In fuga dagli abusi, in cerca di diritti: le donne richiedenti asilo in Italia


Le donne che viaggiano lungo la pericolosa rotta del Mediterraneo non sono molte. Il loro numero è in aumento, ma non regge il confronto coi tassi di crescita degli arrivi di maschi. Si stima che nel 2014 circa 5.000 donne abbiano fatto domanda di protezione internazionale in Italia, a fronte di oltre 65.000 domande totali.

Tra queste donne ci sono madri di famiglia, spose, figlie. Viaggiano con i loro cari, con i loro bambini spesso appena neonati. Alcuni dei bambini nascono lungo la strada, in Libia, per la costernazione dello stato italiano che non sa proprio come recuperare i loro certificati di nascita in un paese allo sbando. Altri bambini vengono al mondo già in Italia, e almeno allora la maternità non si può contestare.

Ma ci sono anche delle donne, una minoranza in una minoranza, che viaggiano sole, senza familiari. Alcune di loro vivevano in Libia da anni, e sono state scacciate dall’avanzare folle della guerra. Altre si sono messe in viaggio pochi mesi prima dal Camerun, dalla Costa d’Avorio, dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Nigeria.

Queste donne sole pongono dei problemi a un sistema che arranca come quello dell’accoglienza italiana. Sono poche, passano quasi inosservate. Si fa fatica a rispondere ai loro bisogni. Spesso non ottengono le cure necessarie: mancano gli assistenti sociali, il supporto psicologico, a volte perfino l’assistenza medica specialistica. Sono un gruppo classificato come vulnerabile, in quanto donne sole, ma non di rado vengono trattate alla stregua di tutti gli altri.

Ma se sono considerate vulnerabili, un motivo c’è. Moltissime hanno subito terribili abusi, chi nel paese d’origine, chi lungo la strada verso l’Europa. Non è semplice realizzarlo quando le si vede sorridenti e chiassose, mentre giocano con i loro bambini, o mentre si fanno belle di fronte allo specchio. Ma sia quelle allegre, sia quelle elusive e malinconiche hanno terribili storie da raccontare.

Quando gli si chiede di parlare di sé raccontano della povertà, della mancanza d’istruzione, di famiglie che combinano matrimoni ai quali non ci si può opporre, di mariti violenti, separazioni impossibili e figli che gli vengono strappati. Altre raccontano di essere fuggite a tutto questo, solo per finire in un bordello in uno dei paesi lungo la strada, senza soldi, senza documenti, senza saper come tornare indietro, né come andare avanti. E anche quelle più fortunate, che si sono messe in viaggio verso l’Europa soltanto perché erano in cerca di una vita migliore, hanno dovuto affrontare il calvario delle carovane attraverso il deserto, dove la vita umana sembra non valere più di quanto si è disposti a pagare ai trafficanti. I mesi in Libia sono densi di racconti di rapimenti, stupri, umiliazioni di ogni tipo. “L’uomo Libico con la pistola” diventa allora il boogieman moderno, che non sta più nascosto sotto il letto o dentro l’armadio, ma ti può aspettare fuori dal lavoro, o sfondarti la porta di casa mentre dormi.

Di fronte a queste miserie, c’è una speranza. La pratica delle Commissioni che esaminano le richieste di asilo delle donne è progredita nel tempo. La vecchia Convenzione di Ginevra sui Rifugiati, firmata appena dopo la seconda guerra mondiale, enumera i motivi di persecuzione per cui una persona ha diritto allo status di rifugiato. Di fianco ai motivi politici, religiosi, di razza e di appartenenza a un gruppo etnico, c’è anche l’appartenenza a un gruppo sociale. Questa clausola sibillina, nel tempo, è stata interpretata in modo sempre più estensivo, per garantire protezione contro persecuzioni che negli anni 50 non erano ancora previste. Il gruppo sociale perseguitato può essere quello degli albini, o delle persone omosessuali. O anche quello delle donne. Il gruppo delle donne è estremamente ampio, più o meno metà della popolazione mondiale, ma è pur sempre un gruppo sociale. Una donna ha caratteristiche fisiche, sociali e culturali, che non può cambiare. Per queste caratteristiche può essere perseguitata. Matrimoni forzati, mutilazioni genitali, prostituzione rituale e altre pratiche che violano i diritti fondamentali delle donne diventano quindi ragioni legittime per chiedere e ottenere lo status di rifugiato. Questo è tanto più vero in quanto molti paesi d’origine non proteggono le loro cittadine da questi abusi, o perché non hanno leggi in merito, o perché le leggi non sono implementate nella pratica.

Per questo le donne che arrivano in Italia hanno una speranza. Proprio per via delle terribili esperienze che hanno vissuto, molte di loro hanno diritto alla protezione, e spesso la ottengono.Imparano l’italiano, imparano un mestiere, spesso è anche più facile per loro inserirsi nella società rispetto agli uomini. Certo, non va sempre tutto bene. Qualcuna tra quelle che meritavano una protezione, non la riceve. Altre non riescono a lasciarsi alle spalle i traumi subiti. C’è poi il rischio spaventoso della prostituzione e della tratta degli esseri umani, di cui capita che finiscano vittime. Ma per lo meno resta la speranza, per loro e per gli operatori che lavorano con loro, che il viaggio abbia avuto un significato. Che la speranza che le ha portate fino in Italia, sia stata ben risposta. Che il nostro sistema, con tutti i suoi difetti, possa alla fine garantir loro la sicurezza e i diritti che sono venute a cercare.

Angela Tognolini
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