Holy Foals

Ah, i Foals. Li ascolto in maniera talmente ossessiva che, ormai, ogni membro della mia famiglia li odia. Credo che se mettessi su un’altra volta My Number, mio fratello sarebbe in grado di noleggiare un’accetta e fare a pezzi con metodo e precisione una famiglia di teneri gattini.
Per chi avesse ancora dei gattini vivi e vegeti: i Foals sono una band di Oxford a cavallo fra l’indie rock, il post-punk e il math rock. Insomma, un piede che danza in tre scarpe per partorire una struttura ritmica complessa ed insolita, sonorità fuori dagli schemi del rock tradizionale, caratterizzate da accordi dissonanti e da una grande sperimentazione tecnica. Quel tipo di musica che ti fa sentire i brividi lungo la schiena e i piedi che ballano da soli anche se sei in fila alle Poste fra una vecchia signora che urla al telefono e un’altra che puzza moltissimo.
Come altri notevoli elementi, fra cui Jeremy Corbyn, la Regina Elisabetta e i Beatles, i Foals sono inglesi, niente meno che il riuscitissimo frutto di un’amicizia di vecchia data fra un chitarrista, Yannis Philippakis, e un batterista, Jack Bevan. Quel genere di amici che si beccano per il fantacalcio, la birretta delle cinque del pomeriggio (perché è il tè è decisamente troppo borghese) e, giustamente, la scrittura di pezzi tanto belli da schiacciare il tuo palato in secondo piano, finchè la birra Birra (o una qualche sorellina equivalente da Penny Market) non sa di Chianti e sei felice e beato (a meno che tu non sia il tipo che apprezza la birra Birra, ma a quel punto hai problemi ben più grossi della musica dei Foals).
Foals
Scimmiottando Nick Hornby, ho stilato una mia personalissima (e contestabilissima) classifica di quelle che sono, secondo me, le quattro canzoni più apprezzabili. O, quanto meno, ecco le tracce che mi hanno fatto prendere una cotta da adolescente stupida.
1. Al primo posto, mi voglio ripetere, c’è My Number, uscito come singolo nel 2012 e come terza traccia del terzo meraviglioso disco della band, Holy Fire, nel 2013. Il testo di questa canzone ha qualcosa di viscoso, di fluido e di molto amaro.

You don’t have my number, we don’t need any trouble now  We don’t need the city who create all the culture now  ‘Cause I feel, I feel alive, I feel, I feel alive  I feel that the streets are all pulling me down  So people of the city I don’t need your counsel now  And I don’t need that good advice, you don’t have my lover’s touch.

Se vogliamo essere ottimisti, parla della solitudine. Ma della solitudine come di un sollievo, di un tetto sotto il quale ripararsi dalle frecce velenose di affetti che, ormai, non ormeggiano più qui. Insomma, i rapporti umani sono sopravvalutati, ogni uomo è un’isola e al contatto affettuoso di braccia altrui è preferibile sentirsi vivi per la propria strada, liberi e soli.

2. Il mio secondo pezzo preferito, invece, proviene dall’ultimo disco uscito,What Went Down, fresco di questo agosto. La canzone in questione, Mountain At My Gates è un’istantanea dell’intero album, molto più rock del precedente.Che dire del significato di questa canzone? Ancestralmente, la montagna da scalare è la versione poetica del piantare grane. Immaginiamo di vedere uno scoglio enorme, sempre più vicino, che non ci lascia scampo e ci riduce a implorarlo di renderci i nostri polmoni, perché scalare è difficile, è faticoso, e, se è vero che la fatica è catartica e terapeutica, non è sempre quello di cui abbiamo bisogno.  Ognuno di noi ha le sue personali montagne, ma non è detto che ci sia sempre dato il peso che possiamo sopportare.
3. Spanish Sahara, dal secondo album dei Foals, Total Life Forever, parla dell’horror vacui che celiamo dentro di noi e tenta di rispondere, con una melodia che lentamente incalza, cogliendo nel segno, all’eterna domanda dell’abisso che sentiamo, che diciamo di sentire, che non vorremmo sentire.
4. Come ultimo pezzo, ripropongo un brano dell’ultimo album, l’omonima What Went Down, intensa, compulsiva, verticale tornado emotivo che ti mozza il fiato e ti spinge all’inquietudine.
Sofia Torre
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