Catarsi progressiva: Pale Communion, Opeth (2014)

Quanti di voi conoscono gli Opeth? Non molti, temo. Ebbene, per l’ennesima puntata di “Guglielmo ci tedia con gruppi che conosce solo lui” (e non dite che non l’avete già pensato), in questo articolo vi parlerò degli Opeth, formazione svedese che suona delle cose che sfuggono a una catalogazione precisa. In breve, sono passati dal death metalal progressive rock. In lungo, è un po’ più difficile di così.


Già dal primo album, Orchid, del 1995, si intuiva la voglia di fare qualcosa di diverso dal tappeto di doppio pedale, chitarroni intrecciati e growl(per i meno scafati, il growl, termine che ricapiterà in questo articolo, è un tipo di “canto” che assomiglia ad un ruggito, appunto “growl”), accompagnando tutto ciò, tipico del death metal, in lunghe escursioni strumentali, con passaggi di quieto e malinconico folk e persino intermezzi jazzati. La situazione si è evoluta attraverso Morningrise, My Arms, Your Hearse(primo concept album della band; sempre per i meno scafati, il concept album è un album in cui tutte le canzoni compongono un unico affresco narrativo, sia sonoro che testuale. Per intenderci, tipo The Lamb Lies Down on Broadway dei Genesis, sì, i Genesis, quelli che ascolta vostro padre), Still Life (altro concept), fino ad arrivare a quello che è considerato il primo vero capolavoro della band, ovvero Blackwater Park, prodotto da Steven Wilson (del quale ho parlato nel Sunday Up di qualche settimana fa), che nell’album si occupa anche delle tastiere e, punto fondamentale, di arrangiare e cantare le armonie vocali, che da questo album in poi diventeranno una caratteristica importante della band. Anche la collaborazione (e l’amicizia) tra Mikael Åkerfeldt, frontman, cantante, chitarrista, compositore di musica e testi della band, e Wilson terrà banco in un dibattito senza fine tra i fan, alcuni dei quali lo additeranno come “quello che ha rovinato gli Opeth” (e anche su questo ritorneremo). Dopo Blackwater Park, sempre con Wilson imbarcato, la band pubblica la coppia di opposti Deliverance e Damnation: brutale e oscuro il primo, forse il più pesante e impattante dei lavori della band, soave e malinconico il secondo, registrato con il preciso intento di mostrare il lato “non metal” della band, senza growl, doppi pedali e altre amenità: quasi un disco prog anni ’70. Dopo Damnation, Ghost Reveries e Watershed, in cui la band porta al culmine l’accoppiata death/prog metal, per poi virare improvvisamente con Heritage. Un album, questo, omaggio al prog anni ’70 (l’eredità del titolo), ma incredibilmente fresco e moderno nelle sonorità. L’album inaugura un solco che proseguirà sul successore (tema principale di questo scritto), che penso si possa definire death progressive (senza metal): ovvero “cosa sarebbe successo se i Jethro Tull (non vi devo dire chi sono, vero?) si fossero formati nel 2011”. Al mix torna Wilson, assente nei due album precedenti, e ciò attira ancora una volta le critiche dei fan “true metal”, che pensano (sottovalutando tra l’altro enormemente Åkerfeldt e soci) che la svolta prog sia dovuta al serioso inglese, sbagliando clamorosamente.
Eccoci, quindi, arrivati al 2014 e a Pale Communion.


Personalmente penso che l’album sia il migliore della band, o almeno il migliore di quelli “non metal” (prendiamo il termine con le pinze), e comunque ad alti livelli nella loro discografia. Il disco si apre con la stupenda “Eternal Rains Will Come”, un diluvio (pun intended) di tastiere anni ’70 con un’atmosfera epica e un groove potente, corredato da splendide armonie vocali, alle quali prende parte anche il solito Wilson (oltre a mixare l’album, anche qui). Segue “Cusp of Eternity”, primo singolo del disco, che lascia poi la scena a uno dei pezzi migliori dell’album, “Moon Above, Sun Below”, mini-suite prog malinconica e atmosferica. Si viaggia successivamente nel folk spettrale di “Elysian Woes”, e poi un divertente siparietto di omaggio alla musica italiana (ovviamente la musica italiana che ha lasciato il segno, non Gigi D’Alessio. Tra l’altro, in uno dei suoi siparietti buffi, tempo fa, Åkerfeldt ha presentato una canzone così: “this song was inspired by Gigi D’Alessio; if you don’t know him, look him up on youtube and find out why this was funny”), ovvero lo strumentale “Goblin”, ispirato dalla formazione prog che (in una vasta discografia) ha curato la colonna sonora di Profondo Rosso di Dario Argento. Segue un altro momento alto, ovvero la bellissima “River”, raro caso di composizione in maggiore della formazione svedese (ma non temete: parla comunque di cadaveri che galleggiano sul fiume). Concludono l’album le potenti “Voice of Treason” e “Faith in Others”, quest’ultima con un prezioso arrangiamento orchestrale. Volendo, c’è poi un’edizione speciale dell’album, che comprende un dvd con tracce bonus (o un blu-ray: io ho trovato solo l’edizione col blu-ray, che adesso uso per tagliare la pizza, visto che non ho un lettore blu-ray, ma per fortuna c’era un foglietto per scaricare le tracce bonus, quindi I ain’t even mad, e questa non riesco a spiegarvela, cercatela su Google): i due pezzi sono in tono con l’album, sono due cover, una è “Solitude” dei Black Sabbath e l’altra è un pezzo di una band svedese, gli Hansson de Wolfe United. Entrambi i pezzi sono impreziositi dalla splendida voce di Åkerfeldt, che palesemente li adora entrambi.

Quest’album approfondisce ancora di più il tema di Heritage, ovvero innovare guardando al passato, e lo fa con un focus molto maggiore. Se Heritage, pur bello, risultava dispersivo, i pezzi di Pale Communion sono invece molto ben costruiti e molto ben amalgamati in un unico affresco. La copertina dell’album, inoltre, ci offre uno spunto di riflessione sugli Opeth, sulla loro musica e sulla musica “triste” in generale, specie in base all’approccio alla stessa che propone Wilson (vedere il mio scorso Sunday Up). Le tre illustrazioni contengono tre citazioni in latino: la terza è una frase di Marziale, “Ille dolet vere qui sine teste dolet” (“è addolorato davvero chi piange senza testimoni”). La musica degli Opeth ha un effetto catartico, e attraverso la malinconia ci fa sentire meno soli: possiamo essere addolorati senza testimoni visibili, ma sappiamo di non essere da soli.


Gli Opeth saranno a Milano lunedì 3 novembre per un concerto all’Alcatraz, con gli Alcest (ovvero un altro gruppo con effetto catartico: l’ultima volta che ho provato a sentire una loro canzone ho dovuto chiudere youtube perchè non ero da solo e non volevo farmi vedere in lacrime) in apertura. Ci sarò anche io, e dovreste esserci anche voi.
Guglielmo De Monte


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