Lagnarsi (non) stanca: Calcutta e lo sconforto

Dicembre 2015, scena musicale “indie” italiana: ci ritroviamo con una mole talmente ingente di giovani cantautori demoralizzati e di band che sfoggiano tristi e tronfi sentimenti da essere paragonabile solo a quella della mole della gobba di Andreotti.

Siamo una generazione particolarmente più sfigata di quelle ci hanno preceduto, non abbiamo più nulla di cui parlare se non i fatti nostri, o abbiamo semplicemente scoperto quando paga la gnola, come si dice a Bologna, in pillole?

Non accade più niente di degno di nota (in tutti i sensi) nel mondo, o siamo solo intrappolati nel sé e costretti all’introspezione coatta perché questa stagnante penisola a forma di scarpa non cambia mai?

Dato che il pingue e dolcissimo bambino cingalese (che non ci restituirà i nostri marò), protagonista del video di Cosa mi manchi a fare è troppo bello, anche io ho passato svariate mezz’ore ad ascoltare Calcutta. Mi sono messa d’impegno e ho cercato di mettere da parte cinismo e desiderio di muovermi sgraziatamente a tempo e ascoltare davvero, con il mio maligno cuoricino aperto, le lagnanze di costui.

calcutta

Il testo di Cosa mi manchi a fare è anche divertente: si tratta all’incirca di quello che il mio professore di greco avrebbe definito paraclausithyron: vale a dire quel un motivo letterario tipico della poesia elegiaca d’amore greca e romana per cui un povero amante disgraziato (quello cantato da Andrea Mingardi e dai suoi rimbalzi sportivi) mette mestamente in scena una veglia notturna di fronte alla porta sbarrata della donna desiderata.

E non mi importa se non mi ami più

E non mi importa se non mi vuoi bene

Dovrò soltanto reimparare a camminare

Dovrò soltanto reimparare a camminare

Se non ci sei tu

Il nostro dimesso e malinconico Edoardo D’Erme (nome all’anagrafe dell’artista di Latina) sfoggia una discreta autoironia, tanto che per qualcuno il suo album, Mainstream, è tutto fuorché un prodotto facile per le radio e le classifiche. Secondo me, lamentandosi non otterrà nulla. Però, magari il bimbo combinerà qualcosa al suo posto. Sarebbe divertente.

Ho trovato delle lagnose affinità fra Calcutta e I Cani di Baby Soldato e del Posto più freddo: melodie delicate e orecchiabili, storie d’amore finite in lacrime senza nemmeno un po’ di rabbia da schitarrare, avanti, soffiamoci il naso in maniera neomelodica e facciamo astutamente in modo che i due di picche sentimentali ci fruttino danari da reinvestire nella prossima conquista.

Mentre l’ultimo disco del Teatro degli Orrori ti investe di cupa rivolta musicale e brillante denuncia sociale, di note di contrasto, disappunto e controcultura, la tendenza generale è l’introspezione e l’analisi psicologica fai-da-te. Questo non significa che l’ascolto non sia gradevole, ma hai l’impressione che, passato l’entusiasmo iniziale, manchi qualcosa. Un po’ come le fotografie nei libri di scuola non scarabocchiate o i muri dei bagni pubblici senza bestemmie e oscenità: l’equivalente non culinario di una torta di mele senza mele.

Siamo un generazione che si tuffa nella sfera privata perché lo sconforto nelle coscienze politiche regna sovrano? Ai posteri l’ardua sentenza. Io torno a canticchiare col piccolo amico di Calcutta.

Sofia Torre

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