Fisher Price Recorder

Talk About the Passion, ep. 3 : Giacomo Gelati e gli Hilldale

È con un piacere che faccio fatica a definire altrimenti che ‘pantagruelico’ che vi presento il terzo sentito episodio della rubrica che, grazie ma non soltanto ad Alessia Merz, ha fatto sognare tutta The Bottom Up, regalandoci clicks e views come se ivi avessimo rivelato il segreto vero per allungare il pene in due settimane.
Non di peni, ma di musica si parla qua e proprio di questo ci parlerà Giacomo Gelati, che procedo subito a presentare e interrogare.

Ciao Giacomo, è davvero un piacere per me il fatto che tu abbia accettato di prestarti al terzo episodio di ‘Talk About the Passion’, che è la nostra rubrica in cui – lo ricordo – più che domandare, facciamo parlare qualcuno riguardo a una band o musicista che lo abbia appassionato di cuore, scosso nel profondo e verso la quale provi sentimenti forti. 

Di solito, si prendevano miei personali amici, sconosciuti al grande pubblico di The Bottom Up, ma l’ultima volta siamo finiti a parlare di Nick Cave con Elia Billoni, che è un artista ben noto nell’ambiente indipendente nazionale. Tu, in qualche misura, riunisci entrambe le figure (amico e giovane star indie). Per toglierti dall’imbarazzo, ti presento preliminarmente in qualità di cantante e chitarrista delle “Altre di B”, un nome che chi sia andato per concertini a Bologna negli ultimi 5-6 anni non può davvero non conoscere. Ci sono due album (There’s a Million Better Bands e il recente Sport) e una delle vostre caratteristiche che più mi piace ricordare è quella di aver scelto sin dagli inizi di suonare ovunque. Questo vi ha portato da illegalissime feste sui colli con una surreale batteria elettronica a pad alimentata precariamente da un generatore a benzina, fino ai fasti di New York o all’Ungheria dello Sziget, passando per l’inquietante Torre Unipol di Bologna. Qui ci sono tutte le altre info.

In ogni caso, oggi non siamo qui per parlare delle Altre di B, ma vogliamo che tu ci narri qualcosa di un gruppo a te caro. Dimmi chi sono e, in breve, perché li hai scelti. Ti chiedo anche di presentarti extra-musicalmente, raccontandoci chi sei e da dove vieni, in modo da cominciare a dipingere lo sfondo.


Io sono Giacomo, ho 26 anni e sono un allegro collaboratore giornalistico presso Il Resto del Carlino di Bologna. Mi sono laureato in Scienze della Comunicazione che, a dispetto delle malelingue, è stata un’esperienza formativa di grande interesse. Ma le mie ore migliori le trascorro col gruppo.
Mi sono avvicinato alla musica da bambino, quando ascoltavo le audiocassette col mangiacassette Fisher-Price (quello col microfono). Il primo strumento che ho suonato è stato lo xilofono-giocattolo dell’asilo nido dove lavorava mia madre, prima che Babbo Natale mi portasse in dono una tastiera della Casio, con la quale mi sono avvicinato anche alla teoria musicale. Diciamo, è stato più un rifiuto del flauto di plastica che suonavano i miei compagni di classe: puzzava di saliva stantia e suonava male. Un giorno ero a casa del mio amico Luca, al quale era stata regalata la chitarra elettrica. Quel momento è stato cruciale, trascorrevo i pomeriggi da lui, ma non me la faceva suonare, era gelosissimo, quasi morboso. Non voleva che nessuno la toccasse.
Da cosa nasce cosa, et voilà, ora suono e canto nelle Altre di B, le quali devono tutto agli Hilldale.

Giacomo Gelati.

Gli Hilldale sono stati una band hardcore di Bologna e sono nati dalle ceneri dei Seventy Ace. Ai tempi di Myspace loro avevano il template più bello di tutti, in bianco e nero, spoglio, essenziale, minimale e autoritario. Mi piaceva il loro nome perché sono cresciuto con “Ritorno al Futuro”, li ho trovati simpatici a pelle. Su Myspace si definivano: “Musica terapeutica, di facile ascolto, bambini”. E poi ancora: “We were 5, then 4. Now we are 3”. Li adoravamo per questo modo scanzonato di affrontare le cose, della serie fanculo se eravamo in 5, fanculo se siamo in 3, suoniamo e basta, quel che conta è suonare. E credimi se ti dico che in 3 era uno show bellissimo, chitarre violente, basso e batteria potenti. Non sono mai stato un amante dell’hardcore, eppure con loro mi sono avvicinato ad una scena, ad un gusto musicale differente, mi sono addentrato in un sottobosco florido e vivace.
Ho conosciuto il loro cantante Simone ad un concerto, ero timidissimo, mi incuteva timore reverenziale, li adoravo e non volevo infastidirlo coi soliti complimenti. Qualche tempo dopo gli ho comprato la chitarra elettrica che vendeva per comprarsi la Telecaster e da quel giorno siamo diventati amici, febbraio 2007. Quella chitarra la uso esclusivamente in casa, è un cimelio, un pezzo di me e di Simone, è qualcosa che va oltre la sola liuteria. Quella chitarra produce il suono dei Seventy Ace e degli Hilldale, è il suono della mia adolescenza.
Le prime registrazioni delle Altre di B le abbiamo fatte nel loro garage, ma non ti starò ad annoiare sulla bellezza di un garage adibito a studio di registrazione.
Gli Hilldale si sono sciolti perché ognuno ha preso la propria strada, un po’ triste se penso al valore che gli ho attribuito. Qualcuno suona ancora, qualcun’altro ha insabbiato il proprio passato. 
Ma per noi sono e rimarranno per sempre un grande punto di riferimento musicale e umano.

Il mangianastri con microfono della Fisher-Price ce l’avevo anch’io e grazie per questa madeleine che mi hai lanciato, ora d’improvviso ricordo che uno dei primi approcci al ruock-in-prima-persona che ho avuto è stato quello di collegare la Casio, appunto, che avevamo in casa, a uno strano amplificatore recuperato in una soffitta che, grazie a una stranissima manopola di gain (“Sensibilità”) distorceva in modo stragrezzo ma sensato il ritmino “Rock 1”, sul quale poi sfasavo in libertà.

Ma tornando a noi, l’aura che emanava una chitarra elettrica, quando eri cinno, penso che stia alla base di qualsiasi approccio amoroso che si possa avere nei confronti della musica. Una sorta di “ora che finalmente, es., Babbo Natale, mi ha messo nelle condizioni di farlo, posso entrare anche io nella cerchia transnazionale e senza vincoli di epoche che quando si suona, è al servizio della musica”.

Mi spiego meglio: chi è stato bene o male “costretto” a studiare la musica secondo me, una volta cresciuto, tende a fare musica per altri motivi. Che possono essere il “diamo un senso a questi anni dati ai cani nei quali potevo ad es. limonare o studiare da parrucchiere”  o, a livelli più alti, l’entrare in una ricerca contro la musica, sfidandola, portandola ai suoi limiti, cercando qualcosa di nuovo in un senso simil-faustiano. 
Tu, invece, mi sembri della scuola opposta, quella di quelli senza scuola, che quando sono su un palco prima di tutto ringraziano di avere la possibilità di essere lì. La domanda è: anche gli Hilldale erano così? è da loro che hai o avete preso questo tipo di etica?

Diciamo che questo approccio è precedente alla scoperta della musica degli Hilldale, è un metodo che applico, e applichiamo, da quando ho iniziato a suonare. La sperimentazione, la chimica, il sapore di un suono bello, di una serie di accordi belli. Suonare è esattamente come cucinare, per quanto mi riguarda. Quando ho iniziato con la chitarra mi piaceva ragionare per forme geometriche, mettere le dita secondo una mia visione geometrica per vedere dove mi avrebbe portato. Diciamo che l’approccio di adesso è molto simile e l’ho trasmesso anche al mio modo di suonare il synth. Mi sento come Homer quando chiude gli occhi e spinge un tasto a caso per evitare il disastro nucleare: mi piace giocare coi bottoni, uscire dagli schemi della teoria. Ma parlo da profano, mi piacerebbe imparare bene la teoria.

 

Qual era, questo suono che, tramite una bella immagine, racconti di avere fortunosamente salvato, cristallizzato in questa chitarra (modello?) che, come un artefatto magico, tiri fuori solo all’occorrenza e al riparo dagli altri? Che suono era, per il te-sbarbo, quello di una band hardcore che però non ha fatto sì che continuasse a piacerti l’hardcore?

 

La chitarra di Simone è una Wisemann Pro-3000 rossa, bellissima, sublime. Al ponte è montato un humbacker della Dunlop, ricco di basse che, abbinate a un distorsore, fanno tremare i muri. Simone la usava col Metal Muff, un grande distorsore, a mio parere. Il suono degli Hilldale rappresentava lo specchio di quel periodo, a Bologna chiunque suonava in una band e al parco Scandellara facevano i concerti all’aperto, i festival estivi che chiamavano a raccolta gli sbarbi dell’epoca che, come me, sognavano ad occhi aperti. 
Gli Hilldale sembravano sempre lì per caso, come se qualcuno li avesse messi sul palco. Il bassista suonava sempre girato di spalle ed è una cosa che adoravo perché visivamente è d’impatto. Andavano in direzione contraria a qualsiasi logica pop, al buonsenso musicale. Si vestivano come capitava a dimostrazione del fatto che la divisa è un dispositivo superfluo: t-shirt bianca, jeans e tante grazie. Il loro sound era melodico e intriso di una malinconia tutt’altro che stucchevole, era prepotente, non rumoroso. Ho un ricordo di un viaggio a Berlino, agosto 2006. Avevo il loro cd con me. E viaggiare in metropolitana con quella musica mi faceva venire il prurito alle mani. Voglia di espellere, di scrivere. Quando sono tornato da quel viaggio ci siamo chiusi in sala prove
Per loro era importante la musica, ogni logica commerciale era lasciata fuori.
Il loro ultimo disco era un mini-cd, un oggetto stupendo che misurava 5 centimetri per 5 centimetri.
Questa cosa l’abbiamo acquisita in toto, quello che conta è liberarsi dalla “scimmia” di suonare. Quando inizi ne diventi dipendente.

 

L’unico altro musicista di cui mi ricordo che suonasse di regola di spalle era il Rasputin del rock come lessi su un commento di Youtube, cioè Warren Ellis, ai tempi dei Dirty Three, “perché la gente deve ascoltare la musica e non guardare me”. Trovo che sia di grande effetto come pratica, anche a livello pedagogico.
A proposito, loro cantavano in inglese, mi sembra. (nota: ho fatto una fatica boia per trovare un misero pezzo in acustico su internet. Questo la dice lunga su quanto detto poco fa da Giacomo) Hai mai ascoltato o letto in separata sede i testi? Cosa dicevano? Ti piacevano?

La questione dei testi è un universo parallelo che ho sempre ritenuto fondamentale consumare nel momento stesso in cui ascolto la musica. Ancora oggi rischio di fare incidenti in macchina perché leggo il libretto mentre ascolto il disco (mi è successo proprio l’altro giorno con l’ultimo degli Alt-J). Non so se è una pratica diffusa, ma credo sia importante imparare a memoria i testi, o almeno, parte di essi. Un po’ come quando a scuola ci facevano imparare la poesia a memoria. L’esercizio mnemonico aiuta nella comprensione, pensa che certe poesie che conosco a memoria da 15 anni, le ho apprezzate solo recentemente perché ne ho sempre ignorato il vero significato. Con tutta la musica faccio così, che sia in italiano, che sia in inglese.  I testi degli Hilldale erano proclama post-adolescenziali, rabbia profonda rivolta all’industria musicale e i suoi effetti sulla gente. Era punk rock puro, schietto. Diretto.

Ancora Giacomo Gelati.
Credi che gli Hilldale abbiano avuto il successo che meritavano? Se no, perché? Se dovessi convincere qualcuno che gli Hilldale sono il miglior gruppo che potresti fargli ascoltare in quel momento, cosa gli diresti?
Credo, anzi sono certo, che gli Hilldale non cercassero il successo, non riesco a rispondere alla tua domanda pertanto. Sono certo che per loro la musica fosse una reale forma d’espressione, nulla di più. Erano i Salinger della musica, quasi degli outsider. Silenziosi fuori dal palco, un uragano sul palco. Per convincere qualcuno della loro bravura, dovrei portare questo qualcuno ad un loro live. Il disco non gli rende giustizia. Sai, no?, il teatro di Grotowski? Il loro live era viscerale.
Adesso Simone, il cantante e chitarrista, è un bravissimo fotografo. Ha sempre avuto uno stile invidiabile e ha una collezione di macchine fotografiche degli anni 40, roba di suo nonno, roba stupenda.

Per concludere, devi sapere che il capitolo I di questa rubrica ha avuto un successo pazzesco o perché il mio amico Carlo è simpaticissimo o perché tutta Italia impazziva per gli Shandon oppure perché, nel pezzo, citavo Alessia Merz e questo ha fatto sì che un sacco di queries di ricerca su Google buffe rimandassero al mio pezzo. Volendo approffitarne, ti chiedo chi è la tua soubrette anni ’90/primi ’00 preferita.

La mia preferita è Alessia Mancini, adoravo Passaparola, e lei era stupenda.

Grazie Giacomo. Se solo fosse rimasto qualcosa su internet, ascolterei volentieri un loro disco.
L’unica cosa esistente, oltre all’EP fisico, è questa: Myspace.
@disorderlinesss

P.S.: Chiunque fosse in possesso di foto degli Hilldale ci farebbe un gran piacere se ci concedesse di metterne una qua sopra. 
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2 pensieri su “Talk About the Passion, ep. 3 : Giacomo Gelati e gli Hilldale

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