Tra Europa e Sudafrica: un’ondata di xenofobia verso gli immigrati

Negli ultimi giorni un fenomeno particolare ha colpito l’attenzione dei media internazionali. Un fenomeno esploso contemporaneamente tra il tropico del cancro e del capricorno. Un fenomeno politico e sociale terribile. L’ondata di xenofobia nei confronti degli immigrati ha raggiunto, infatti, un picco elevato non solo nei ricchi e benestanti paesi europei ma anche nel paese egemone dell’africa australe: il Sudafrica. La locomotiva economica della regione che per decenni ha rappresentato il polo d’attrazione per l’immigrazione proveniente dalle regioni poverissime confinanti, in particolare dallo Zimbabwe e dal Mozambico.

Photo: Guy Oliver/IRIN


Così, mentre i leader dei partiti europei di estrema destra pensavano alle più insulse soluzioni per evitare l’arrivo dei migranti sulle coste del vecchio continente, a Johannesburg morivano giovani stranieri nel corso dei focolai di violenza riaccesesi negli ultimi giorni in risposta all’esternazione di un leader Zulu (potente tribù sudafricana) che invitava gli stranieri a “fare le valige e tornarsene a casa”.
Il paradigma è lo stesso, parliamo di episodi di xenofobia che vanno di pari passo con la crisi economica di un grande paese e l’individuazione di un capro espiatorio verso il quale puntare il dito per la perdita dei posti di lavoro e del benessere. Che il capro espiatorio siano i superstiti delle traversate del Mediterraneo, coloro che riescono ad attraccare sulle coste italiane per sfuggire a guerre civili nei paesi mediorientali, o che siano i “kwerekwere” gli stranieri, che con la fine del regime di apartheid hanno sperato di trovare condizioni lavorative migliori, il risultato è sempre quello: non vedere al di la della paura atavica nei confronti dell’ “altro”.

Il Sudafrica a metà degli anni novanta rappresentava, per le regioni dell’Africa Australe, il paese che aveva superato la segregazione razziale e che avrebbe offerto condizioni di vita migliori per la popolazione africana. Ma, in risposta ai prime flussi migratori provenienti dallo Zimbabwe distrutto da una tremenda guerra civile, vennero istituite delle leggi sull’immigrazione molto restrittive, che mettevano in una situazione precaria chiunque tentasse di emigrare nelle grandi città industriali sudafricane. Il sentimento di ostilità nei confronti degli stranieri ha avuto alti e bassi ma è stato acchito dalla crisi economica che ha toccato l’economia del continente nero a partire dal 2008. 
Analogamente in Europa il grande virus della xenofobia è tornato a farsi sentire, con le sue semplificazioni populiste, il suo sapore razzista e violento. In risposta a questi eventi le testate giornalistiche europee e quelle africane sono tornate a mettere in evidenza i dati reali sul costo dell’immigrazione: percentuali limpide e di facile lettura sia che si parli dell’economia dell’UE che di quella del paese del compianto Nelson Mandela. La migrazione internazionale gioca un ruolo positivo sull’economia del paese ricevente, creando lavoro e aumentando gli investimenti. 
Oggi più che mai il tema dell’immigrazione è una questione dirimente che trova spazio nei dibattiti politici a livello comunitario, nazionale, locale ma anche nella società civile, tra le persone che interpretano gli eventi atroci di disperazione dei barconi della morte secondo la loro personale sensibilità. Della sensibilità di ognuno di noi e dei nostri punti di vista si fanno, come da tradizione, portavoce i partiti politici o i movimenti che portano le istanze della popolazione nei palazzi, dove vengono prese le decisioni che dovrebbero trovare delle soluzioni negoziate alle problematiche in atto. 

Le soluzioni più semplici, come quelle di puntare il dito verso l’”altro”, il diverso, che ruba il lavoro in un periodo nel quale l’impiego scarseggia, sono un espediente antico ma ancora molto di moda. Un artificio propagandistico che però può rivelarsi letale nel momento in cui provoca tumulti come in Sud Africa. Ad ogni esternazione xenofoba e semplicistica bisognerebbe rispondere con un dialogo concreto e moderato che porti alla luce la realtà dei fatti perché, citando il regista Nanni Moretti, “le parole sono importanti”. In politica lo sono ancor di più perché legittimano il comportamento di chi si sente rappresentato da chi, queste parole, le pronuncia pubblicamente.

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