Other Lives

Settembre, il mese delle foglie dorate, delle maniche di nuovo lunghe e degli accidenti mandati agli sbalzi di temperatura. Un mese perfetto per fare progetti, da inaugurare con l’ascolto di qualcosa di completamente diverso. Insomma, ultimamente ho cercato di allargare almeno un po’ i miei orizzonti musicali e di dare qualche possibilità ad artisti che non avevo mai preso in considerazione prima. Mi sono incollata gli auricolari alle orecchie alla ricerca di qualcosa che riuscisse a smuovermi almeno un pochino dalla mia apatia musicale, e, finalmente, ecco gli Other Lives, sorprendente band indie rock statunitense (per la precisione di Stillwater, in Oklahoma), fino al 2009 nota come Kunek. Il disco in questione porta come titolo il nuovo nome della band, che ha deciso di ristrutturarlo a favore di qualcosa di più evocativo.
 

Jesse Tabish (frontman) è pettinato come una brutta soubrette degli anni Ottanta, ma è in grado di delineare veri e propri universi lirici, ridefinendo i confini dell’indie/alternative rock come solo pochi altri erano riusciti a fare.
Nessuna canzone sembra mai uguale a sé stessa, a ogni ascolto sembra di cogliere sfumature nuove, in un flusso di coscienza musicale che richiama i Beatles, parla dei Radiohead e sussurra parole di poesie di ogni dove.
È una narrazione fatta di rimandi e colpi di scena, con punte apparentemente invalicabili di violenza e desolazione e momenti di estrema dolcezza, come nell’esemplare Tamer Animals, dove si passa dal sogno all’incubo senza soluzione di continuità.
 
Solitary motion, in the wake of an avalanche
Deer in the headlights, there goes a weaker one
He’s listenin’ in the fast gaze, I don’t care now to see the way
Do you hear the silence? I was far too late

Eccoci a cavallo dell’etereo, fra il sonno e la veglia, strettamente incollati alla trama che Tabish, tessitore di favole in melodia, ha saputo creare. Other lives non vive di sonorità fascinose: ogni accordo trascina in sofferenze senza tempo, in un vortice di nostalgia, di una struggente, dolcissima, nostalgia, e Tamer Animals è un preciso esempio del picco di emozione, a sprizzi intellettuale, che si può raggiungere.
“We’re just tamed animals”, siamo solo bestie un pelo più addomesticate di altre. Che cos’è, in fondo, l’essere umano, se non un animale con la consapevolezza che la sua vita ha un termine? “But we’re all just an end to a simple thing, and it’s all you see, and it’s all you see”, un invito all’abbandono, al fare pace con l’idea della fine.
Toni più folk, ma altrettanto malinconici per la splendida (finora la mia preferita) Dust Bowl III, quasi una ballata autunnale, un morbido e ritmico battito di ciglia che ti muove qualcosa di profondo, dentro lo stomaco e dentro lo spirito.
 
Just like the wind blows into the great unknown,
We are on our way, we’re on our way.
Moving west may bring us better days,
We are on our way, we’re on our way.
 
Quasi un paragrafo di James Joyce, capace di evocare il vento dritto in faccia e i mille dubbi di un momento, questa canzone si addentra nell’intricato problema della ricerca dell’identità, di quanto sia maledettamente difficile, spesso fin troppo doloroso, scavarci il nostro posto nel mondo senza rimanere intrappolati nei binari di altri, passati prima di noi o accanto a noi. Il tema della fine e il sospiro della morte sono presenti anche in questo pezzo, che lascia un’incolmabile pozza di amarezza, verso cui però non si può far altro che sospirare di piacere.

La favolosa Dark Horse tradisce l’ossessione di Jesse Tabish, che è il principale compositore del gruppo, per la musica di Philip Glass, condita da manciate di Radiohead e forse qualcosa dei primi Coldplay. 
Tutto scompare, in Other Lives. Si sfalda, per poi riapparire in nuova forma, come foglie alzate e ricomposte da un turbine di vento. Dinamismo di stampo progressive che si bagna in atmosfere di raffinato e anche coraggioso tradizionalismo sonoro, vale a dire chitarra acustica, pianoforte, basso, violoncello e batteria. Si possono vantare perfino aspirazioni, se non di composizione classica perlomeno di ariosità da epopea cinematografica, come un aroma di liquore invecchiato.
Insomma, la band dell’Oklahoma porta una ventata di novità e di schegge di amarissima bellezza, col suo repertorio poetico, indimenticabile e intrinsecamente più cupo del precedente Flight of the Flynns (2006). Confermano ancora, se ce ne fosse bisogno, la necessità di una certa scena musicale indipendente di rivendicare una certa libertà d’espressione e di lottare per non lasciarsi soffocare dal bombardamento inesausto dei prodotti melodici e artificiosi che vengono troppo spesso spacciati come musica.
 
Sofia Torre
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