Quando l’Unità è solo una festa: piccolo manuale delle correnti del PD

Spesso ci capita di leggere di un Partito Democratico ormai prossimo alla scissione. Perché? A differenza di tutti gli altri partiti, il PD presenta caratteristiche e peculiarità uniche nel panorama politico italiano. 
veltroni partito democratico PD
Innanzitutto non ha mai avuto un leader e segretario che ha mantenuto tale posizione per un periodo di tempo più o meno lungo.  Forza Italia ha sempre avuto Berlusconi, Sinistra Ecologia e Libertà Vendola, la Lega ha avuto dalla sua nascita Bossi e, dopo una breve parentesi di Maroni, ha scelto Salvini che rispecchia in tutto e per tutto caratura, e anche “taratura”, del Senatur.  Pochi leader e riconoscibili, autoritari ed autorevoli. 
Il Partito Democratico invece no. 
Dalla sua fondazione, risalente all’ottobre del 2007, ad oggi, si sono susseguiti ben 5 segretari: Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani e Matteo Renzi, con l’aggiunta di Enrico Letta come Presidente del Consiglio.  Cinque segretari in otto anni.  Non è una critica, ma un dato di fatto che cerca di spiegare la peculiarità del primo partito italiano. 
Le questioni “primarie” sono sempre state indice di democraticità all’interno del PD, e il loro abuso, perché di abuso si è trattato, ha agevolato un veloce ricambio ai vertici del partito, sia nel ruolo di segretario che in quello di presidente e candidato premier, carica che molto spesso coincideva.  
Una spiegazione può essere data dalla grandissima scelta di autorevolezza dalla quale il PD può pescare.  Via un segretario, dentro un altro, di uguale valore, più o meno a seconda delle occasioni, e in grado di gestire un partito imbottito di correnti e ideologie per molti aspetti diversi ma per altri molto affini, permettendo così un costante cambio di guida sinonimo di democraticità.
I segretari sono stati cinque, ma personalità di spicco ce ne sarebbero a volontà; a partire dai “vecchi” D’Alema e Prodi, per passare a Cuperlo e Fassina, fino ad arrivare ai “nuovi” Serracchiani e Civati. 

Un altro motivo per cui il PD ha da sempre subito il rischio scissione ha un nome e un cognome: Walter Veltroni. Il primo segretario, con il Partito Democratico, ha voluto creare una coalizione di piccoli e medi partiti in uno solo, raggruppando idee, valori ed estrazioni molto diverse tra di loro.   L’idea veltroniana ha racchiuso in un solo partito un’area culturale, economica, politica e sociale che va dalla ex sinistra democristiana fino ai miglioristi del Partito Comunista, come l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. 
Ora vediamo quali sono, e da chi sono formate le aree e le correnti del Partito Democratico. 
Le aree del Partito Democratico sono essenzialmente tre: l’area social-democratica, l’area cristiano-sociale e quella liberale. 

L’area socialdemocratica ha radici molto lontane, a partire dal Partito Comunista, per poi passare dal Partito Democratico della Sinistra con una breve fermata presso i Democratici di Sinistra, per arrivare infine al Partito Democratico attuale.  Al suo interno vi sono diverse correnti per molti aspetti simili ma per molti altri differenti. La corrente più corposa è quella “Bersaniana”, in cui militano, oltre all’ex segretario Pierluigi Bersani, personalità del calibro di Vasco Errani, Enrico Rossi, il sindaco di Bologna Virginio Merola e Guglielmo Epifani.  Il loro pensiero politico consiste nella ricerca di novità che al tempo stesso ricordi e non metta in disparte i vecchi e solidi principi di sinistra e di centro sinistra.

Poi ci sono i “Dalemiani”, tra cui i più importanti, oltre a D’Alema, sono Luciano Violante e Gianni Cuperlo, e probabilmente anche Pier Carlo Padoan.
Chi invece è favorevole ad un rinnovamento della classe dirigente e contrario a qualsiasi tipo di governo cosiddetto “delle Larghe Intese” sono i “Civatiani”, il cui condottiero, Giuseppe Civati, è affiancato da esponenti come Laura Puppato. Oggi i civatiani sono il gruppo più ostile all’operato del Presidente del Consiglio Renzi e favorevoli ad un ingresso di SEL nel Partito e di una spasmodica ricerca di laicità dello Stato. 
Infine ci sono i “Giovani Turchi”, una corrente nata nel 2010 che può essere considerata l’estrema sinistra del Partito. Sono fedeli a Bersani. In Parlamento sono rappresentati da Andrea Orlando, Stefano Fassina e Matteo Orfini. 
Renzi VeltroniLa seconda area è quella liberale. Essa si rifà al liberalismo, e cioè a un insieme di dottrine createsi nel corso del tempo e definite in tempi e luoghi diversi che pongono limitazioni al potere e all’intervento dello Stato, così da permettere la protezione dei diritti naturali e di libertà. Gli esponenti dell’area liberale nel Partito Democratico provengono da diverse estrazioni culturali e politiche. 
La prima corrente che ha varcato la soglia del Largo del Nazareno è quella guidata da Walter Veltroni, primo segretario PD, che ha avuto l’idea di un partito a vocazione maggioritaria che possa essere in grado di rivolgersi a tutti i settori della società, compresa la società civile. Veltroni ha da subito percepito la necessità di avviare un dialogo con le varie forze politiche per la creazione di importanti riforme, ritenute necessarie per la modernizzazione dello Stato.
La corrente “Veltroniana” è in via d’estinzione, anche se presenta ancora personalità molto forti come il sindaco di Torino Piero Fassino e il Ministro della Pubblica Amministrazione e Semplificazione Marianna Madia. Oggi, il portavoce dell’area liberale e leader indiscusso del Partito, è Matteo Renzi che però si è sempre detto contrario all’appartenenza a qualsiasi tipo di corrente. 
Il segretario tende ad una volontà che riporti il partito al suo impianto originario, quello di Veltroni, e cioè che non guardi a possibili coalizioni, né a destra né a sinistra, bensì che corra da solo verso l’obiettivo che di volta in volta si pone. 
I “Renziani” si ispirano inoltre alla Terza Via di Tony Blair (per saperne di più leggere qui e qui), e cioè a quelle politiche che cercano di conciliare le politiche liberali tipiche della destra con quelle socialiste della sinistra. È bene non confondere la Terza Via di Blair con le politiche vicine al centrismo. Inoltre i renziani si rifanno all’esperienza riformatrice che sta portando avanti Barack Obama negli Stati Uniti e. almeno inizialmente, sono stati promotori di un processo di rinnovamento della classe dirigente, prendendo il soprannome di “rottamatori”. Gli esponenti principali sono Maria Elena Boschi, Graziano Delrio, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini, oltre al già citato Presidente del Consiglio. 
prodi lettaInfine c’è l’ultima area, quella cristiano-sociale, chiamata anche cattolico-democratica, che è arrivata nel Partito Democratico dopo essere passata per la Democrazia Cristiana, per il Partito Popolare e per la Margherita. Il Cristianesimo sociale è una dottrina aperta alle riforme sociali, senza dimenticare gli aspetti più rilevanti della dottrina cristiana, soprattutto nell’ambito di tutela del lavoro e dei ceti lavoratori. Gli esponenti di rilievo della prima corrente, il nucleo più vicino ai valori e alle tradizioni del cristianesimo sociale, sono Dario Franceschini, Franco Marini e l’attuale Ministro della Difesa Roberta Pinotti. Abbiamo poi gli “Ulivisti”, la corrente più vicina all’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi. Al loro interno sono suddivisi ulteriormente in mini-correnti che fanno, o facevano, capo a Rosy Bindi ed Enrico Letta. Gli ulivisti, nel loro insieme, sono favorevoli ad un’apertura quasi totale alla società civile, con l’esempio più eclatante in Giorgio Ambrosoli, nel 2013 candidato alla Presidenza della Regione Lombardia per il PD e di professione avvocato. 
Tante aree, tante correnti. 

Fatto sta che il Partito Democratico per la sua conformazione, la sua storia, la sua mescolanza, i suoi valori, le sue estrazioni e le sue idee sarà sempre e per sempre un partito destinato a subire e a convivere con il rischio di una scissione o di una rottura. 
Solo la presenza di un leader forte che resti tale per un tempo più o meno lungo, può pacificare la situazione e responsabilizzare una vastissima area politica fucina di idee e talenti, spostando l’attenzione sugli obiettivi condivisi e non sulle differenze comuni. 
Forse nemmeno questa è la soluzione migliore, visto che nelle differenze il Partito Democratico ha sempre trovato quella spinta in avanti da tempo caratterizzante la propria identità e la propria forza, arrivando a credere il meno possibile, senza arrivare ad essere eretici, per obbedire il meno possibile, senza arrivare ad essere ribelli. 

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