, a volte chiamata anche “socialismo del Ventunesimo secolo”.
All’inizio degli anni 2000, i movimenti di sinistra radicali sono arrivati al potere dopo un’ondata di elezioni vittoriose che presero il nome di “Marea Rosa”, rosa dalla tonalità di colore un po’ più sbiadita rispetto alla bandiera rossa simbolo del comunismo.

La "marea rosa" Fonte: ilpost.it
La “marea rosa” Fonte: ilpost.it

Il 2005 rappresenta invece l’anno chiave per la sinistra sudamericana sotto ogni punto di vista.
A Mar del Plata, il Presidente argentino Kirchner, il brasiliano Lula e il venezuelano Hugo Chavez si erano definitivamente allontanati dagli Stati Uniti boicottando l’ALCA, il trattato di libero scambio promosso da George W. Bush.
Così la marea rosa era arrivata a toccare quasi tutti i Paesi sudamericani che decisero di “unirsi” ai tre sopracitati, come Rafael Correa in Ecuador, Evo Morales in Bolivia, Tabaré Vazquez e Pepe Mujica in Uruguay e Ricardo Lagos in Cile.

Da sinistra verso destra: Chavez. Kirchner e Lula Fonte: ilfoglio.it
Da sinistra verso destra: Chavez. Kirchner e Lula
Fonte: foglio.it

Tutti questi Presidenti, e di conseguenza i Governi di cui erano a capo, avevano lanciato programmi politici più o meno simili che nel corso degli anni hanno visto l’attuazione di politiche economiche “molto” di sinistra, come ad esempio la promozione di ampi programmi di spesa sociale e di lotta alla povertà, un aumento quasi spropositato della spesa pubblica e l’assunzione di nuovi impiegati pubblici.
Inoltre, quello che davvero li teneva uniti e permetteva di racchiuderli in un’unica definizione era l’atteggiamento critico nei confronti degli Stati Uniti.

Oggi, i Paesi sudamericani stanno affrontando una situazione di difficoltà oggettiva ma al tempo stesso prevedibile, visto che dopo un decennio di crescita economica, che ha toccato quasi tutto il continente, un momento di flessione e di rallentamento è più che normale.

Andiamo ora a vedere cosa sta realmente succedendo in questi Paesi.

In Venezuela, dopo 17 anni ininterrotti di Chavismo, prima con Chavez stesso e poi con il suo successore Nicolas Maduro, le elezioni del 6 dicembre scorso hanno segnato, di fatto, la fine di un’era politica che è stata l’apripista della marea rosa in Sudamerica.Le elezioni legislative non sono un fulmine a ciel sereno, ma semplicemente una serie continua di errori commessi nei precedenti mesi che inevitabilmente ha portato a questo risultato.

In Argentina il conservatore Mauricio Macri ha posto fine all’era della famiglia Kirchner che ha governato il Paese per oltre dodici anni. Il nuovo Presidente ha giurato il 10 dicembre scorso, e ha già annunciato un importante taglio delle tasse alle esportazioni dei prodotti agricoli.

In Brasile, dopo Luiz Inácio da Silva, più noto come Lula, Dilma Rousseff ha cercato di portare avanti gli ideali e le politiche tipiche della sinistra sudamericana, ma in questo momento il processo è fermo, o meglio, ne è iniziato un altro.
Il 3 dicembre scorso, il Presidente della Camera dei deputati Eduardo Cunha ha accettato la richiesta di impeachment, presentata dall’opposizione, nei confronti della Rousseff, rea di aver violato la legge riguardante la gestione del bilancio di Stato del 2014.
Ora la Rousseff, in attesa del processo, è stata allontanata dal suo incarico per i prossimi 180 giorni.
Intanto nelle piazze brasiliane migliaia di persone hanno manifestato a favore della messa in stato d’accusa della Presidente, come a testimoniare la fine di un ciclo.

In Uruguay, dal primo marzo scorso, Tabarè Vazquez è tornato ad essere il capo del Governo dopo i cinque anni di Pepe Mujica.
Vazquez era anche il predecessore di Mujica nonché esponente del medesimo partito, indicando che sostanzialmente, in Uruguay, non si sono verificati grossi cambiamenti.

Grossi cambiamenti non si sono verificati nemmeno in Ecuador e in Bolivia, dove nel primo Rafael Correa è Presidente dal 2007, mentre in Bolivia Evo Morales continua a portare avanti le sue politiche riformiste di cui ho parlato qui.
Correa rimane comunque un paradigma di quello che sta accadendo in Sudamerica, dato che è ormai di fatto un ex-alleato del Venezuela da cui ha preso le distanze dopo la morte di Hugo Chavez, non volendo sostenere l’operato, ma soprattutto la figura di Maduro, e nella sua scelta di non sostenere le politiche venezuelane c’è forse il motivo dei cambiamenti che stanno avvenendo nel continente.

Secondo l’opinione di diversi osservatori, la causa del ritiro della “Marea Rosa”, e quindi la caduta dei governi di sinistra, ha innumerevoli ragioni politiche ed economiche.
Per quanto riguarda quelle politiche è bene citare l’inadeguatezza delle stesse politiche di fondo, ritenute troppo deboli, o troppo poco radicali per la situazione che andavano a fronteggiare.
Sul versante economico, invece, il calo dei prezzi delle materie prime, come petrolio, prodotti agricoli e metallo ha di fatto posto un freno alla spesa pubblica dei governi, i quali utilizzavano proprio queste materie prime per finanziare i loro programmi economici che di fatto sono i maggiori artefici del mantenimento del consenso elettorale.
Perciò, diminuite le entrate dalle esportazioni, diminuiti gli introiti da utilizzare per la spesa pubblica, è diminuito anche il consenso elettorale.
C’è anche un’altra versione riguardante la crisi dei regimi di sinistra, una versione più politico-ideale che economica: la mancanza di un leader.
Il vero trascinatore, nel bene e nel male, della politica sudamericana è sempre stato Hugo Chavez, e dopo la sua morte i Presidenti sudamericani non sono stati in grado di trovare un degno successore, un successore che probabilmente nemmeno esiste più, sia per carisma, sia per leadership sia forse anche per competenza.

Sarà interessante vedere come il quadro politico si evolverà nei prossimi anni tra Brasilia e Buenos Aires, passando per Caracas, Santiago, Quito, Sucre e Montevideo. Ma soprattutto bisognerà capire che tipo di eredità avranno lasciato queste esperienze sul continente latinoamericano queste esperienze, nate dalla voglia di affermare la propria specificità nello scacchiere internazionale.

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