Il doppio attentato di Copenaghen: cosa abbiamo sbagliato stavolta?

All’indomani dei tumulti di Parigi di più di un mese fa ci si era interrogati su come degli individui nati e cresciuti in Occidente potessero abbracciare il fondamentalismo islamico e compiere atti terroristici contro quelle stesse istituzioni di cui magari hanno fatto parte durante la loro vita. Nel caso specifico della Francia si era sottolineato, opportunamente (!), il fallimento delle politiche nazionali di integrazione della comunità musulmana. In altre parole, molti opinionisti avevano rimarcato il disagio sociale presente nelle cosiddette “Banlieue”, le periferie delle metropoli transalpine in cui vivono prevalentemente immigrati, e lo avevano messo in correlazione con la maggiore probabilità di presa di ideologie estremiste. Insomma, si era in un certo senso incolpato le autorità transalpine per aver emarginato e lasciato a sé stessa una certa fascia di popolazione di fede islamica, per lo più di giovane età, non fornendogli opportunità equivalenti a quelle di altri cittadini provenienti da ceti più abbienti.



In questi giorni però scopriamo che anche l’orribile doppio attentato di Copenaghen è stato messo in atto presumibilmente da un ragazzo, tale Omar Abdel Hamid El-Hussein, di origini arabe ma con passaporto danese. Se nel caso della Francia probabilmente qualcosa è stato sbagliato riguardo alla pianificazione di una convivenza civile e serena con gli appartenenti alla minoranza islamica, estendere questa considerazione al paese scandinavo mi sembrerebbe alquanto forzato. Infatti la Danimarca, come è ben noto, costituisce un esempio di stato in cui esistono ampie tutele di Welfare, un’economia che garantisce buone prospettive lavorative e la possibilità di migliorare la propria posizione sociale e, infine, una società inclusiva e tollerante. Queste caratteristiche sono rimaste immutate nonostante la recente ascesa della formazione xenofoba di estrema destra denominata “Partito del Popolo Danese”, la quale ha contribuito all’approvazione di norme particolarmente restrittive per quanto riguardo l’immigrazione all’inizio degli anni 2000, sotto il governo targato Anders Fogh Rasmussen. Ma appunto il soggetto sopra citato non era un immigrato. Era bensì un cittadino danese ed europeo a tutti gli effetti (ricordatelo a Matteo Salvini please!).

Dunque cosa spinge alcuni giovani islamici, partoriti nei nostri ospedali ed educati nelle nostre scuole a rendersi responsabili di gesti che ripudiano i nostri valori? Questa è una domanda la cui risposta è ahimè complicatissima. Mi permetto, in maniera molto modesta, di evidenziare come sussista nel mondo contemporaneo una innegabile tendenza alla riscoperta della propria identità. In particolare, in una realtà globale sempre più liquida (riprendendo la celebre definizione del sociologo Zygmunt Bauman), il soggetto comune, spaesato e spinto al conformismo, sente il bisogno di aggrapparsi a qualcosa di solido e autentico. La religione espleta questa funzione da “àncora di salvezza” in maniera insuperabile. Perciò immigrati di seconda o addirittura terza generazione vengono attratti da credenze e riti che magari erano state messi in secondo piano dai loro genitori, per esempio. Tuttavia questa è semplicemente un’opinione personale, seppur supportata da un testo di rilievo come il tanto criticato “Lo scontro di civiltà”, scritto dal politologo americano Samuel Huntington.

Quindi il problema non era la Francia un mese fa e non lo è oggi la Danimarca, purtroppo. Il fascino esercitato dalle istanze propugnate da associazioni terroristiche come lo Stato Islamico non dipende dalle singole circostanze domestiche, ma piuttosto da una situazione sistemica. Dipende da un rifiuto di tutto ciò che è “occidentale”. Dipende essenzialmente dal rifiuto della contemporaneità.
Tuttavia parecchi aspetti positivi di questa “nostra” contemporaneità sono il frutto di lotte secolari. Il secolarismo, lo stato di diritto, la democrazia, il pluralismo, la tolleranza religiosa, la libertà di parola eccetera ci sono costati fumi di sangue, sparsi durante innumerevoli battaglie. Il modo migliore per difendere queste conquiste (perché di indubbie conquiste si tratta) ed estirpare il germe del fondamentalismo islamico prima che attecchisca definitivamente è riaffermarle con fermezza. Reagire ai soprusi con orgoglio e senza violenza. Contrastare le pallottole con i diritti. Almeno sul fronte interno. Sul fronte esterno sfortunatamente temo che un atteggiamento non-bellicista ad oltranza si rivelerà controproducente. Ma questa è tutta un’altra storia.

Insomma rispondendo alla domanda iniziale: cosa abbiamo sbagliato noi? Non troppo. Quantomeno non in tutti i casi, mi viene spontaneo affermare. Abbiamo donato a popoli in fuga dalle loro terre native, in cerca di una vita più prospera, ciò che di più prezioso avevamo. Cosa possiamo sbagliare ora? Molto di più se ci priviamo di queste peculiarità che ci distinguono oppure se pensiamo che non ci si debba ancora sforzare di considerarle un bene comune da tutelare e tramandare.

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