Musiche per stomaci caldi

Cari lettori, questa settimana, dal 1 all’8 di novembre, The Bottom Up parlerà di cibo, in occasione della chiusura di EXPO 2015. Non parleremo solo di quello, anzi, sarà più che altro una scusa per far affrontare questo tema ai nostri autori, dal punto di vista dell’economia, della cultura e della politica. E non rinunceremo a provare a rispondere, a modo nostro, alla domanda posta da EXPO: come nutrire il pianeta?
Buon appetito! #TBUtalksaboutFOOD

In questo clima mangereccio e gioioso, io avrei voluto parlarvi della mia nuova ossessione per i Foals, ma l’argomento della settimana, cari lettori grassi, è il cibo. Ho quindi deciso di stilare una playlist con sei canzoni che io trovo appetibili e che spero non restino sullo stomaco di nessuno.

Che legame c’è fra cibo e musica? Il connubio polivalente delle emozioni. Quello che mangiamo, come quello che decidiamo di ascoltare, è nel contempo quella stretta follemente erotica e innegabilmente orrenda che ti attanaglia lo stomaco e ti spinge la testa sotto l’acqua finché non respiri più e, allo stesso tempo, quella sensazione di follia ballerina di quando sei pazzamente felice, borbotti dentro di te le parole di mille poesie e sei un’anima allegra che canta nel deserto. Ecco quindi sei pezzi per il vostro stomaco e per le vostre orecchie.

Avrei potuto inserire qualche canzone di Mango, ma sappiamo tutti che l’argomento è estinto, e poi nemmeno io sono così alla frutta.
  1. Viva la Pappa col Pomodoro – Rita Pavone
    In realtà no, sto scherzando. Lasciamo in pace Gian Burrasca.
  1. Tangerine– Led Zeppelin
    Che dire dei Led Zeppelin, se non che sono i Led Zeppelin? È un reato capitale spegnere la radio mentre viene trasmessa una canzone del Led Zeppelin. È una specie di crimine contro l’umanità rifiutarsi di asserire quanto Jimmy Page sia geniale. Tangerine: direttamente da Led Zeppelin III memorie di un giorno d’estate dorato, l’odore della buccia di mandarino sulla pelle e il colore del cielo che si avvicina.
  1. Red red wine– Bob Marley
    Una versione molto meno reggae e molto più famosa è stata fatta dai UB40, una decisamente triste (anzi, azzarderei “deprimente”) da Neil Diamond nel 1968. Ma le bollicine del vino rosso salgono più facilmente se si ondeggia spensierati sulle frequenze felici della voce più amata della Jamaica.
  1. Scenes from an Italian Restaurant– Billy Joel

    A bottle of white, a bottle of red
    Perhaps a bottle of rose instead
    We’ll get a table near the street
    In our old familiar place
    You and I, face to face

    Tanto per stare in tema “cibo”, alle canzoni di Billy Joel è possibile applicare l’immortale e celebre sentenza di Mel Brooks sul sesso. (Nda: il sesso è come la pizza, anche quando è cattivo non è poi così male). L’atmosfera familiare e rosata di un ristorante “italiano” (come se negli Stati Uniti sapessero davvero cos’è) avvolge le parole di due commensali dolcemente vicini. A noi italiani non piace mangiare soli e, a sentire Billy Joel, non ci piace nemmeno risparmiare sul vino.
Pieter Claesz, Natura morta con strumenti musicali
  1. La terra dei cachi– Elio e le storie tese
    I cachi sono quel frutto autunnale dolciastro e appiccicoso che le nonne, o quantomeno la mia, si ostinano a immortalare in disgustose marmellate, improbabili crostate e conserve destinate a durare più a lungo di Beautiful. In effetti io odio i cachi, ma questa canzone è l’ennesima divertentissima meraviglia di Elio e le Storie Tese, i soliti virtuosi del suono e dell’umorismo demenziale, che tracciano un ritratto della nostra penisola più reale e preciso di una fotografia. Una risata ci seppellirà, ma prima ci lascerà qualcosa su cui riflettere.
  1. Le RaneBaustelle
    Vi sembra forzato? Pensate ai francesi. O anche alle nostre campagne, soprattutto durante le grandi guerre, quando avere ancora una gallina era un po’ come possedere un giacimento petrolifero. Questa canzone, a mio avviso uno dei capolavori lirici e musicali del talentuoso trio di Montepulciano, è la Madeleine di noi altri, è una fotografia, amara e ingiallita, di un’amicizia che ha segnato un’età della vita, un flashback a momenti felici, incantati, Fiabeschi, come direbbe Paz.
    io nel frattempo me ne sono andato
    se vuoi ti ho tradito
    che effetto mi fa
    la piscina di un agriturismo
    ha coperto le rane
    l’ultima volta che ti ho salutato
    poi sono scappato nel cesso del bar
    ed ho pianto sul tempo che fugge
    e su ciò che rimane

    Due bambini corrono e schiamazzano nei pressi di uno stagno, liberi e faceti nella loro infanzia campagnola, imitando personaggi di romanzi d’avventura che ora, volendo essere gentili, potremmo definire vintage. Il tempo passa per tutti e crescere è meno triste dell’alternativa, anche se la tentazione di guardare indietro, anche solo per rivedere tristi cucine piastrellate e ranocchie dall’aria poco appetitosa, è forte.
Sofia Torre
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