La discesa in campo della Russia in Siria: obiettivi e dubbi

Durante il suo intervento al Forum economico internazionale tenutosi a San Pietroburgo il 19 giugno, Vladimir Putin aveva espresso ancora una volta la sua preoccupazione riguardo alla situazione drammatica e caotica ormai del Medio Oriente, mettendo in risalto la disintegrazione dello stato siriano, rimasto ad un cumulo di macerie (infrastrutturali, umane e culturali), seguendo gli stessi sciagurati destini di Iraq e Libia. Nella discussione insieme al moderatore dell’incontro , Putin aveva parlato dell’incondizionato supporto moscovita a Bashar Al-Assad come l’unica via percorribile per evitare l’avanzata totale dello Stato Islamico anche nelle poche aree rimaste in possesso delle truppe lealiste. Il regime siriano veniva quindi presentato ancora una volta come il male minore da salvare a tutti i costi per evitare la nascita, o meglio, l’apoteosi finale, di un male ancora più terribile, dalle conseguenze incalcolabili per gli equilibri regionali e globali.
Bashar al Assad e Vladimir Putin
Durante i quattro anni della guerra civile, il sostegno della Russia al governo di Damasco ha rappresentato uno dei pilastri della partita politica e militare giocata in Medio Oriente, rappresentando una chiara sfida alle azioni americane, con la Casa Bianca che finanziava e addestrava i militanti, in teoria appartenenti alla fazione moderata, che doveva rovesciare il regime alawita, cavalcando la lunga onda delle “Primavere arabe”. Putin, deciso a non perdere un alleato prezioso come Assad e vedendo l’avanzata crescente dell’estremismo islamico come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, ha sempre difeso a spada tratta il presidente siriano, scontrandosi con il desiderio occidentale di destituirlo e aprire una fase di transizione politica. Supporto che si è tradotto attraverso l’invio a Damasco di armi, soldi, consiglieri militari e personale per l’addestramento dell’esercito regolare.
 
Negli ultimi giorni ci sono stati numerosi rumors riguardo ad un imminente intervento diretto di contingenti militari della Federazione al fianco di un esercito regolare ormai stremato e messo alle corde dall’avanzata dell’IS. Il sospetto è nato dalla pubblicazione sui Social Network come Facebook o la sua versione russa, VKontakte, di alcuni soldati russi della 810ma Brigata, i quali o sono intenti ad attraversare il Bosforo diretti a Tartus, nell’ovest della Siria, dove la Russia mantiene un importante base navale, o sono già presenti nel teatro delle operazioni. Non solo: il 24 agosto è stato pubblicato un video da un canale youtube appartenente alle “Forze di Difesa Nazionale” siriane, e diffuso da “Oryx Blog” nella quale vennero filmate azioni di combattimento nei pressi della città di Letakia. Qui erano impegnati mezzi corazzati russi, ed è possibile ascoltare ordini probabilmente emanati in lingua russa. Se tutto ciò fosse vero, si tratterebbe quindi di un coinvolgimento diretto da parte del Cremlino nelle operazioni belliche.
 
Un mezzo russo impegnato in Siria come appare nel video delle “Forze di Difesa Nazionale” | Fonte: sputniknews
Quanto è credibile quindi un progressivo aumento di militari russi, con l’obbiettivo di mantenere il presidente Assad in cima a un castello che sta completamente franando? Dopo aver conquistato Palmira e la città di Al-Qaratayn, a maggioranza cristiana, le forze dello Stato Islamico, come riporta Gwynne Dyer su Internazionale, ora stanno minacciando l’autostrada M5, una rotta di importanza vitale, perché prendendone possesso, le milizie del Califfato avrebbero la strada completamente spianata per Damasco. Il territorio controllato dai lealisti quindi si è notevolmente assottigliato, e le strutture governative e militari appaiono sempre più deboli e provate. Nonostante la delegittimazione agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, dovuta anche alle atrocità che più volte il Governo ha commesso nei confronti della popolazione civile, Putin continua ad insistere che l’unica alternativa ad Assad sia la totale resa di ciò che resta della Siria all’IS, continuando quindi a sostenere il presidente, progettando quindi un impegno sempre più imponente in territorio siriano con l’obbiettivo di creare una nuova Coalizione contro l’estremismo islamico. Quella internazionale guidata da Barack Obama non ha ottenuto risultati concreti, perché i soli raid aerei non sono bastati senza l’elaborazione di una seria operazione militare terrestre, idea che non è mai piaciuta più di tanto agli USA, desiderosi di non voler più mandare soldati nell’area dopo i disastri dell’epoca Bush.
 
Le incognite che aleggiano su questa mossa sono parecchie: inevitabilmente Russia e USA saranno destinate, ancora una volta, a scontrarsi indirettamente sul campo di battaglia. Sostenendo Assad, le truppe russe saranno impegnate non solo in combattimenti contro il Califfato, ma anche contro le, esigue, truppe ribelli del fronte moderato appoggiate dall’amministrazione statunitense. L’idea di una nuova coalizione con partner delle operazioni belliche anche l’Iran non ha assolutamente convinto molti partner regionali degli Stati Uniti, in primis ovviamente l’Arabia Saudita; tuttavia, le operazioni per il trasporto di uomini e materiale militare sembrano essere già cominciate, con i russi che, grazie proprio al sostegno iraniano, avrebbero organizzato un ponte aereo sempre a  Latakia. Il fronte meridionale della zona sarà quindi il punto nevralgico nell’organizzare la strategia di resistenza del regime. Una delle idee, che già circolavano durante i tentativi precedenti di risoluzione del conflitto, era quella della creazione proprio nella parte sud della Siria, di una sorta di “Stato cuscinetto” con sempre la famiglia Assad a capo di una roccaforte esclusivamente alawita, con all’interno anche le altre minoranze etnico-religiose che ancora sostengono il presidente. Questo potrebbe permettere a Putin di intavolare una trattativa con l’Occidente circa un’eventuale transizione di potere, coinvolgendo anche l’Iran sciita nei negoziati, e allo stesso tempo di preservare, e aumentare, l’influenza del Cremlino in una zona essenziale per mantenere intatta la sua presenza diretta nel Mediterraneo.
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