Siamo stati a EXPO e siamo finiti con un kebab in mano

L’Expo si è appena concluso e anche se c’è ancora gente in fila è tempo di fare dei bilanci. I nostri redattori Mattia Temporin (T) e Matteo Cutrì (C) ci raccontano la loro esperienza.

T: Partiamo dalla prima domanda: sensazioni appena si vede l’area-expo dall’autostrada, o dal treno.
C: Mah, io non l’ho visto benissimo, il treno era pieno ed ero impegnato a non essere sparato fuori dalla decompressione alle varie fermate.
T: Praticamente ti sei preparato psicologicamente a quello che avresti vissuto successivamente, come gli astronauti prima di una missione.
C: Precisamente, tu sei andato in treno?
T: Macchina, con un amico, sborsando i modesti 12 euro di parcheggio.
C: Come una settimana in aeroporto, dai.
T: Però se serve a contribuire a sfamare il pianeta…
C: Superata la decompressione inizia la fila per entrare, un simpatico mix tra quella per entrare a un concerto e i controlli di sicurezza in aeroporto.
T: Mi ricordava molto l’ingresso per i Muse a Wembley, solo senza le birre. Proviamo a sentirci parte del grande spirito-Expo.
C: Va notato secondo me un dettaglio non da poco nell’economia della giornata: in questa fila “se score”.
T: Nonostante stessimo assistendo ad una grande migrazione, si la fila scorre abbastanza regolarmente, dopo tutto è sempre un martedì (al pensiero di cosa possa essere una fila all’Expo durante il week end, cerco immediatamente di catapultare la mia mente su un’isola caraibica scarsamente popolata, con il solo rumore delle onde ad impattarsi contro il mio udito).
Appena entro: gentili volontari che arrivano a porgerti la mappa nella mano per evitare la sensazione di spaesamento; nella quale ricaschi 5 minuti dopo a furia di persone che rischiano di investirti.
C: Il grande spaesamento coglie molte persone intorno a noi, le famiglie iniziano a disunirsi, pur essendo all’aperto è vietato fumare se non in aree apposite, la cosa naturalmente non interessa il fumatore medio che si accende la prima sigaretta di protesta della giornata.
T: Allora tra questi intrepidi (o scemi) mi ci metto pure io. Grazie a te ho scoperto che non potevo fumare. Posso dire che ho provveduto a gettare tutti i mozziconi nei cestini, sempre nello spirito eco-friendly dell’evento. Ma…la tua attenzione, appena entrato, non è stata presa dai tizi che vendevano passaporti Expo?
C: Oh si, fantastico, una trovata che ha avuto un discreto successo: a ogni padiglione un addetto avrebbe timbrato il tuo passaporto. Naturalmente gli addetti sono scomparsi presto e si è assistito a fenomeni di falsificazione.
T: Beh, anche i falsari tengono famiglia…

da vanityfair.it
C: Passiamo allo spazio espositivo: riprendendo la struttura della città romana, cluster e padiglioni dei vari stati sono costruiti intorno a un decumano, lungo il cardo invece i padiglioni italiani, l’Albero della Vita e il leggendario padiglione Italia.
T: Giungo all’inizio del decumano, capisco già l’aria che tira (code, casino, rumore, fastidio che tocca già il livello di guardia), e decido che se voglio vedere qualcosa devo partire dai padiglioni che non si filerà nessuno. Penso che di solito è proprio dove la massa non mette piede che trovi le cose più interessanti.
C: Genio!
T: Tu come organizzi la tua partenza?
C: Esattamente allo stesso modo, partiamo da quelli del Terzo Mondo che per buona parte della giornata mantengono l’accesso più rapido. Mi colpisce però questa cosa: i paesi del sud-est asiatico e quelli africani hanno dei cluster tutti uguali, per i primi sono piccoli edifici a specchio, per gli altri in legno. Ma realmente non sono altro che stanzette ammassate di roba, la cosa mi delude non poco.
T: Comincio un tour abbastanza veloce tra Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, vari stati africani e sudamericani. Cose carine, per altre nulla di che, tutte accomunate da un unico grande comune denominatore: i prezzi. Fuori dalla grazia divina. Sento una fitta, non so se al cuore o al portafoglio. Sono all’Expo o in gioielleria?
C: Sui paesi che non potevano permettersi un grande padiglione va detta una cosa: pare che l’Italia abbia costruito a sue spese i cluster, secondo te lo spazio era sufficiente? Penso che fossero le realtà più interessanti.
T: Tante volte, nello spazio piccolo, ti senti più a tuo agio, il tutto è meno dispersivo, e hai l’opportunità di guardare con calma e da posizione ravvicinata anche i particolari.
Devo dire però che, a livello di grandi padiglioni, quello polacco mi è piaciuto. L’idea di usare le cassette della frutta era originale. Un po’ trash la cosa di costruire una stazione ferroviaria con il cioccolato.
C: Qui si vede la differenza tra il martedì e il venerdì: l’unico padiglione nord europeo che ho visto è stato quello ungherese, il tetto era tappezzato di peperoncini.
T: Se il tetto si staccava, era una strage.
C: Ci accoglie il canto di una sciamana ungherese dai capelli corvini che lancia gemiti inquietanti, ma non somigliava per nulla alla mia idea di ungherese tipica: Eva Henger.
T: Eh lo so amico, c’è sempre la fregatura dietro l’angolo. Le chicche però iniziano quando ti avvicini ai padiglioni di Belgio e Brasile, e vedi code oceaniche in entrambi, ma non per entrare dei padiglioni: nel primo la coda era concentrata nel chiosco per le patate fritte, nel secondo la colpa era dettata dalla famigerata rete con la quale il TG1 ci ha fatto una testa quadra. Capisci già da li che dell’esposizione universale non gliene frega una mazza a nessuno.
C: Una rapida occhiata alle infografiche del padiglione brasiliano, completamente ignorate dalla massa, mi ha dato conferma della cosa, andiamo all’Expo solo per essere stupiti, non sappiamo neanche da cosa.

T: Insomma, penso, non tanto al solito “questo expo è solo un business, bla bla bla” abbastanza scontato…penso “questo Expo è solo un’occasione per le famiglie, per gli stranieri e per le scuole di farsi una gita fuori porta” niente più, niente meno. Il sentimento si fa più pressante, quando metto piede nel padiglione argentino. Fila di 1 km per entrare all’esposizione, fila di 10 km per rimpinzarsi di asado e quilmes.

da expo2015.org
C: Questo ci porta al cuore dell’Expo: i padiglioni più grandi.
T: Lo scoraggiamento mi pervade osservando la marea umana che invade quelli di Corea e Giappone, ma è giunto a quello degli Emirati Arabi che il mio organismo subisce il tracollo: gentili hostess annunciano infatti code per 2-3 ore. Il principio di svenimento e morte apparente è irreparabilmente vicino. Hai presente la puntata dei Simpson sul softball, dove c’è il giocatore che scompare nella casa del mistero? Ecco, ora io mi immagino migliaia di persone inghiottite dentro questo padiglione, e spedite in un’altra dimensione.
C: Metafora calzante, credo che gli Emirati Arabi abbiano divorato più persone del Giappone, arrivati a sera inoltrata c’era ancora una fila lunga quanto l’intero padiglione. Non riesco a immaginare chi possa pensare di infliggersi tutto questo dolore. Va detto però che questi due padiglioni erano una gioia architettonica
T: Quello degli Emirati in che senso era gioia architettonica?
C: Sembrava una gola tra due pareti di sabbia bruna, trasmetteva calore e conforto, quasi come una grande vagina in cui tutti vogliono entrare.
T: Mi sono sentito più coccolato nella collina verde che formava il padiglione bielorusso. Un sacco di belle donne e l’immaginario caldo abbraccio di Lukashenko che sembrava dirti: “Ehi, anche se sono uno stronzo, ho anche io un cuore.”
C: La paraculaggine si spreca anche nel padiglione di Israele su cui campeggia la scritta “La terra del domani.”
T: Lì la mia immagine si ferma al disgraziato steward che accompagnava l’ingresso dei visitatori. Per tutto il giorno, per 6 mesi presumo, doveva recitare lo stesso identico copione, simulando una diretta presunta con una discoteca di Tel Aviv con un’attrice italo-israeliana la cui famiglia era composta da pionieri che avevano contribuito a strappare terre alla siccità. Penso che quel tizio abbia tentato di impiccarsi e se non è impazzito, beh allora è un santo.
C: Naturalmente non entrare è stato anche un forte gesto politico. Non era solo per la fila.
T: Ma va beh, la politica la lasciamo al nostro direttore, noi siamo qui per ben altri scopi.
C: Invece ho apprezzato molto il padiglione del Kuwait, solo un’ora di fila per vedere video installazioni, cascate d’acqua che formano scritte (“l’acqua è essenziale per la sopravvivenza”) e quant’altro.
T: Divertente è stato vedere anche i mostri degli USA e della Russia, messi vicini e pronti a dimostrare chi ce l’avesse più lungo.
C: La Russia ha chiaramente vinto a mani basse.
T: A fare un padiglione a forma di nave, dove sotto ti potevi specchiare, non ci sarebbe mai arrivato manco Stephen Hawking.
C: Si si, la Russia l’ha toccata pianissimo con quella nave grattacielo, naturalmente c’era la fila pure per specchiarsi.
T: Elementare. Quasi inghiottito da questa specie di Titanic, c’era il padiglione dell’Estonia. Molto carino, e ovviamente senza uno straccio di coda.
C: Anche questa mi sa di metafora geopolitica.
T: Già. Ma qui entriamo in altri campi. Insomma, abbiamo una buona carrellata di padiglioni. Per me il premio per la cosa veramente originale va all’Austria.
C: Com’era?
T: Hanno costruito una foresta all’interno che produceva ossigeno. Per i presenti s’intende.
C: Una cosa del genere avveniva anche al padiglione tedesco.
T: Lì non sono entrato.
C: Nemmeno io, tre ore di fila, però sul tetto c’era un meraviglioso giardino pergolato pieno di piante e installazioni che comunicavano con quelle interne.
T: Manca lui comunque: padiglione Italia ovvero, il grande magazzino dei sogni. Ma vedendo da fuori, era questa l’idea che avevo: un centro commerciale.
C: Credo sia una delle poche strutture fisse dell’Expo.
T: L’unica che non verrà smantellata. Ho un brutto presentimento riguardo la fine dell’area Expo, questo perché sono un disgraziato gufo pessimista.

C: Diventerà un polo universitario, ma naturalmente è una grande incognita.

Eccellenza italiana, da polisblog.it

T: Che ruolo reale giocava il cibo, in tutto ciò?

C: Per il senso bisognava andare al padiglione Zero, però alla fine l’ho dimenticato.
T: Ma soprattutto: che hai mangiato? Posso dire le cose che mi sono concesso sono state: un pezzo di strudel dagli austriaci e una birra media dai polacchi per rimembrare vecchie non-memorie dell’Erasmus.
C: Io pane e salame all’ombra dell’Albero della Vita.
T: È una cosa quasi mistica se ci pensi.
C: Questo grande albero che spara bolle e fumogeni tricolore, sulle note di Caruso degli ombrelli hanno simulato lo sbocciare di fiori, poi un principio di incendio seguito da giochi d’acqua.
T: Soprattutto quando vedi che un kebab, classificato come street-food, costava 5 euro.
C: Ehm, ti devo dire una cosa, prima di andare via l’ho mangiato anch’io.
T: Era lì che ti attirava a se con il profumo di carne e progresso eco-sostenibile?
C: Ero stato al padiglione francese a mangiare paté di campagna e formaggi potentissimi, ci voleva qualcosa di più familiare.
T: Qualcosa che annientasse il sapore di formaggio nella tua bocca.

C: Che alla fine le cose della nostra tradizione sono sempre le più buone.

Matteo Cutrì
Mattia Temporin

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