Brasile, ancora quattro anni di Dilma

“Muito Obrigada”. 
Con questo tweet, Dilma Vana Rousseff annuncia la sua vittoria nelle elezioni politiche brasiliane della scorsa settimana che hanno riconfermato il suo mandato presidenziale per altri quattro anni con il 51.6% dei consensi. 
Dilma Vana Rousseff Linhares nasce il 14 dicembre del 1947 a Belo Horizonte, figlia di un avvocato bulgaro e di una maestra elementare. È membro del Partito dei Lavoratori, fondato nel 1980, tra gli altri anche da Lula, predecessore della Rousseff e vero idolo brasiliano, ed è un partito che raccoglie le diverse culture ed anime della sinistra brasiliana, dai cristiani socialisti ai marxisti, passando per i comunisti e finendo con una parte dei socialdemocratici. 
Il PT, la sigla del Partito dei Lavoratori, dopo un decennio fatto di basse percentuali e poco consenso, inizia ad incrementare i propri voti agli inizi degli anni ’90, fino ad arrivare al 2002 con la vittoria di Lula come Presidente del Brasile. Ora il Partito è in mano a Dilma Rousseff, la quale, giusto pochi giorni fa, ha potuto prolungare per altri 4 anni, la propria presenza al Palazzo del Governo di Brasilia. 
Il ballottaggio della scorsa domenica ha visto la premier uscente, vincitrice con più di tre milioni di voti rispetto all’avversario Aécio Neves, leader del Partito della Social Democrazia Brasiliana.  
Colpisce la distribuzione geografica e sociale del voto che vede il prevalere di Dilma nelle regioni più povere del Paese, grazie al mantenimento dei programmi sociali lanciati da Lula che ha consentito di battere le forze economiche e politiche che volevano un’adesione totale del grande Paese latinoamericano ai modelli neoliberisti.
I brasiliani avevano dunque davanti a loro una scelta molto chiara, e altrettanto limpida è stata la loro volontà. Dovevano decidere tra la riproposizione di un neoliberalismo che sta fallendo, anche in modo abbastanza clamoroso in tutto il mondo, o l’uscita da questa concezione, una scappatoia proposta appunto dal Partito dei Lavoratori. 
Secondo il modello uscito sconfitto dalle elezioni, occorreva restituire centralità al mercato e al libero commercio, ridurre il peso dello Stato, abbassare i salari, aumentare la disoccupazione, contrarre la presenza pubblica nelle banche, rovesciare le alleanze internazionali tornando sotto l’egida degli Stati Uniti e rinunciando al progetto di integrazione latinoamericana e di più ampia alleanza delle potenze emergenti, i cosiddetti BRICS. 
Ha trionfato, invece, quel modello che il PT ha potuto e voluto portare avanti in tutti questi anni, a partire da Lula, per poi passare dalla Rousseff, un modello che mette al centro del proprio pensiero politico l’occupazione, l’incremento dei servizi sociali e la crescita dei salari. 
Il PT è ormai al governo da ben dodici anni, e in questo lasso di tempo il Brasile ha cambiato radicalmente il proprio volto. Ora esso corrisponde alla metà del PIL del Sud America, ha accresciuto il prodotto interno lordo di quasi quattro volte, è arrivato al settimo posto della classifica tra le economie globali, ha visto il PIL pro capite passare da 3.700 dollari annui ai quasi 12 000 e le disuguaglianze di genere, seppur ancor fortemente presenti, si sono leggermente affievolite, pur restando tra le più marcate del Sud America. 
Qualcosa di buono, e forse anche più di qualcosa, è stato fatto, ma la Rousseff ha semplicemente continuato ad attuare e rilanciare le politiche economiche e sociali del suo mentore e predecessore Lula, non tenendo conto del fatto che in un mondo come quello attuale, in quattro anni possono cambiare molti parametri, possono cadere le certezze e la paura non fatica a penetrare nel cuore delle persone. 
Il Brasile, nell’ultimo periodo, ha incontrato un brusco rallentamento al suo rilancio economico e sociale, e gli specialisti in materia prevedono che la situazione non possa migliorare se non venissero adottate le giuste contromisure. I dati macroeconomici presentano un Paese in forte recessione tecnica, con un’elevata discrepanza del bilancio pubblico e del conto corrente e un’inflazione molto alta. Al tempo stesso però, la disoccupazione è molto bassa, quasi rasente lo 0%, numerose famiglie beneficiano dei programmi sociali, il consumo è aumentato e la classe media ha visto ingrossare le proprie fila. 
Questa differenza tra buona situazione individuale e non buona situazione generale del Paese è stato il terreno di scontro dei due Partiti arrivati al ballottaggio nelle scorse elezioni. 
Il PT della Rousseff ha sottolineato i successi degli ultimi dodici anni di governo, mentre Aécio Neves all’opposizione ripose la colpa della crisi economica proprio nelle politiche economiche degli avversari. Ma la Premier si è sempre dimostrata ferma e convinta delle proprie azioni: “Non è il mio carattere a essere difficile, lo è la mia funzione. Io devo risolvere problemi e conflitti. Non ho un momento di riposo. Non sono criticata perché sono dura, ma perché sono donna. Sono una donna dura, circondata da uomini morbidi“.
Si critica a Dilma un certo tipo di personalizzazione del Partito, o meglio del Governo in questo caso, dato che negli ultimi anni ha portato avanti battaglie politiche frutto delle proprie opinioni. Si dichiara a favore della vita ed è favorevole all’aborto ma solo in casi estremi che possano mettere a repentaglio la vita della madre. Si oppone ai matrimoni gay ma al tempo stesso appoggia le unioni civili tra le persone dello stesso sesso. È contro le privatizzazioni e il neoliberismo, ed è inoltre spesso in disaccordo con la Chiesa cattolica brasiliana. 
C’è anche qualcun altro che è rimasto deluso dall’esito delle elezioni della scorsa settimana: i mercati. Come gli analisti finanziari avevano previsto, la vittoria della Rousseff non è piaciuta agli investitori internazionali, i quali hanno subito liquidato grosse posizioni sulla borsa e la moneta sudamericana. Era già diverso tempo che gli investitori non guardavano di buon occhio la Premier uscente, a causa dell’eccessiva ingerenza nei settori chiave dell’economia e della finanza. La sua gestione non è mai stata particolarmente incline agli accordi di libero scambio promossi dagli Sati Uniti, e il Paese, vivendo passivamente negli ultimi tempi, non si è preoccupato di dotarsi di quelle riforme strutturali fondamentali per garantire una crescita duratura dell’economia brasiliana. 
Ma Dilma Rousseff è “una donna dura circondata da uomini morbidi”, e questa sua durezza sarà messa a dura prova durante il secondo mandato presidenziale. Il Brasile è di fatto passato al successivo livello di status economico e sociale che prima Lula e poi Dilma si erano prefissati, ma ora è arrivata la parte forse più difficile: incrementare, mantenere e possibilmente migliorare quel livello raggiunto. La Rousseff dovrà staccarsi definitivamente dalla figura ingombrante di Lula, ancora presente nel cuore dei brasiliani. 
Governare significa fare scelte difficili e Dilma Rousseff dovrà esserne all’altezza. 
Giacomo Bianchi
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2 pensieri su “Brasile, ancora quattro anni di Dilma

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