Pietro Mennea finale 200 metri Mosca 1980

Da Barletta a Città del Messico: quando il fulmine era Mennea

«Quello della Silicon Valley, quello che ha detto che bisogna essere affamati e folli, mi fa ridere. Noi non avevamo niente e volevamo tutto».

Pietro Mennea

Quando a Muhammad Ali presentarono l’uomo più veloce del mondo, non ci voleva credere: era bianco. «Sì – rise quello – ma sono nero dentro. Sapessi che rabbia».

Sestriere, Piemonte. A 2050 metri di altitudine c’è una pista di atletica. Fu costruita a fine anni Ottanta, per sbriciolare i record mondiali. Tra gli obiettivi c’era quello dei 200 metri, un 19’’72 ottenuto alle Universiadi del 1979 da un velocista con il fisico da mezzofondista. Uno sprinter italiano, di Barletta, che si chiamava Pietro Mennea. Il suo record era il più ambito perché sembrava quello più fragile. «Hanno invitato Michael Johnson e messo in palio una Ferrari, poi mi hanno chiamato per il passaggio di consegne. Ho chiesto: se Johnson non mi batte, la Ferrari la date a me? Dopo due minuti di silenzio hanno risposto no. Allora non sono andato». Nel 1996 Johnson ce l’ha fatta, ma non al Sestriere. Al Sestriere nessuno ha battuto Mennea.

Il viaggio di quel record inizia al circolo anziani di Barletta, in Puglia. Qui, il 3 settembre 1960, un sarto paga 50 lire per vedere la televisione. Insieme a lui c’è il figlio Pietro, che ha otto anni e quattro fratelli: «Una famiglia umile, di lavoratori, dove l’istruzione non superava la terza media perché le condizioni storiche, economiche e sociali non permettevano altrimenti». Quel giorno c’è la diretta da Roma della finale olimpica dei 200 metri. Vince Livio Berruti, eguagliando il record mondiale di 20’’5.

Termoli, 17 ottobre 1968. Pietro è al Trofeo Leve dello Sport: ha iniziato a correre dopo un primo approccio col mondo della marcia. Si è fatto un nome sfidando le macchine: chi ne compra una nuova viene a bussargli alla finestra in piena notte. Lui esce cercando di non svegliare i fratelli e si presenta sul viale principale della città. La gara si svolge sui cinquanta metri, lui ne ha dieci di vantaggio oppure l’automobile parte col motore spento. Se vince gli danno 500 o 1000 lire. Gli spettatori scommettono. Quando un arrivo al fotofinish scatena una rissa e Pietro torna a casa accompagnato dai carabinieri, la carriera di collaudatore d’auto finisce.

Quel giorno di ottobre, poco prima di scendere in pista, Pietro è di nuovo davanti alla televisione, per la finale olimpica dei 200. Vince Tommie Smith, battendo Peter Norman e John Carlos. È storia nota: la premiazione, la protesta sul podio, i due pugni chiusi e guantati di nero a cui si unisce la spilla di Norman (che paga la sua solidarietà con la fine della carriera, ma a differenza degli altri due viene dimenticato). Meno noto è il record del mondo di Tommie Smith, 19’’83 che faranno sudare e sognare generazioni di atleti. Pietro non lo sa, ma un giorno sarà in quello stadio. Non sa nemmeno che ci vorranno vent’anni, prima che ci sia un’altra finale olimpica dei 200 metri senza di lui. Sa solo che Tommie Smith è diventato il suo nuovo idolo.

Monaco, 4 settembre 1972. Pietro Mennea è in finale nel mezzo giro. Non è tra i favoriti: i riflettori sono puntati sul sovietico Valeri Borzov, che ha regolato gli americani sui 100. L’italiano fa la sua gara, sornione. Arriva terzo, alle spalle di Borzov e dell’americano Larry Black. La sera esce a festeggiare la prima medaglia olimpica, ma non è del tutto soddisfatto. «Quel terzo posto l’ho considerato una sconfitta, ed ogni sconfitta è una delusione». Dopo i festeggiamenti torna alla palazzina Italia. Il giorno dopo si sveglia, apre la finestra e vede dei cecchini sul tetto della palazzina di fianco, quella di Israele. È iniziato il massacro di Monaco.


Mennea si allena a Formia, un centro sportivo che in quegli anni attira talenti come l’ottocentista Marcello Fiasconaro e la saltatrice Sara Simeoni. Lui ci è arrivato nel 1968, perché a Barletta non c’è una pista di atletica. L’allenatore che lo segue è ossessionato quanto lui dalla velocità: si chiama Carlo Vittori, progetta allenamenti massacranti e ha trovato qualcuno disposto a svolgerli. Pochi mesi prima l’aveva bocciato: «Questo deve prima magnà qualche bistecca, poi se ne riparla». Bistecche o no, se ne riparla. Vittori lo tiene in pista sei ore al giorno, 350 giorni all’anno. Capodanno 1969, il primo fuori casa, Mennea lo passa davanti alla televisione perché la mattina alle otto ha allenamento. Vittori fa costruire per lui una galleria lunga 120 metri di fianco al rettilineo, per quando piove troppo.

 
“Morfologicamente era uno scorfano che nella vertigine della corsa assurgeva – senza enfasi – ad autentico dio degli stadi” (Gianni Brera)

Nel 1974, agli Europei di Roma, Mennea è secondo nei 100, primo nei 200 e secondo nella 4×100. Inizia la corsa verso le Olimpiadi di Montreal. Ma Vittori litiga con il presidente della Fidal, Primo Nebiolo, e con la dirigenza. Si dimette, torna ad Ascoli Piceno e Mennea resta senza allenatore. Il distacco dura poco, perché lui e Fiasconaro si impuntano e riescono a farlo tornare sui suoi passi. Ma il clima non è sereno. A Montreal Mennea arriva quarto. Una battuta d’arresto, prima della consacrazione in tre atti.

Due anni dopo, agli Europei di Praga, l’italiano scende in pista dieci volte in sei giorni. Oro nei 100, con Borzov malinconico ottavo e al passo d’addio. Oro nei 200, poi quinto nella staffetta 4×100. Non è finita, ci sarebbe ancora la 4×400. Vittori non ha il coraggio di chiedergli di scendere ancora in pista e manda Sandro Giannelli, dirigente Fidal: «Prendo il coraggio a due mani e vado nella call room, lo vedo senza scarpette che sta riprendendo fiato dopo la staffetta veloce. Gli chiedo una prova di orgoglio, mi guarda con odio e mi dice che Mennea non è l’acquasantiera dell’atletica italiana. Vado via convinto di aver fallito la mia missione, mi giro un’ultima volta e lo vedo che sta rimettendo le scarpe chiodate». L’Italia arriva settima. Lui corre la sua frazione in 44’’4, tempo che potrebbe bastare a vincere una finale di specialità. A fine stagione, viene squalificato per tre mesi dalla Fidal. Doping? No: ha rifiutato di partecipare a una tournée in Cina e Giappone. Sono anni in cui ogni tanto sorge qualche contrasto sul confine «tra l’appartenenza ad una Nazionale e l’appartenenza a sé stessi», sintetizzerà lui anni dopo. Per la Fidal prevale l’appartenenza alla Nazionale, soprattutto quando c’è da tirare la volata al presidente Nebiolo nella corsa per la Iaaf, la federazione mondiale. Mennea, invece, vuole confrontarsi con il suo idolo Tommie Smith.

Non può gareggiare direttamente contro di lui, ma può provare a migliorare il suo record sulla stessa pista: nel 1979, a Città del Messico, sono previsti i Mondiali universitari. Per partecipare e sfruttare l’aria rarefatta dei 2250 metri di altitudine decide di saltare la ben più prestigiosa Coppa del Mondo, litigando di nuovo con la federazione. Ma gli basta correre una gara in 19’’8 e i rapporti cambiano. Nebiolo ottiene che all’Estadio Universitario venga utilizzato il cronometraggio elettrico, per poter omologare i tempi ottenuti. In batteria Mennea fa 19’’96, record europeo. Il giorno dopo peggiora, 20’’04. Il 12 settembre 1979 ha l’ultima possibilità, in finale. Piove tutto il giorno, fino a due ore prima della gara. Tornerà a piovere dopo la gara. Quando è il suo turno, il vento soffia a favore ed è regolare. Saluta Vittori: «Questa è la volta buona» gli dice. Compie una delle poche partenze buone della sua carriera (sono il suo punto debole), esce primo dalla curva, accelera. Chiude in 19’’72, quattro cifre uguali all’anno in cui ha conquistato la sua prima medaglia olimpica. Il record del mondo di Tommie Smith, che ha resistito undici anni, cade per undici centesimi. «Un ragazzo del sud, senza pista, oggi è riuscito a fare il record del mondo, togliendolo all’unica persona a cui non voleva toglierlo: Tommie Smith, che ha detto che questo sport è umile. Io sono partito con umiltà e mi è venuto fuori questo tempo». Tolte le chiodate, cerca un telefono. In poco più di un’ora chiama tutta Barletta, urlando in dialetto che ha fatto il record del mondo.

Il record del mondo commentato da Gianni Minà

 

Arriva il 1980. A Mosca ci sono le Olimpiadi del boicottaggio Nato, che risparmiano agli Usa un’umiliazione sulla velocità: quell’anno gli americani sono scarsi come poche volte nella loro storia. Gli italiani delle squadre militari non ci sono. Mennea sì, perché non corre per loro. A Mosca incontra Don Quarrie, il vincitore di Montreal, e lo scozzese Allan Wells, che l’anno prima l’ha battuto in Coppa Europa. Nei 100 Wells vince l’oro. Mennea esce in semifinale: è divorato dalla tensione, convinto di non farcela. Al villaggio olimpico si presenta un ex atleta sovietico che lo conosce bene: Borzov lo sprona a dimenticare le paure che lo soffocano quando sa di essere favorito. Mennea ritrova fiducia, si qualifica per la finale. Il 28 luglio 1980 è in ottava corsia, senza punti di riferimento. In settima c’è Wells, interno Quarrie. Parte malissimo: dopo cinquanta metri lo scozzese gli è davanti. Esce dalla curva sesto e staccato. Ma Vittori l’aveva previsto: «Non ti preoccupare che quello dopo cinquanta metri ti avrà già raggiunto e a fine curva ti sarà tre metri davanti. Vuole farti paura così». A cinquanta metri dalla fine è quarto, ma li risucchia tutti. L’ultimo a cedere è lo scozzese, raggiunto a dieci metri dalla fine e battuto di due centesimi: 20’’19 contro 20’’21. È oro, poi bronzo nella 4×400.

Nel giro di tre anni, Mennea ha ottenuto tutto. Continua gli allenamenti, ma il 5 marzo 1981 si ritira: non ha ancora ventinove anni. Vittori ci resta male: «Avrebbe fatto un altro record del mondo, sicuramente». La Freccia del Sud apre una concessionaria della Fiat, ma dura poco: torna a correre dopo un anno. Nel 1983, primi Mondiali della storia, arriva terzo nei 200. Poi scende in pista nella 4×100 insieme a Stefano Tilli, Carlo Simionato e Pierfrancesco Pavoni. È l’ultimo frazionista, quando gli arriva il testimone è quarto. Il tempo di un rettilineo ed è argento. L’anno dopo, a Los Angeles, ottiene la quarta finale olimpica di seguito nei 200. Su quella linea di partenti, Mennea sembra una foto sbiadita in bianco e nero: è magro e storto, intorno ha solo palestrati fortissimi. Chiude settimo. Il vincitore, l’americano Carl Lewis, è soprannominato “il figlio del vento”. Quel giorno chiude in 19’’81. Non basta per finire davanti a Mennea.

Il barlettano, deluso, cerca di capire come fanno i suoi avversari ad andare così forte. Conosce il dottor Robert Kerr, che qualche anno dopo racconterà al mondo di aver fornito steroidi a circa venti medagliati di Los Angeles. Kerr gli prescrive la somatotropina. «Feci la prima iniezione, mi guardai allo specchio e mi resi conto che io non c’entravo niente con tutto questo, e che se avevo vinto per tanti anni senza bisogno di nulla, probabilmente se avessi dovuto continuare aiutandomi così avrei persino mortificato tutto quello che avevo fatto prima». Si ritira di nuovo. Accusa gli avversari di doparsi, afferma di sentirsi come «un Buffalo Bill in un West che non c’è più». Vittori, l’allenatore che l’ha seguito per quindici anni, è durissimo: «Sono molto deluso, mi ha dato il benservito come si fa con una servetta. Un campione non si ritira per i motivi che lui ha detto. Prima di dare del baro a qualcuno, bisogna pensarci, avere le prove. E quando si hanno le prove non ci si ritira, ma si costringe l’ avversario a ritirarsi, impedendogli l’accesso ai tavoli verdi». Due anni dopo Mennea torna ancora, ma al suo fianco non c’è più Vittori. Non è più il suo mondo: l’atletica è vittima di sé stessa, della sua ricerca ossessiva dei record. Il tributo al doping, in termini di credibilità e vite umane, è altissimo.

Pochi apprezzano l’ultimo ritorno. A chi gli chiede perché l’abbia fatto, Vittori risponde sarcastico: «La verità è che torna perché non ha trovato niente di meglio da fare. Lui non ha mai fatto nessun sacrificio, l’immagine del Mennea-martire è falsa. Ha fatto esattamente ciò che gli piaceva fare, allenarsi e faticare». Il canadese Ben Johnson, oro ai Mondiali di Roma e recordman mondiale, lo deride: «Mennea è finito». Inutile cercare Ben Johnson sulle liste: è stato squalificato per doping ventiquattro ore dopo aver vinto i 100 alle Olimpiadi di Seul 1988. Lì c’è anche Mennea, per la quinta volta. Viene nominato portabandiera tra le proteste: è vecchio, non ha speranze di medaglia e oscura molti. Si infortuna, ma decide di correre lo stesso le batterie e passa il turno. È l’ultima gara, prima di iniziare altre corse. Colleziona quattro lauree (la prima durante la carriera agonistica, negli anni Settanta), diventa avvocato, entra in politica spaziando da Di Pietro a Berlusconi. In Parlamento Europeo, dal 1999 al 2004, manda avanti la sua battaglia contro il doping, su cui scrive diversi libri. Contando le autobiografie, ne firma venti. Muore il 21 marzo 2013 a sessantuno anni per un tumore, mentre sta lavorando ad altri due: uno sulla strage di Monaco e uno sulla storia sociale dei neri nello sport.

 

Molti ritengono che lo sprint sia solo per neri grossi come armadi. Mennea pesava 68 chili ed era alto uno e ottanta. «Erano altri tempi» replicano i più. Sarà, ma negli ultimi 35 anni solo nove atleti sono scesi sotto il suo 19’’72, che è ancora record europeo. E alcuni sono stati squalificati per doping. «Sì, ma è stato fatto in altura». Vero. Ma il suo ventesimo miglior tempo, 20’’20, è meglio di quanto abbia fatto chiunque altro in Italia. E facendo quasi mezzo secondo peggio del suo personale, Mennea sarebbe stato finalista in tutte le diciotto competizioni mondiali e olimpiche dal 1991 in poi. Sette volte sarebbe andato a podio, una (Parigi 2003) avrebbe vinto. E questo è il messaggio più significativo della sua carriera: il colore della pelle non c’entra niente, vince solo chi corre più forte.

 
Riccardo Rimondi

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