Contro la perfezione in cucina: “Cucinaremale” (ma vivere bene)

Cari lettori, questa settimana, dal 1 all’8 di novembre, The Bottom Up parlerà di cibo, in occasione della chiusura di EXPO 2015. Non parleremo solo di quello, anzi, sarà più che altro una scusa per far affrontare questo tema ai nostri autori, dal punto di vista dell’economia, della cultura e della politica. E non rinunceremo a provare a rispondere, a modo nostro, alla domanda posta da EXPO:come nutrire il pianeta?

Buon appetito! #TBUtalksaboutFOOD

Chi cucina bene fa le ciambelle con il buco.
A chi cucina così così non tutte le ciambelle gli riescono con il buco.
Noi invece siamo il buco
.
– Cristina P.

Cucinaremale è un gruppo Facebook che conta circa 9000 membri, attivo da quasi due anni: principalmente raccoglie foto, postate in gran quantità ogni giorno dagli utenti, dei disastri culinaridi cui essi stessi si sono resi responsabili nelle proprie cucine.
La fauna che abita questo luogo dell’anima, più che virtuale, è sorprendentemente omogenea e questo determina il grandissimo affiatamento e la solidarietà che animano gli scambi sul gruppo. Ho detto ‘solidarietà’ perché se si arriva a postare su Cucinaremale, è sintomo che si sta già vivendo un fallimento o, se non altro, si stanno mettendo in crisi i valori oggigiorno dominanti sulle tivù, sulle riviste specializzate e nella vulgata che il Potere fa calare dall’alto. Cucinaremale è un gruppo di decostruzione ideologica, come direbbero i Wu Minghie, qui si smonta la narrazione tossica della Buona Cucina (che fa un po’ #labuonascuola, diciamolo) che ci vuole tutti capaci di affettare verdureà la julienne senza riportare cicatrici da Vietnam, preparare riduzioni di liquidi senza strinarli, sapere che “guazzetto” non è un toponimo della bassa modenese. Cucinaremale significa riappropriarsi della cucina, quella vera: i fornelli delle persone reali sono sporche come trincee del Carso e, come in quel tipo di circostanze, la bilancia tra gusto, salubrità, nutrimento e sopravvivenza pende decisamente verso quest’ultima – nonostante un topos classico del gruppo sia la foto in cui si mostra la data di scadenza (o semplicemente l’aspetto, con una definizione ostensiva) di un qualche alimento, come a dire: commilitoni, sto per lanciarmi all’assalto nella terra di nessuno, ricordatemi così. Per fortuna, questi tentativi di destrutturare la narrazione tossica con cibo verosimilmentemicrobiologicamente tossico hanno un tasso di mortalità bassissimo.
Una quotidiana guerra, insomma, da una parte tra l’ossessione che viene più o meno sottilmente inflitta a noi del Primo Mondo che ciò che mangiamo dev’essere bello, buono, salutare e gioioso da preparare e, dall’altra, lo scontrarsi di questo mondo idealizzato (ma allo stesso tempo concretissimo, in quanto quotidianamente propagandato in tivù e venduto nei supermercati) con quelle che sono le condizioni materiali di vita dei non-cuochi che rappresentano una (non più!) silenziosa maggioranza del Paese dell’EXPO, di Pellegrino Artusi e di Carlo Cracco.
Eh sì, perché dietro ogni piatto cucinatomale c’è una storia di una persona che, molto spesso, non ha semplicemente tempo di darsi da fare oppure si lancia in ardite sperimentazioni d’avant-garde o, altrettanto frequentemente, non ha proprio la passione per le pentole e il fuoco e non vuole averla,come scrive Ilaria. Ma cosa o chi ci spinge alla Buona Cucina? Oltre alle forze occulte della società, il più temibile avversario per uomini e soprattutto donne italiane sono coloro che in salute e malattia dovrebbero amarti e onorarti e invece sanno solo pretendere: i familiari, che nell’incarnazione più hardcore si presentano sotto forma di figli. Parliamoci chiaro: il mito della donna italiana casalinga abilissima cuoca, depositaria di segreti culinari che generazione di etnografi avrebbero ucciso per poter testimoniare, non esiste più, è ormai solo una narrazione empiricamente obsoleta. Le donne, che già prendono uno stipendio il 16% più basso degli uomini, sono sempre più spesso lavoratrici e casalinghe part-time. Ma forse ciò che si è perso e peggiorerà con la generazione dei Millennials è la trasmissione del know-how. Perché impazzano i tutorial sul web e in tivù? Perché le mamme e le figlie di oggi non hanno imparato una fava dalle nonne. Vale lo stesso per padri e figli, il cui comportamento conferma l’ipotesi, come riporta Elisa, la cui bambina in un tema di terza elementare ha scritto che il piatto preferito che cucina sua madre è la pizza della nonna. Nel senso di cucinata dalla nonna.
La cosa stupefacente, però, è che i ragazzini si accorgono di questo scarto, pur vivendo un’epoca diversa, pur immersi in narrazioni ben differenti: le mamme di Cucinaremale lo sanno. Luana confessa sul gruppo che preparare da mangiare, da mamma, invece che la gioia di nutrire il sangue del proprio sangue, è diventata un incubo, per quanto si sia persino sforzata di imparare a fare il ragù a dispetto dell’odio che nutre per la pratica culinaria; mentre Chiara racconta che suo figlio una volta ha detto: ‘i papà sono quelli che lavorano e cucinano meglio delle mamme!'”, coniando all’istante un nuovo stereotipo di genere post-industriale che farebbe fare un facepalm epocale a diverse femministe. I bambini, si sa, nel loro candore sanno essere crudeli e nonostante tutto qualcosa nel DNA fa capire loro che, nonostante sia freudianamente fonte e oggetto d’amore infinito, la loro mamma non sa cucinare come dovrebbe, tanto che il quattrenne figlio di Silvia l’ha stesa dicendo: “mamma, una volta possiamo cucinare una VERA cosa?“.
Giovani eredi a parte, ho scelto 6 categorie spirituali per abbozzare una cartografia del mare in cui naufragare, più che dolce, potrebbe essere un po’ abbondante di sale:

DISASTRO DA STRESS CREATIVO

Qui c’è la buona la volontà. O, più probabilmente, l’incoscienza dei propri mezzi. Questo è forse lo stadio più ottimista del cucinantemale, quando le illusioni sono vivide e guardando la foto del piatto finito su Internet, si derubrica tutto con uno sprezzante quanto stolto “eccheccevo’?”.

Questo pipistrello sta dicendo: “please, kill me.” – Chiara C.
“Il prodotto potrebbe non corrispondere all’immagine” – Luana M.
Welcome to Dismaland – Dina G.

DISASTRO TRAUMATICO

Oltre che delle proprie competenze nella techne culinaria, si possono ignorare un sacco di altre cose,come i principi della termodinamica, la temperatura di ebollizione dell’olio o la dinamica dei fluidi. In quel caso, si rischia la vita (o di comprare una cucina nuova).

“Ah ma non l’avevi spento tu il fuoco?” – Annabella T.
Maron fumés – Antonella G.

DESOLAZIONE RADICALE

Mangiare da soli non è mai bello. Se poi devi cucinarti tu, ancora meno. Magari non hai neanche voglia. Metti che non hai nulla in frigo. O metti che ce l’hai, ma sei negato da sempre. Qui e solo qui abita il disagio reale dell’uomo moderno.

 

Pringles alla salsa barbecue, ricotta (?), un po’ di ragù e via che si esce a dominare – Sandy M.
Qua c’è una sensibilità artistica, devo ammetterlo – Giorgia G.

DESOLAZIONE DA TENTATIVO

La creatività non è di casa in questa categoria: si ha poco e ci si accontenta. Ma non si vuole rinunciare al lato estetico: l’impiattamento è importante, come Masterchef ci ha insegnato. Largo alla fantasia, quando la materia poco è poca e magari pure squallida.

Pane dolce al sesamo, mortadella, salame ungherese, sottiletta cruda.
Oppure il logo di una manifestazione olimpica  – Giovanni P.
Cucinimale quando sai già che per rifarti la bocca dovrai approcciare il Vecchia Romagna- Melaney J.
Wurstel e maionese. Ma anche tanta classe – Ully R.

L’AVANGUARDIA

Poi ci sono gli artisti. La fantasia è un ingrediente fondamentale per scavalcare la triste realtà con cui il nostro frigo ci fa scontrare ogni sera: è a quel punto che gli animi più estrosi si fanno ispirare dalla Musa e creano composizioni al di là di ogni ragionevole aspettativa – ma sempre senza avanzare troppe pretese nel rapporto estetica/edibilità degli alimenti.

La scelta cromatica è stupefacente, come anche l’effetto spirale vs. brodo primordiale
Da zucchina ripiena a progetto di scienze rappresentante l’eruzione di Ercolano – Dania S.

INDOVINELLO

Non tutti gli artisti però vengono compresi, specie se si tratta di arte astratta; se cucinimale e, come detto, spesso ti spingi verso l’ignoto, il risultato finale potrebbe essere molto diverso da quello da cui sei partito. A quel punto scatta il percorso a ritroso: come si è arrivati a tanto?

Indovinereste mai che sono mozzarelle in carrozza? – Elena V.
Ex-peperoni? Tibie umane? A volte è meglio non sapere (e non mangiare)- Victoria D.
Neppure quello in basso a destra è convinto di cosa avrebbe dovuto essere – Ilaria P.
Insomma, Cucinaremale ha sì ragioni da consegnare alla sociologia, alla storia dell’arte o più spesso ai NAS dei Carabinieri, ma è soprattutto un luogo dove rilassarsi e liberarsi dall’ansia di essere perfettiche viviamo e che ci viene imposta dalle persone con le quali condividiamo il cibo. Si può cucinare male ed esserne orgogliosi, come Chiara che, in pieno accelerazionismo, vuole sfondare ogni record in basso: “anche andare verso il basso significa raggiungere un livello”. Valentina rivendica invecel’originalità irripetibile di ogni ricetta andata storta, quando d’altronde già Aristotele ci insegnava che ex falso quodlibetur, cioè da un errore può generarsi qualsiasi cosa in modo imprevedibile. Daniela, che confessa candidamente di bruciare la cena perché si perde dietro ai videogiochi (nella migliore tradizione di adultolescenza cui accennavamo sopra) pur dotata di capacità “da alta cucina”, fa notare che Cucinaremale funge anche un bagno di realtà, contro le illusioni di chi pensa di preparare qualcosa di bello e buono mentre invece non lo è: questo rilassa i nervi, come conferma Azzurra, liberandoci dall’ipocrisia dei sorrisoni da food-porn instagrammiano. La psiche dell’utente medio però tocca anche diverse criticità: se Simona lamenta un odio della cucina stessa nei suoi confronti, Roberta più romanticamente parla di una passione per i fornelli che non viene tragicamente corrisposta come in un romanzo ottocentesco e che porta a una sublimazione tramite “perversioni” per le quali si cerca approvazione sociale nel gruppo (che per converso attira anche sadici come Chiara, che “cucin[a] benissimo, ma st[a] là per farsi grasse risate”). Maria Paola infine è rassegnata e spiega che il miglior condimento non è, come si pensa, la fame, ma il “velo pietoso” con cui guarnisce ogni sua creazione. Raffaella, più riflessiva, ha imparato ad accettarsi e ha capito che i ricordi della bambina costretta a “sbucciare come mele” delle polpette bruciate, non hanno prezzo e non valgono mezzo complimento di Bruno Barbieri.

Chiudo questo pezzo con una dichiarazione di Lawrence, che davvero sintetizza tutto quello cheCucinaremale rappresenta per noi imbrattapentole. E, sì, ho detto “noi” perché – lo ammetto – questa frittata psichedelica è (involontaria) opera del sottoscritto.

Perdoname madre por mi vida cuoca
“Probabilmente penserai che cucinare male è frustrante. E non posso negare il contrario. Il vero problema è che siamo in un periodo in cui è diventato frustrante mangiare. La rete e i social network hanno esteso informazioni e immagini e bufale e mode facendo un unico grande minestrone che invece di completarci, sottrae. Carni rosse, quelle bianche, il cancro, gli integratori, la piramide alimentare, i vegani, i carnivori, i grandi chef, le giornaliste che fanno le chef, l’impiattamento, i termini che fino a poco fa mai usavano. Cucinare male non è bruciare la torta. Cucinare male è viversi male ciò che mangiamo. Infatti sono convinto che qui da noi si mangi benissimo.”

 

Filippo Batisti
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