Tubenomics – 60 miliardi

oioioi oioioi Mario Draghi stampa per noi!
Il “Big Thursday” è arrivato. Con qualche minuto di ritardo (apparentemente dovuto ad un ascensore non funzionante) Mario Draghi ha presentato alla stampa un bazooka da 60 miliardi al mese almeno fino al settembre 2016. Si tratta del tanto discusso quantitative easing (QE), misura non convenzionale di politica monetaria, attuata con l’obiettivo di far uscire la zona euro dall’attuale situazione di deflazione. Semplificando al massimo, in momenti di crisi può tornare utile creare moneta tramite l’acquisto di titoli di stato e non, da parte della banca centrale. 
Il primo effetto positivo, per altro già anticipato dai mercati, è il deprezzamento della valuta (che rende l’export più favorevole), legato al fatto che viene stampata più moneta. In secondo luogo, l’acquisto massiccio di titoli di stato fa scendere non solo i rendimenti di questi ultimi, ma anche quelli di tutti gli altri titoli obbligazionari (compreso, ad esempio, l’Euribor) con effetti positivi sull’economia reale. Infine, avendo maggior liquidità, gli istituti bancari dovrebbero concedere più credito a imprese e famiglie. Inoltre, la teoria monetarista di Friedman sostiene che l’aumento della base monetaria faccia crescere l’inflazione; ergo nei piani della BCE, il QE si trasforma in arma contro la deflazione. 
Tutto molto bello. In realtà, di rischi, come già accennavo settimana scorsa, ce ne sono eccome. Uno su tutti, la possibilità che si ingrassino solo i mercati senza effetti sull’economia reale. Di ciò anche Draghi ne è consapevole e nella conferenza stampa ha sottolineato come la politica monetaria sia solo un punto di partenza per la crescita, mentre per la piena ripresa occorre quella fiducia che può essere generata solo da riforme strutturali. E qui emergono tutti i limiti dell’attuale impianto comunitario stretto nella morsa del Patto di Stabilità e dei diktat tedeschi. A proposito, oggi i falchi teutonici, come sempre timorosi dei loro vicini meridionali, portano a casa una vittoria non di secondo piano: solo il 20% degli acquisti di titoli sarà a carico della BCE, mentre l’80% del rischio sarà condiviso con le banche centrali. Il rischio di cui si discute è quello che gli Stati in futuro vogliano contrattare la ristrutturazione del debito (ah, tra tre giorni si vota in Grecia e a Berlino sono terrorizzati da Tsipras). Certo, Draghi ha sottolineato come ci sia la volontà di lasciare il coordinamento dell’allentamento quantitativo alla BCE, ma ancora una volta il problema pare più politico che tecnico.

Roberto Tubaldi@RobertoTubaldi

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