Il LimesClub di Bologna fa "il punto sull’ISIS"

BOLOGNA – La sala “Marco Biagi”, nel quartiere Santo Stefano, lunedì 13 è stata la cornice nella quale si è svolta la conferenza dal titolo “Il punto sull’ISIS”, organizzata dal Limes Club della città, i quali riprendevano il titolo con il quale si apre il numero mensile dell’omonima rivista di Geopolitica. Il tema dell’incontro era incentrato non solo su cosa sia l’Organizzazione Stato Islamico, ma su come le forze del sedicente califfo Abu Bakr Al-Baghdadi siano riuscite ad occupare i vuoti lasciati in Medio Oriente sia dalle Grandi Potenze, sia dai precedenti attori statali. L’obbiettivo primario che si prefiggevano mediatore ed ospiti era quello di attuare una sorta di decostruzione della nostra visione degli avvenimenti che si stanno evolvendo dal Nord Africa all’ex Mesopotamia, uscendo dal concetto di guerra di religione, sia come una crociata globale che vede contrapposti i musulmani ai cristiani, sia come resa dei conti definitiva interna all’Islam tra sciismo e sunnismo. Quest’ultima non è vista come la causa della violenza nel mondo musulmano, ma come una conseguenza dovuta all’instabilità regionale creata dalle ex potenze coloniali e sfruttata ora da attori intenti ad imporre la loro volontà di dominio sulla regione, come Arabia Saudita e Iran. Ospiti dell’incontro sono stati Gianandrea Gaiani, corrispondente di guerra delle Operazioni Militari condotte dall’Italia tra Kosovo, Afghanistan e Iraq, e direttore del mensile tematico “AnalisiDifesa.it”, e Yassine Lafram, coordinatore della Comunità Islamica di Bologna.

Photo credits: LimesClub Bologna
L’incontro si è aperto con l’introduzione operata da Federico Petroni, mediatore della serata, nella quale veniva criticata l’equazione Stato Islamico=terrorismo di matrice religiosa. Diversi fattori mettono in dubbio questa credenza: in primis, i traffici criminali che il Califfato usa per procurarsi i finanziamenti (dalla droga agli esseri umani), per passare poi ad un sistema efficace di propaganda, aiutata anche, e colpevolmente secondo Petroni, dai media occidentali, che continuano a dare risalto e spazio all’IS, e generano anche una pulsione irrazionale all’interventismo anti IS, anche in mancanza di una strategia ben chiara. L’informazione è uno strumento essenziale per il Califfato nel costruire il suo dominio: il primo obiettivo in tutti i nuovi territori appena conquistati è il controllo dei centri di informazione (citando in questo caso la stazione radio conquistata a Sirte, in Libia, dalle truppe di Al-Baghdadi) da porre sotto le dipendenze del Ministero della Propaganda. Non soltanto, alla base del successo dell’IS vi è l’azione militare che fonde strategie da guerra convenzionale (con l’uso di tank e artiglieria) e metodi di guerriglia e terrorismo, ma anche il rappresentarsi come restauratori di un ordine scomparso con lo sgretolarsi dei vecchi regimi, attraverso la fornitura di servizi primari quali scuole, ospedali e sistemi fognari, sia attraverso l’uso del terrore strategico per mantenere il controllo su popolazione e territori. Petroni osserva, giustamente, che alcuni dei metodi con il quale si finanzia riguardano direttamente l’Occidente e le sue debolezze: dal traffico di armi, molte delle quali furono prodotte da Compagnie occidentali (e italiane), al traffico di droga, non proprio al centro del precetto coranico, ma che trova un mercato florido proprio nel nostro Continente.

La parola poi è passata a Gaiani, il quale non ha lesinato critiche ai raid aerei compiuti dalla Coalizione Internazionale a guida USA, giudicandola una “guerra da barzelletta”. La questione sollevata è: se l’Iraq di Saddam Hussein fu conquistato in sei settimane, come mai non si può fare lo stesso ora, dove in nove mesi sono stati effettuati meno raid aerei che durante i settanta giorni dei bombardamenti effettuati sulla Serbia nel 1999? Evidentemente manca la volontà politica di programmare un’azione ben definita, e questo rafforza così l’aura di invincibilità dello Stato Islamico, sebbene esso disponga effettivamente di 30.000 uomini in Siria e in Iraq, non esattamente l’Armata Rossa. Il non-intervento ha alla radice anche le responsabilità che la CIA e alcuni Stati, come l’Arabia Saudita, hanno avuto nella creazione dello Stato Islamico, sviluppatosi nella guerra per rovesciare Bashar Al-Assad in Siria, l’unico paese dove gli aerei militari dei paesi arabi della Coalizione vanno ad effettuare le loro operazioni, magari, secondo Gaiani, con l’intenzione di sbagliare apposta bersaglio e sganciare bombe sull’esercito governativo di Damasco. Anche perché nessuno si era interessato al problema quando le milizie del Califfato facevano la guerra solo ad Assad, nemico giurato delle monarchie del Golfo Persico. Lo scontro totale in atto tra sciiti e sunniti non è altro che un pretesto mosso sia dal regime di Riyadh che da quello di Teheran per accelerare la resa dei conti di due Stati che aspirano al dominio su un’area priva di un attore dominante. Il discorso poi si è spostato su un tema che tocca da vicino anche la Libia, ovvero il caos dovuto all’esistenza di due governi in lotta tra di loro, e l’avanzata dello Stato Islamico favorita dalla totale disgregazione dello “Stato” post-Gheddafi. Gaiani ha analizzato la situazione delle numerose milizie armate presenti, talmente deboli e mal equipaggiate che è bastata un’azione ben organizzata dei jihadisti del Califfato per metterle in fuga da Sirte. 
Anche qua l’occhio è puntato sulla non volontà politica internazionale di organizzare un intervento in Libia. L’idea di una missione di peacekeeping sotto la bandiera delle Nazioni Unite è minata dallo scarso, se non nullo, interesse che ormai la Libia rappresenta per gli interessi delle Grandi Potenze, USA in primis. Per contro, paesi come l’Egitto, i cui interessi nazionali sono strettamente collegati alla situazione libica, hanno attuato una strategia più aggressiva, basata su attacchi mirati contro le postazioni dell’IS, sia con bombardamenti aerei, sia con l’invio sul campo delle Forze di Sicurezza. E l’Italia? Anche noi dovremmo essere direttamente coinvolti, e preoccupati, da una tale destabilizzazione dell’area. Tuttavia, pur avendo buoni mezzi militari, vengono messe a nudo le difficoltà delle nostre forze armate, non essendo addestrate ad affrontare combattimenti a lungo termine, come purtroppo si sta confermando il paese nord-africano.
Photo credits: Sabrina Mansutti


La seconda e ultima parte dell’incontro ha visto prendere la parola Lafram, il quale mette al centro del dibattito la forzatura con la quale l’Islam è stato messo al centro delle azioni del Califfato. Azioni moralmente indegne e disgustose che, afferma Lafram, vanno proprio contro qualsiasi principio cardine di ogni musulmano vivente. Decine di migliaia di fanatici si sono appropriati della religione di 1 miliardo e mezzo di persone nel mondo, non solo interpretando in maniera forzata le scritture all’interno dei testi religiosi, ma mettendo in pericolo, e discreditando gli stessi cittadini di religione musulmana, e dove anche gli Imam non considerati abbastanza puri vengono delegittimati attraverso i siti internet. Oltre alla difesa dei cittadini di religione islamica, prime vittime del Califfato, Lafram ha usato parole critiche nei confronti di un messaggio che i media fanno passare: è diventata una prassi che dopo ogni attentato di matrice religiosa, le Comunità Islamiche si devono immediatamente dissociare, quasi fossero corresponsabili delle azioni dell’IS. Critiche dirette anche alla situazione della legge di cittadinanza italiana, con ragazzi di fede islamica cresciuti in Italia ma percepiti come stranieri, non avendo a disposizione strumenti forniti dalla legislazione statale per ottenere lo status di cittadini italiani. La mancanza di un reale modello di integrazione, con la ghettizzazione delle Comunità musulmane, e la poca disponibilità, se non nulla, ad avere edifici e spazi dove pregare. Ad oggi, in Italia esistono solo quattro moschee ufficiali, mentre per la maggior parte dei luoghi di culto, bisogna far leva sull’improvvisazione, adibendo alla meglio scantinati e capannoni. Chiaro poi come una scarsa efficacia delle politiche di integrazione sia vista come manna dal cielo per i fanatici che, attraverso i social network, propongono a masse di giovani disillusi possibilità di riscatto attraverso il jihad e una vita nuova e redenta nel risorto Califfato.

Il punto centrale del dibattito che ha trovato convergenza di opinioni è stato il modello vincente del marchio IS, a discapito di una strategia insufficiente attuata dagli organi di comunicazione nostrani e dalla non volontà di agire in maniera seria. A cui va aggiunta la totale complicità delle Grandi Potenze, globali o regionali che siano, nell’aver permesso, o sostenuto addirittura, la creazione di quello che ora, volente o nolente, è un vero e proprio Stato, con tanto di ministeri e funzionari, che si snoda tra quello che resta di Siria e Iraq, e che sta coltivando terreno fertile nella catastrofe. Il focus andrebbe puntato sulla grossolana serie di errori che sono stati commessi nella liquidazione di personaggi come Gheddafi, prima eroe ed importante alleato nella lotta al terrorismo e in business di altra natura, poi liquidato come il male assoluto, e sulla tentata eliminazione di Bashar Al Assad, anche lui prima partner strategico per la stabilità medio-orientale, poi elemento indesiderato da togliere di mezzo -abbiamo visto con quali mezzi e quali conseguenze- ora nuovamente riabilitato per tentare di riparare ad una situazione che sembra essere letteralmente sfuggita di mano. Essendo scettico sull’opinione di Gaiani circa la possibilità di sbaragliare in poco tempo le forze dell’IS con un serio intervento di campo, sono però costretto a rassegnarmi all’idea che un intervento militare rivolto sul lungo periodo sia l’unica strada percorribile per tentare di salvare il salvabile. La situazione rischia di precipitare dentro un enorme e profondo buco nero, voluto dagli stessi occidentali e dai suoi alleati.

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